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17 dic
La contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni dalla vita politica italiana.
di Alessandro Aresu       sezione: Italian politics

In Abruzzo il PD ha preso il 19,61%. Non male per un partito nato per governare il Paese. Ho paura di essermi perso qualcosa. Anche se un progetto politico non si costruisce con le dichiarazioni, dichiarazioni come “con l’UDC avremmo vinto”, dalla fonte autorevole di Giuseppe Fioroni, fanno ben sperare sul realismo dei dirigenti del PD.
Stando ai risultati e alle idee che hanno caratterizzato il 2008 ritengo, molto semplicemente, che il Partito Democratico sia alla frutta. Non riesco a contare gli amici che mi hanno detto che voteranno l’Italia dei Valori o comunque non voteranno il PD. Questo, per quanto nella vita ci siano cose più importanti, mi preoccupa. Perciò, anche se ovviamente non posso rivendicare nessuna autorevolezza in merito, da persona che ha contribuito alla nascita del PD in Sardegna (e anche qui ammetto che ne abbiamo combinate parecchie), vorrei proporre una soluzione temporanea in cui credo molto. Siccome questo è un sito che cerca di portare avanti una riflessione sulla “politica globale”, potrei riferirmi all’inadeguatezza del PD su queste questioni e su altre. Non voglio utilizzare questi argomenti perché non avrebbero alcuna presa comunicativa. Il progetto di questo sito, che è ancora in allestimento, è di approfondire. La mia soluzione temporanea, invece di approfondire, vuole essere velatamente drastica e concentrarsi sulla classe dirigente. Perciò non accetto la critica “ora bisogna pensare ai contenuti”. Perciò il primo articolo di questo progetto suona così: “la contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni dalla vita politica italiana”.

Non si tratta, beninteso, di una soluzione coercitiva. Non penso che D’Alema e Veltroni vadano fatti sparire. Ci mancherebbe altro. Se loro non decidono di sparire, la soluzione non è praticabile. Parlerò prima della sparizione di D’Alema, poi della sparizione di Veltroni e infine della loro sparizione contemporanea.

1) La sparizione di D’Alema.
Massimo D’Alema è stato il primo Presidente del Consiglio dei ministri proveniente dalla tradizione dell’ex Partito Comunista. Per questo fatto, si tratta di una figura storica della vita politica italiana contemporanea.
Eppure il sistema dell’informazione non gli ha mai perdonato il modo in cui è giunto a questa carica senza consultazioni elettorali nonché l’accusa di “incucio” con Berlusconi. Inoltre viene considerato l’incarnazione del “realista della natura umana” à la Morgenthau, continuamente intento a tramare per accumulare il potere e rovesciare il nemico di sempre. Oltre al sistema dell’informazione, penso che – qualunque cosa abbia fatto – non l’abbiano mai perdonato nemmeno molti militanti e soprattutto molti potenziali elettori del PD, per cui D’Alema non è una figura trasparente. Non conta come siano andate effettivamente le cose, conta questa percezione.
A questo problema (che esiste ed è inutile negare) se ne assomma un altro. Con tutto il rispetto, non mi pare che D’Alema si sia saputo circondare in Parlamento di personaggi di enorme statura politica. In questo senso l’affermazione per cui “la politica è peggiorata da quando è entrata la società civile” si ritorce contro di lui, a mio avviso. Secondo D’Alema, i politici di professione erano La Malfa, De Gasperi, Togliatti, poi è arrivata la società civile. Va bene. Qualcuno, invece di incensarlo o di insultarlo, dovrebbe semplicemente fargli notare un piccolo particolare. Per semplificare: D’Alema, un tempo c’era Berlinguer, ora ci sei tu; D’Alema, Berlinguer ha educato te, tu hai educato Latorre. Al di là della società civile, penso che anche i militanti del PCI più affezionati possano capire che l’idea di “progresso” è in crisi.
L’exit strategy di D’Alema difficilmente potrebbe portare a un incarico internazionale di primissimo piano come ai tempi in cui svolgeva (e bene, a mio giudizio) il mestiere di Ministro degli Esteri. Eppure dispone in ogni caso di competenze e di una rete internazionale di relazioni. Non credo che fonderà D’Alema Associates sulla falsariga di Kissinger Associates, perché, con tutto il rispetto, sono cervelli, mondi e tempi diversi. Però potrebbe tentare qualcosa di simile per unire alla sua passione per la politica internazionale un lavoro intellettuale diverso dalla politica attiva. Oppure potrebbe riprendere Sraffa e mettersi a insegnare.

2) La sparizione di Veltroni.
L’argomento di Bersani per motivare la sua rinuncia a candidarsi alle primarie del Partito Democratico (premiare l’unità del partito) era sonoramente sbagliato. Right or wrong, my party si può dire quando effettivamente si “dice” qualcosa, non si può dire in assenza di argomenti, o quando è il momento di “impersonare” quegli stessi argomenti.
Per affrontare i problemi della crisi finanziaria ed economica, in prospettiva globale e locale, Veltroni mi pare semplicemente inadatto. Unfit. La sua rete di contatti è cosa ben diversa da una classe dirigente che sappia affrontare al meglio i problemi economici e politici. Su alcuni problemi squisitamente politici c’è totale dilettantismo e miopia. Per esempio, i segretari regionali bocciano l’idea del PD del Nord. In questa occasione i segretari regionali, molto semplicemente, si sbagliano, perché così si perde. Veltroni dovrebbe incontrare i segretari del Nord e dire loro: facciamo il Partito del Nord perché altrimenti si perde. Si è perso, poi si perde, poi si riperderà. Massimo Cacciari sbotta su questo punto almeno dieci volte l’anno, ma non è una macchietta: lo dice da decenni e ha ragione e basta.
La leadership di Veltroni è in crisi. Berlusconi già “testa” Chiamparino o Soru, come era prevedibile. Lo stesso carisma di Veltroni è in crisi. Chi parla più oggi del “modello Roma” o di altre immagini del passato? Mettiamoci in testa che noi non vinceremo mai con le immagini e con le metafore, perché il più grande “genio delle immagini” che si possa immaginare sta dall’altra parte.
L’argomento decisivo per la sparizione di Veltroni, tuttavia, sono i risultati della sua gestione. Nella gestione di un partito non contano le Summer School. Contano le elezioni. Nelle consultazioni elettorali la gestione Veltroni è stata sonoramente perdente. Non si può continuare così.
Veniamo all’exit strategy: 1) Africa; 2) letteratura; 3) cinema; 4) conferenze, visto che nonostante la genialità della lettera di congratulazioni di Cossiga, è effettivamente vero che Veltroni ha scoperto Obama in tempi assolutamente non sospetti. Parlo di exit strategy non per prendere in giro D’Alema e Veltroni (non mi permetterei), ma per dimostrare che, al contrario di molti italiani, quei due fuori dalla politica hanno delle opportunità lavorative molto concrete e di sicuro successo.

3) La contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni.
Si dice che, con le dimissioni di Veltroni, si aprirebbe una guerra per bande. In questa guerra per bande l’attenzione del sistema mediatico realisticamente si focalizzerebbe sulle mosse di D’Alema. Senza l’impressione che D’Alema abbia in serbo delle mosse, perché, mettiamo, sta preparando un corso universitario, questa narrazione dei fatti sarebbe spiazzata.
In questo contesto, è interessante interrogarsi sulle speranze del PD. La speranza del PD, al di là di IDV, UDC, grande sinistra e altre amenità, al momento è soltanto una: la fine politica di Berlusconi, che dopo le elezioni del 2008 è facile far combaciare nella sua fine tout court. La morte è entrata in politica. I recenti pettegolezzi su Veltroni vengono dopo anni di pettegolezzi su Berlusconi, quindi non possiamo lamentarci. Ci salverà forse l’opinione pubblica? Sarà, ma io non ci credo.
Che cosa rimarrà, dopo la sparizione di D’Alema e Veltroni? Enrico Letta. Non è il personaggio più carismatico della politica italiana, ma Veltroni non è un leader carismatico che può garantirci il seguito delle masse, stando ai fatti. Letta non ci farà precipitare di più nei sondaggi, ne sono convinto. In più, è il caso di considerare alcuni fatti: 1) Letta ha studiato. 2) Letta conosce l’Europa. 3) Letta sa di cosa parla quando parla di economia. 4) Letta conosce meglio i problemi del Nord. 5) Nonostante sia in giro da meno tempo di D’Alema e Veltroni, Letta ha costruito un gruppo dirigente più preparato. Io ho avuto occasione di conoscerli, e sono veramente bravi. Se non ci credete, vi invito a informarvi. 6) Letta è relativamente giovane: non facciamolo invecchiare.
Personalmente, mi è capitato sovente di vergognarmi per aver creduto eccessivamente nel PD, ma non mi sono certo vergognato di aver partecipato alle primarie appoggiando Enrico Letta, perché non sono riuscito a confutare questi sei buoni motivi e in particolare il numero 5 è decisivo, dato che D’Alema, Veltroni e altri cosiddetti “big” sono direttamente responsabili del decadimento della classe dirigente, mentre Letta ha invertito la tendenza.
Lo stesso Letta probabilmente (anzi, sicuramente) sostiene che in questo momento la successione di Veltroni non sia in discussione. La sua opinione è legittima ma a mio avviso è sbagliata: Letta, visto com’è messo oggi il PD, ricade a sua volta nell’errore di Bersani. Inoltre, i giornali diranno che Letta è “l’uomo di D’Alema”. Con la contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni dalla vita politica italiana possiamo risolvere questo problema e sperare nella sparizione a catena della maggior parte dei cosiddetti “big” incapaci di farsi da parte dopo una sconfitta, come se il progetto del Partito Democratico dipendesse dalle loro vicende personali. Il risultato è 19,61%.
Io non vedo altre strade. Si tratta di convincerli. Poi possiamo parlare d’altro, perché il progetto del Partito Democratico ha ancora molto da dire nella politica italiana. Purtroppo con questi pesi morti io ormai penso che non possa più andare avanti, ma soltanto indietro.

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3 Responses to “La contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni dalla vita politica italiana.”

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