“La presidenza europea mi ha cambiato”. Con queste parole il premier francese Nicolas Sarkozy ha celebrato il suo commiato dalla presidenza del Consiglio Europeo, in un discorso pronunciato ieri al Parlamento Europeo. La sua azione politica europea è stata una delle più significative di questi ultimi anni. Proviamo a fare un primo bilancio della sua presidenza.
Nicolas Sarkozy fu eletto nel maggio 2007 con la promessa di riportare la Francia in Europa dopo la rottura del referendum 2005. Per due anni Parigi si era data latitante in Europa. Anzi, la crisi con Bruxelles era anche precedente. Nel 2000 fu Jacques Chirac a mettere nella palude di Nizza le istituzioni europee in conclusione della precedente presidenza francese. Invano esse avevano tentato di uscirne dandosi una Costituzione.
A questa promessa elettorale Sarkozy diede seguito impegnandosi per la riformulazione delle regole europee sotto il trattato di Lisbona. Sarkozy gustava già il giorno in cui si sarebbe completata la ratifica sotto la sua presidenza, ma subito arrivò la prima gelata certamente fuori stagione. In giugno l’Irlanda gettava alle ortiche il trattato con un altro referendum, così come accadde con Nizza. Situazione bloccata quindi sul versante istituzionale, ormai in una glaciazione apparente, malgrado proseguano le ratifiche dei paesi ritardatari. Solo tre mancano ad oggi all’appello: Repubblica Ceca, Polonia e per l’appunto Irlanda.
Il presidente francese si rivela indomito. Non si abbatte e punta su un altro suo pallino: l’Unione del Mediterraneo. Una proposta molto ambiziosa, parzialmente ridimensionata dalla Germania che teme una spaccatura dell’Europa: diventa quindi l’Unione per il Mediterraneo. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, questione di punti di vista. Il caldo torrido arriva d’agosto, questo è certo, ma scommettere su un agosto infuocato in Russia non è proprio un evento usuale. Eppure scoppia l’incendio del Caucaso tra Mosca e Tblisi. Un’ottima occasione per Sarkozy per dimostrare al mondo che il suo iper-attivismo non è velleitario e che l’Europa può essere altrettanto ambiziosa quanto egli ha dimostrato di essere. Il pompiere francese parte per l’Oriente per spegnere le fiamme che divampano alle frontiere europee. Un azzardo forse, perché la missione non era stata autorizzata dai partner europei che hanno tra loro opinioni divergenti sui rapporti con Mosca, ma in fin dei conti essa si risolve in un successo.
Tempo bizzarro certo, ma la tempesta è ancora lontana da arrivare. Si notano le prime minacciose avvisaglie in settembre, quando falliscono le prime banche americane. Ancora una volta la Francia si lancia d’impeto in una critica al capitalismo sregolato e senza controllo professato dai vertici della finanza. Un’ennesima conferma della teoria francese secondo cui un governo monetario per l’Europa è insufficiente senza una governance economica. Anzi, poiché l’occasione della presidenza di turno permette alla Francia di far le cose in grande, meglio ancora promuovere una vera e propria nuova Bretton Woods. La crisi economica diventa da una mareggiata una tormenta, anzi il tormento di ogni capo di governo del mondo. Come farvi fronte? Come un enorme tsunami colpisce Stati Uniti, Giappone, Europa, Russia, sino alle economie emergenti di Cina e India. Il mondo cerca una guida, che intravede con l’elezione di Obama, ma che ancora è latitante. Sarkozy si propone quindi come punto di riferimento europeo. Pone i problemi sul tavolo e avanza le proposte per risolverli. Non dispone dei poteri esecutivi di un presidente eletto, ma riesce a far approvare le proprie idee.
Nell’occhio del ciclone
Il vertice di Bruxelles che chiude la Presidenza Francese dell’Unione Europea appare come la calma apparente dell’occhio del ciclone. Grazie all’innegabile abilità della diplomazia transalpina, i 27 stati membri sono riusciti a trovare un accordo su alcuni punti fondamentali. Lisbona forse vedrà la luce infatti dopo le mille peripezie della Costituzione grazie alla decisione di sottoporre nuovamente il trattato a un referendum popolare in Irlanda, il paese che sei mesi fa lo bocciò. La situazione oggi è radicalmente mutata dal punto di vista economico (il paese è in piena recessione) e molteplici rassicurazioni sono state accordate.
La crisi economica non troverà ancora una soluzione per molti mesi probabilmente, ma gli europei si sono dati una bussola e trovare la strada per come uscirne. Gli stati mobiliteranno risorse pari a 1,5% del PIL destinate al rilancio, la Commissione avrà la possibilità di avanzare proposte da sottoporre agli stati per spendere un budget di 5 miliardi di euro aggiuntivi, ma le regole fissate a Maastricht saranno sospese per due anni e nuove disposizioni fiscali ridurranno le tasse sugli scambi commerciali. Infine l’Europa ha deciso di dare l’esempio sul pacchetto energia-ambiente. Un dossier importante sul quale il presidente eletto degli USA Obama promette di trasformare il sistema produttivo del suo paese. L’Europa, che si era impegnata a ridurre i gas serra e investire in energie rinnovabili è riuscita a trovare un accordo politicamente condiviso anche con le economie più energivore (es. Germania, Polonia e Italia).
I problemi dell’Europa non sono risolti, ma una luce si intravede alla fine del tunnel. Le intemperie che i 27 devono ancora superare sono numerose già la prima è dietro l’angolo: il rischio di un lunghissimo e gelido inverno di origine ceca. Attenti lassù a Bruxelles: siamo ancora nell’occhio del ciclone, in pieno sturm und drang.


































Matteo Minchio
Nato a Mariano Comense nel 1983, é cofondatore de Lo Spazio della Politica, coordinatore del team LSDP di Bruxelles e lavora alla Commissione Europea. Per LSDP si occupa di geopolitica dell’Unione Europea e delle relazioni tra stati membri e istituzioni comunitarie.