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21 gen
La carta verde di Obama
“Imbriglieremo il sole e i venti e il suolo per alimentare le nostre auto e mandare avanti le nostre fabbriche.” B. Obama, Discorso d’insediamento alla Casa Bianca

Barack Obama ha più volte dichiarato di voler trasformare gli Stati Uniti in una ‘Low-Carbon Economy’, un’economia a basse emissioni di carbonio. I segnali di un possibile cambiamento sono già visibili nel passaggio di consegne tra Samuel Wright Bodman III e Steven Chu al comando del Dipartimento per l’energia (DOE).
A partire dal 2005, Sam Bodman è stato il capo del Dipartimento per l’energia dell’amministrazione di George W. Bush. La nomina aveva sorpreso a causa della sua minima esperienza nel settore. I suoi proclami verso un’economia dell’idrogeno si contrapponevano al segreto ma forte sostegno nei confronti del nucleare, del carbone e delle perforazioni nelle aree protette degli Stati Uniti. Durante il suo incarico ha sempre mantenuto un basso profilo, permettendo a Dick Cheney di mantenere fermamente il controllo della politica energetica americana.

Il premio Nobel per la fisica Steven Chu è il nuovo Segretario del DOE, nonché uomo simbolo del green team di Obama.
Lo scienziato è alla direzione del Lawrence Berkeley Lab, dove si fa ricerca su efficienza energetica, accumulo dell’energia e fonti alternative. Le strategie che adotterà Chu per contrastare il global warming saranno incentrate sulla minimizzazione della dispersione dell’energia, sulle nanotecnologie applicate al fotovoltaico e i biocombustibili di ultima generazione. Il nuovo capo del Dipartimento per l’energia è famoso anche per aver posto agli scienziati che dirige l’obiettivo ideale non solo di fermare il cambiamento climatico, ma di invertirne il corso. Chu ha inoltre più volte definito pubblicamente il carbone come “il mio più grande incubo”, non avendo peraltro grande fiducia nella Carbon Capture and Storage e sul nucleare. Se Bush quindi è stato il presidente del petrolio, Obama vuole essere quello dell’ambiente.

Per il momento, tempi e dettagli dei piani “verdi” di Obama restano strettamente riservati. Il programma non si discosta comunque molto dal pacchetto 20-20-20 pensato dall’Unione Europea, con la differenza che in questo caso il numero è il 10. Mettere fine entro 10 anni alla dipendenza energetica da Medioriente e Sudamerica; 10% di rinnovabili al 2012; taglio del 10% nell’uso di energia elettrica nei prossimi 15 anni. Nelle strategie della “green economy” americana devono essere aggiunti gli obiettivi di 1 milione di auto ibride entro il 2015, regole sui chilometraggi delle auto private ed una consistente conversione ai biocarburanti.
I cambiamenti climatici rappresentano per Obama la seconda priorità dopo la crisi economica. La volontà del presidente neo-eletto è quella di affermare la leadership americana sul tema dei cambiamenti climatici in modo da aumentare la sicurezza e creare milioni di “green jobs”. Come si realizzerà il new deal verde auspicato non è ancora chiaro. Si sa comunque che il team del nuovo Presidente sta studiando strumenti per incentivare gli investitori a utilizzare 7,7 miliardi di dollari di sgravi fiscali in progetti legati soprattutto al fotovoltaico ed all’eolico. Tali progetti – spiega Dan Reicher, consigliere per l’energia e l’ambiente di Obama – resterebbero, in tempi di recessione, largamente non sovvenzionati. Reicher racconta anche che Obama pensa a incentivi ulteriori, da inserire nello “stimulus plan” che il nuovo Presidente firmerà subito dopo la sua investitura, e che dovrebbero superare le misure votate dal Congresso il 3 ottobre: 1,9 miliardi di tagli alle tasse nei prossimi otto anni per il settore dell’energia solare e 5,8 di incentivi fiscali per la produzione di energia pulita, come eolico, geotermico, biomassa.

Improvvisamente l’ambiente è in prima fila nella politica americana. Nel mezzo della crisi economica la luce in fondo al tunnel è la nuova economia verde promessa da Obama. Per realizzarla potrebbero essere necessari 150 miliardi di dollari di investimenti in 10 anni che porterebbero 5 milioni di nuovi posti di lavoro. Speriamo che questo cambiamento si realizzi e che aiuti l’Europa ma soprattutto l’Italia ad essere più audace.

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