È difficile, ora come ora, comprendere cosa significhi la parola riformismo. È difficile perché, come per molte parole correnti al giorno d’oggi, è problematico rintracciare una definizione corretta. Non dirò: è difficile rintracciare lo schieramento d’appartenenza. Per un Paese capace di coltivare un proprio interesse nazionale è del tutto evidente che molte parole non solo possano ma debbano anzitutto risultare condivise da tutti i partecipanti al gioco democratico. Di esempi ce ne sono a decine, tuttavia credo basti questo per intendersi: politica estera. Ma molte parole – troppe, oramai – sono dette ovunque e comunque, e diviene difficile orientarsi. Riformismo è tra queste, e l’insieme potrebbe facilmente riempirsi: infrastrutture (tutti le vogliono), laicità (tutti la professano, salvo poi affrontare vicende come quella di Eluana), innovazione (e chi non innova al giorno d’oggi?), sicurezza (vuoi mettere?), etc. Non aiuta, in tal senso, leggere allora le parole che Walter Veltroni ha riferito in una intervista a Il Sole 24 Ore:
Il problema dell’Italia è che non ha mai avuto una storia riformista: non c’è mai stato nulla di paragonabile a una Thatcher o a un Blair, a un Brandt o a un Aznar.
Il punto non è fare della facile ironia. Il punto è comprendere dietro quale riformismo ci stiamo schierando quando includiamo, tra i riformisti, politici quali la Thatcher o Aznar. È un problema d’identità, un problema che il Partito Democratico sta scontando pesantemente. Perché non c’è partito senza identità. Giro la domanda: quale definizione il PD riesce a formulare pensando alle parole contese della politica? Cosa abbiamo in mente quando diciamo riformismo o innovazione o laicità o sicurezza? Non sono domande banali e, di certo, non sono domande semplici. Ma sono domande alle quali un programma di un partito dovrebbe dare risposta.
Ma ciò non basta ancora, perché dietro il nome della Thatcher si nasconde qualcosa di più d’una semplice mancanza di chiarezza. Dietro quel nome c’è una visione d’una economia che oggi sconta le proprie pene, un reaganismo che Obama, per esempio, ha dichiarato oramai morto e superato, un liberismo economico che ha inflitto un duro colpo alla sovranità statale e alle sue regolamentazioni necessarie. E senza scomodare Obama: quell’euforia del libero mercato è la madre della crisi odierna. Ecco, è difficile affrontare il tema della crisi economica e poi guardare proprio alla Thatcher come modello d’un riformismo che il nostro paese non ha saputo intraprendere.
Eppure un qualche segnale di chiarezza anche il Partito Democratico riesce a darlo, a volte persino nel corso dei propri periodi più bui. Mi riferisco alla Direzione Nazionale del 19 dicembre. Come è stato detto, ci si sarebbe aspettati, da quell’occasione, qualcosa in più d’un semplice chiarimento: con ogni probabilità sarebbe servito un messaggio di cambiamento concreto, un gesto – un simbolo – capace di rianimare l’entusiasmo per un progetto che ha perduto la spinta iniziale che lo aveva caratterizzato. Tutto questo non è avvenuto, ma nel discorso che lo stesso Veltroni tenne quel 19 dicembre è possibile rintracciare qualcosa di positivo. Verso quale direzione? Verso quella di comprendere proprio la parola dalla quale siamo partiti: riformismo. Quale riformismo ha in mente il PD?
La crisi, con ogni probabilità, non ha ancora manifestato la propria forza nei confronti dell’economia reale. È però ovvio, a ben guardare, che due elementi non possono che far pensare. Il primo è l’aumento al ricorso alla cassa integrazione. Lo scenario più negativo, ma anche più realistico, coincide con la prospettiva del mancato reintegro dei lavoratori in questa situazione all’interno della propria mansione. La seconda è la quantità di contratti precari che, qualora non venissero rinnovati, produrrebbero un notevole numero di disoccupati dall’oggi al domani. Questa, allora, la proposta del PD:
Innovazione, per noi, significa un sistema capace di sostenere tutti i lavoratori, al di là del contratto, del settore e delle dimensioni dell’impresa nella quale operano, nel momento in cui ne hanno bisogno. Uniche condizioni: l’impegno per la riqualificazione professionale e la disponibilità ad accettare un nuovo lavoro.
Proponiamo un sussidio unico di disoccupazione, che sostituisca gli attuali istituti, che sia della durata massima di due anni, che sia finanziato in via assicurativa e sia strettamente collegato a politiche di formazione, di riqualificazione e reimpiego.
Accanto a questo, proponiamo l’introduzione di un reddito minimo garantito, che contrasti la povertà anche tra chi lavora solo per brevi periodi di tempo o tra chi non ha un lavoro da molto tempo. Un istituto di welfare universale che esiste in quasi tutti i paesi europei e che costituisce il completamento degli istituti di tutela del reddito.
Si tratta di parole concrete. Si tratta della creazione d’un sistema d’ammortizzatori sociali – già presenti in Europa – che, oggi più che mai, potrebbero dimostrarsi essenziali per frenare un ascensore sociale impazzito a causa dei pessimi dati dell’economia. Si tratta, inoltre, d’una più equa ripartizione di quegli strumenti d’aiuto di cui, spesso, godono i lavoratori delle grandi aziende ma che, invece, risultano del tutto sconosciuti ai lavoratori delle piccole aziende o, peggio, ai giovani assunti – specie se precari.
Queste proposte non sono nuove. È possibile leggerle nel testo di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, ed è importate che il PD le faccia proprie. Attenzione: è evidente che nessuna idea può risultare come la panacea a qualunque male, e a questa regola non sfuggono neppure le proposte di Boeri e Garibaldi. Ma affinché ci sia un’effettiva chiarificazione delle definizione dei termini che abbiamo in mente, è necessario che quelle idee siano discusse, pensate, digerite e comprese. Questo significa appropriarsi d’una idea: non una semplice acquisizione mnemonica, ma una riflessione profonda e condivisa. Se percorreremo questa strada, forse diventeremo un partito capace di offrire una propria visione del futuro, un partito in grado di rispondere alla crisi che lo sta investendo e che, soprattutto, sta investendo il Paese.









