Parto dall’intervista di ieri a Sandro Gozi sulle pagine de La Repubblica. Leggetela, poi si comincia. La questione che vuole, in questi giorni, giovani contro vecchi tra le fila del Partito Democratico è un tema che indica, meglio di molti altri particolari, il livello al quale sta precipitando la discussione pubblica italiana. Come per molti temi tutto è ridotto a una deludente semplificazione, inutile a spiegare la realtà ma molto utile per renderla comprensibile a chi della realtà non è solito capire nulla.
Il punto è, evidentemente, un altro, e riguarda la qualità dell’attuale ceto dirigente italiano. Come vedete il contesto è più ampio, ed il PD ne è una parte. Premessa: una classe dirigente – politica o economica che sia – coltiva una funzione radicalmente rivolta al futuro. Certo, è possibile immaginare una classe dirigente che pensi solamente all’oggi, al guadagno immediato, ma le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. L’esempio è semplice: avere avuto in questi anni un ceto dirigente motivato solo al guadagno personale e all’utile immediato non ha aiutato – né aiuterà – il Paese a sviluppare gli anticorpi utili ad affrontare la crisi economica che ci ha investito. La questione non è solo essere economicamente e finanziariamente impreparati. La questione, piuttosto, è non avere strumenti di comprensione adeguati rispetto quanto sta succedendo. Certo, qualche mosca bianca – o Cassandra – l’abbiamo pure avuta (Guido Rossi, innanzitutto), ma mentre si preparavano strumenti finanziari al limite dell’incredibile, nessuno ha preso la briga di provare ad immaginare cosa poi sarebbe accaduto. Il futuro non ci riguarda. Sarò dunque diretto. Non interessa a nessuno – o non dovrebbe interessare a nessuno – la sterile opposizione tra trentenni e sessantenni declinata nel paradigma giovani vs. vecchi: se questo è il livello, allora sbrighiamoci a fare le valigie, nascondiamo le posate Ikea – l’argento l’abbiamo già venduto – e scappiamo. Chiediamoci piuttosto questo: l’attuale classe dirigente italiana è in grado di comprendere quanto sta avvenendo attualmente nel mondo? E sia chiaro: se la risposta è no, la situazione non è affatto buona. Avessimo anche un’intera classe dirigente di ottantenni preparatissimi, colti, il problema neppure si porrebbe. Ce li terremmo stretti. Ma così non è.
Il deficit che l’Italia oggi sconta è un deficit di preparazione e di formazione, due ambiti nei quali pochissimi investimenti vanno a confluire e, rispetto ai quali, l’attuale presunta elite si trova in grave carenza. Ripeto: la carenza è una carenza culturale innanzitutto. I migliori si sono formati all’interno di un mainstream economico e finanziario più vicino alle scommesse ippiche che alla cultura di un Keynes, i peggiori non hanno neppure letto l’abcedario alle elementari. Per la politica è la medesima cosa. Esistono – e ci mancherebbe – personaggi di qualità, ma solo pochissimi hanno saputo rivolgere le proprie attenzioni alla formazione e alla studio. Lo dicevamo: se una classe dirigente ha l’obbligo di rivolgere lo sguardo oltre l’immediato, quella italiana s’è consumata ad osservare la terra sotto i propri piedi. E ora, chi resta? Cosa resta? Quale testi si sono sfogliati – letti è già troppo – per avere una capacità di guardare al mondo con spirito critico e consapevole?
La destra italiana, per la stragrande maggioranza dei propri rappresentanti, ha fatto dell’immediatezza la propria bandiera. Il ragionamento è semplice, e per questo riesce a passare con una forza disarmante: l’utile è adesso. Il problema sicurezza e immigrazione è ridotto alla cronaca quotidiana. La crisi economica passerà dicendo che tutto va bene e che domani – il giorno dopo, s’intende – andrà ancora meglio. La parola investimento nemmeno risuona (mi permetto, in questo senso, un riferimento personale: nel prossimo speciale di Limes, “Esiste l’Italia?”, il pezzo di Carlo Galli, frutto di un’intervista realizzata da me e Moris Gasparri, corre esattamente verso queste riflessioni. Si tratta d’un pezzo da leggere). Quel che è possibile immaginare è che questa visione appiattita al presente delle vicende che globalmente stanno rivolgendo letteralmente il mondo, farà scontare al Paese uno scenario che vedrà l’Italia sempre più periferia di un mondo che, per quanto globale, si assesterà su centri di potere nuovi e rimodellati. Probabilmente già siamo sulla buona strada, ma è bene cambiare rotta, perché se il resto del mondo può tranquillamente fare a meno di noi – e già ne fa meno – desta un poco di preoccupazione in più il fatto che l’Italia non può fare a meno d’uno scenario globale.
Il Partito Democratico, rispetto questo appiattimento, è purtroppo non molto lontano dai propri antagonisti. Gozi l’ha espresso bene rispetto le tematiche d’ordine economico di cui il PD ha offerto una propria spiegazione. Ma l’elenco potrebbe essere più lungo e deprimente: cito Alitalia e testamento biologico, tanto per rendere l’idea. Ecco, siamo giunti al punto. A deprimere nell’attuale scenario politico italiano non è davvero la capacità d’usare internet (l’incapacità, pardon). A deprimere è che la discussione sia ridotta a contrapposizioni fantastiche. Fuori tutto sta mutando con una velocità pazzesca, e molto sarà da reinventare. Dentro ci scambiamo accuse controllando l’anno di nascita e l’età. Pazzesco, perché per comprendere il cambiamento quel che serve è solo una preparazione adeguata. La questione è il merito, la capacità. Cambiamo domanda, allora: l’attuale classe dirigente italiana è meritevole? E, più in particolare, l’attuale dirigenza del PD è preparata? La mia impressione è che non lo sia e che da troppo tempo si stia autoconservando e che, ancora più colpevolmente, non si stia facendo nulla per investire in una nuova classe dirigente. In questo senso le parole di Gozi sono perfette: “Alle europee, invece dei soliti ripescati, proviamo a candidare gente competente, che magari conosce anche qualche lingua”, e, chioso io, formiamo giovani attraverso l’esperienza del parlamento europeo. Tornati in Italia, probabilmente, avranno un’esperienza da spendere notevole. La Campagna d’Europa che stiamo realizzando con Lo Spazio della Politica si muove proprio in questo senso.
Lasciamo a chi vuole ridurre tutto a semplificazioni banali l’eterna lotta fra giovani e vecchi, e teniamoci la capacità di salvaguardare la formazione e la preparazione. È con le idee che si deve fare politica.









