Master Affari Politicin
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15 mar
Relegare la poverta’ in un museo

La settimana scorsa Muhammad Yunus era in Italia, ha fatto tappa a Roma e Milano per parlare di microcredito e social business ovvero della nuova frontiera del capitalismo, se letta dalla prospettiva di chi si pone come obiettivo primario quello di eliminare del tutto quelle fasce di povertà estrema (ampiamente evitabili) che ancora oggi sono presenti in gran parte del pianeta.
Yunus ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2006 insieme alla Grameen Bank del Bangladesh, la sua banca privata. “Grameen” in bengali significa villaggio, per cui la Grameen è la banca del villaggio. E in effetti la storia di professor Yunus inizia nel 1974 nel villaggio di Jobra, vicino alla grande città portuale di Chittagong.

Letteralmente scandalizzato dalla povertà estrema che circondava il campus dell’Università di Chittagong – presso la quale era docente di Economia – Yunus decide di conoscere di persona la realtà dei villaggi. Qui incontra una donna, la quale gli racconta in che modo gli strozzini riescono a piegare le vite dei bisognosi alla dipendenza perenne nei loro confronti. Yunus decide di scoprire quante persone in quel villaggio si trovano nelle mani dei moneylanders: la lista finale contiene i nomi di 42 persone, per un debito complessivo di 27 dollari. Solo 27 dollari: Yunus paga per loro, le loro vite tornano libere; Yunus gli dà altri soldi per iniziare una nuova attività, loro gli restituiscono ogni soldo prestato. Nasce così la figura del “banchiere dei poveri”; la Grameen Bank arriverà nel 1983, dopo una serie di peripezie burocratiche.
Yunus – lo ha ricordato anche a Milano – dice che i poveri sono come i bonsai: “se prendi il seme dell’albero più alto della foresta e lo metti in un vaso da fiori ottieni un bonsai; l’albero è perfetto, il problema non sta nel seme ma nella base”. Ecco, i poveri sono come i bonsai: il difetto non risiede nelle loro capacità ma nella società, perché non concede spazi adeguati. Per cui la povertà non è causata dai poveri ma dalle politiche che vengono adottate. Quelle persone hanno solo bisogno di un’opportunità per sviluppare il loro potenziale creativo di esseri umani. E questa possibilità si chiama anzitutto microcredito.
La Grameen Bank ha avuto successo soprattutto perché è una banca che funziona “al contrario” rispetto a quelle tradizionali. Yunus dice che l’economia è una scienza sociale e deve guardare all’interesse delle persone, per cui la Grameen ha scelto di usare i soldi per garantire alle sue clienti la possibilità di iniziare un’attività produttiva e quindi di disegnare una prospettiva di vita per le loro famiglie. Come? La Grameen è un sistema radicato nel territorio che mobilità il proprio capitale, ogni filiale funziona così in maniera autonoma: non c’è nessun trasferimento di capitali dalla sede centrale di Dhaka alle filiali dei villaggi. Oltretutto alla Grameen non è il povero che va alla banca ma è la banca che va al povero: nel primo libro di Yunus (“Il banchiere dei poveri”, 1998) c’è scritto chiaro e tondo che i funzionari della Grameen non sono pagati per stare seduti in ufficio ma il loro lavoro consiste nel raggiungere le proprie clienti nei villaggi e discutere insieme a loro le strategie più appropriate per venire incontro ai loro bisogni. Infatti le clienti della banca sono anche le proprietarie della stessa. La Grameen ha già raggiunto 8 milioni di clienti in Bangladesh e il suo modello è stato replicato in decine di Paesi, compresi gli Stati Uniti e probabilmente a breve l’Italia.

Dal microcredito al social business.
Yunus parla di social business, cioè di quel tipo di impresa che persegue solo finalità sociali: è un business vero e proprio ma senza distribuzione degli utili; una volta coperti tutti i costi di gestione tutti gli utili vengono reinvestiti per migliorare il prodotto sul mercato (che viene venduto a prezzi facilmente accessibili ai poveri) oppure per raggiungere un numero sempre maggiore di persone. Tra i social business già lanciati da Yunus ci sono, ad esempio, Grameen-Phone, Grameen-Health Care e la più recente Grameen-Danone. Altri progetti sono già in fase avanzata, altri in discussione e per tutti vale la stessa regola: dove c’è la parola “Grameen” significa che quella attività “it is for the poor”.
Lo stesso Yunus sostiene con forza il concetto di social business e lancia accuse pesantissime al capitalismo: lo abbiamo interpretato in maniera troppo stretta, ha creato uomini “unidimensionali” che vivono in funzione del profitto. Ma il profitto fine a se stesso non ha senso, l’economia è una scienza sociale.
“Il banchiere dei poveri” a Milano ha concluso il suo intervento dicendo che nel giro di 50 anni relegheremo la povertà in un museo, esisterà solo dentro un museo, sarà roba del passato. E questo sarà possibile anche e soprattutto grazie alla diffusione capillare del microcredito e al dilagare del social business: “se una parte dei denari delle fondazioni fosse dato per il business sociale il denaro tornerebbe indietro” per autofinanziare sempre nuovi obiettivi sociali.

Forse Yunus ha ragione, qualcosa si sta muovendo. Anche il mondo delle charities sta cambiando, a sostegno del social business. E non si tratta solo del denaro delle fondazioni. Sta nascendo un fenomeno nuovo che si chiama “philantrocapitalism”.

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