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30 apr
Come cambia l’America
di Alessandro Aresu       sezione: Politica globale

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Barack Hussein Obama è diventato un genere letterario anche in Italia. Questo genere letterario è esploso, com’è comprensibile, a partire dall’avventura delle primarie 2008. Eppure pochi testi riescono a restituire l’esperienza che ha portato Obama alla Casa Bianca con l’acume del recente “Come cambia l’America” di Mattia Diletti, Martino Mazzonis e Mattia Toaldo, pubblicato dalla neonata Edizioni dell’Asino.

Il libro nasce come un reportage e non vuole essere un testo di studio, ma in realtà prende il meglio da entrambi, perché è esauriente e allo stesso tempo di facile lettura. Soffermiamoci brevemente su alcuni punti interessanti sottolineati dagli autori. Tanto per cominciare, Obama non viene dal nulla. La sua elezione è figlia della rara capacità di “scrivere la biografia di una nazione”. Osservando la politica italiana (che ha giocato a specchiarsi in Obama), la grande mancanza dei progetti politici è proprio questa. In Obama l’America ha trovato uno specchio nella politica, mentre la metafora classica della situazione italiana prevede soltanto i frammenti.
Obama è un destino demografico che ha fatto parlare perfino della “fine dell’uomo bianco”: i bianchi del resto saranno una minoranza negli Stati Uniti del 2040. Attenzione, però: Obama ha conquistato il “suo” popolo, senza tuttavia ghettizzarsi. Ha conquistato i giovani. Ha conquistato le donne. Ha conquistato gli ispanici e gli altri immigrati. Ha messo su una macchina che portato la gente a votare. Ha conquistato alcuni stati-chiave. Insomma, non è stato un “fenomeno”, ma qualcosa di più. Samuel Huntington, il politologo scomparso a fine 2008, aveva dato la sua ultima zampata con “Who Are We?”, un libro incentrato sulle conseguenze politiche dei cambiamenti razziali della società americana. Alla domanda “chi siamo?” l’America ha dato una risposta con le elezioni. Perciò Obama non è solo una storia da raccontare, è – potenzialmente – il racconto di un’epoca che si scrive soprattutto al futuro. E che, tuttavia, per mettere insieme le prime parole, evoca l’idea di una “fondazione”. In questo sta la sua sapienza. Obama non ha detto soltanto “change”. Ha detto anche e soprattutto “We the people”, con l’intenzione di unire l’America in una nuova narrazione, che non è – solo – una favola. Alcuni passaggi del discorso sul reverendo Wright, ripresi nel libro, illuminano a dovere quest’aspetto.
Obama ha avuto una straordinaria capacità organizzativa. È stato in grado di costruire una squadra efficace, i cui membri non si sono (ancora) danneggiati l’un l’altro. La sua vittoria è figlia dell’originalità della politica orizzontale e di un potere di mobilitazione senza precedenti. Gli autori di “Come cambia l’America” riescono a collocare tutto ciò in prospettiva, per esempio ricordando le intuizioni di Howard Dean. Obama è riuscito ad aggiornare tutto questo, e soprattutto, a riempirlo di partecipazione e… di soldi. Nella politica americana, come spiegano gli autori, non si può raggiungere uno scopo senza grandi capitali. Obama è stato in grado di gestirli, sopravvivendo alla sua stessa icona, anche per via del suo approccio pragmatico alla politica. Quando Obama parla di “realismo dei valori” e di post-partisanship, queste parole significano qualcosa. Sulla bocca di molti altri, non significano nulla o quasi.
Quella di Obama non è stata solo un’elezione. È stata un’impresa. L’avventura ha portato un ritorno, come nella migliore tradizione del rischio. Come ha scritto Raffaele Mauro, “una start-up ha raggiunto la Casa Bianca”. Quanto alla personalità, Obama non ha mai perso un colpo durante la campagna elettorale. A partire da un certo punto, è apparso il “Presidente” e non più il “giovane professore”. Quando in un dibattito estivo il Reverendo Warren gli aveva chiesto in che modo dobbiamo rapportarci al male nel mondo, Obama era parso stato cauto e professorale, forse memore delle letture di Reinhold Niebuhr sulla fallacia di ogni divisione manichea. Alla stessa domanda il senatore dell’Arizona aveva risposto prontamente: “Defeat it”. E giù applausi. Poi Obama ha imparato la lezione, e infatti da Presidente dichiara con convinzione di voler “distruggere i nemici” degli Stati Uniti. In questo colpo di reni è tornata ancora una volta la strategia: il tema è diventato la crisi finanziaria, e Obama ha saputo insistervi in modo intelligente. Nonostante le critiche di alcuni esperti (le più stimolanti sono quelle di Martin Wolf del Financial Times) l’America di Obama  si confronta con la crisi, con l’indebitamento, con la tragedia della casa. Nelle scelte di politica estera non c’è ancora una “grande strategia”, ma c’è un pragmatismo che va oltre idee come “la nazione indispensabile” (Albright/Clinton) o “l’asse del male” (Bush).
In definitiva, il merito di questo testo sta nella sua capacità di far entrare il lettore nel dibattito americano e  di porre questioni che hanno carattere sia globale che locale. Il 2 aprile, nella conferenza stampa in chiusura del G20 di Londra, Obama ha ricordato che prima di agire da “presidente del mondo”  dovrà rispondere ai suoi elettori della capacità di far rivivere l’American Dream. Nel mentre i leader del G20 lo caricavano di una responsabilità globale. Leggendo il libro di Diletti, Mazzonis e Toaldo si comprende come la strada sia in salita e allo stesso tempo percorribile. Per ora il punto fondamentale è che l’America è veramente cambiata, e Obama ha avuto la singolare capacità di governare il cambiamento. Forse l’incognita, oggi, riguarda tutti gli altri paesi, a partire dal nostro: quello che è successo negli Stati Uniti ci ha sorpreso. Ha portato avanti un’idea di politica che ci affascina e allo stesso tempo ci lascia spaesati, che ci porta a tracciare analogie forzate e perlopiù maccheroniche. L’elezione di Obama è uno di quei momenti in cui viene spontaneo dire che il mondo non sarà più come prima. In realtà, il mondo ha sempre una straordinaria capacità di adattarsi.

(pubblicato su La Nuova Sardegna il 27 aprile 2009)

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