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Torniamo ad occuparci di India, alla luce del risultato delle elezioni politiche. L’esito del voto, con la schiacciante vittoria del Congress Party di Sonia Gandhi e del premier uscente Manmohan Singh, è stato sorprendente. Nessuno, nemmeno nella stampa internazionale, aveva previsto alla vigilia questo risultato. Chi parlava della crisi dei due “Leviatani”, vale a dire dei due storici partiti nazionali, il Congress Party ed il Bharatyia Janata Party (la destra nazionalista) a fronte del peso crescente e potenzialmente determinante dei partiti regionali come quello guidato dalla leader dalit Mayawati, ha già pronta la candidatura per il premio sulle migliori previsioni sbagliate del 2009.

Più che l’analisi dei dati elettorali (per chi voglia approfondire questo aspetto qui e qui trovate due interessanti articoli in italiano) è però importante chiedersi cosa questo risultato può rappresentare per il futuro politico dell’India e per le sue ambizioni di attore globale. Le risposte sono due, una riguarda il piano esterno e l’altra il piano interno. Partiamo dal primo aspetto. La conferma di una leadership uscente – e questa volta con una maggioranza ampia e non sottoposta a troppi vincoli di coalizione – è un fatto importante e nuovo per la politica indiana. Qualche tempo fa Stephen Walt ha inserito l’India nella graduatoria dei paesi cosiddetti “under-achievers”, vale a dire quei paesi che non riescono a tradurre fattori quantitativi di potere interno – peso economico, territoriale, demografico, tutti aspetti su cui l’India è oggi un gigante effettivo sulla scena globale – in influenza politica sulla scena internazionale. Una prova si è avuta allo scorso G20 di Londra, dove l’India ha recitato un ruolo di comprimario, se non altro dal punto di vista mediatico. Siccome esercitare influenza nella scena internazionale è compito e responsabilità delle classi dirigenti, in primis quelle politiche, il risultato elettorale può ora consentire all’India di colmare una delle cause strutturali di questo deficit politico, vale a dire l’instabilità dei suoi governi. Restano però i nodi da sciogliere. Brutalmente, nel mondo di Chimerica e di EuRussia dove si posizionerà l’India? Singh ha puntato tutto nella passata legislatura sull’accordo con gli Stati Uniti (riconoscimento dell’India come potenza nucleare vs investimenti americani in India, un po’ come il gas vs tubi del patto russo-tedesco degli anni settanta) nonostante le resistenze interne della sinistra comunista. Però una posizione precisa al momento manca. C’è il rapporto commerciale crescente col Brasile e con il Sudafrica. C’è l’antica amicizia con la Russia. C’è infine una situazione regionale molto incerta, a partire dal rapporto col Pakistan. Nelle geometrie variabili del mondo multipolare questa duttilità potrebbe essere un vantaggio per l’India, a patto di saperla incanalare in una strategia politica precisa.

Veniamo al secondo aspetto, quello interno. L’India attuale rappresenta un grande e complesso laboratorio sociale, come e forse più di quello cinese, come descritto magistralmente dall’ex ambasciatore italiano in India Antonio Armellini nel suo eccellente saggio “L’elefante ha messo le ali“. Da questo punto di vista gli esiti del voto hanno scongiurato il temuto “effetto Mumbai”. La destra hindu del BJP ha infatti puntato molto sulla campagna anti islamica (in India la minoranza più forte, con 120 milioni di persone), alla luce degli attentati terroristici dello scorso novembre, senza risultati. A uscire rafforzato è quindi il disegno costituzionale del “padre fondatore” dell’India moderna, Jawaharlal Nehru, ovvero quello del patto di convivenza democratica tra le varie etnie (l’alleanza di civiltà su cui ha scritto di recente Marta Nussbaum). Un patto che la figura di Manmohan Singh, un esponente della comunità religiosa sikh, incarna direttamente. Ci sono infine le cose che noi occidentali non riusciamo a comprendere, dalla persistenza delle caste (che attenzione agiscono non a livello economico, bensì identitario e di valenza politica), ai livelli record di diseguaglianza, all’incomunicabilità tra i tanti mondi che abitano questa nazione. Cosa succede quando si squarcia il velo su questo aspetto lo dimostra una toccante intervista fatta da Le Monde ad Aravind Adiga, un giovane scrittore indiano appartenente all’elite occidentalizzata e che ha compiuto un lungo reportage negli slum indiani e nelle zone del paese più arretrate. Secondo molti si gioca qui, su questi aspetti, la vera sfida del nuovo governo, più che negli scenari esterni. Ad ogni modo l’India sta attraversando meglio di altri la crisi globale, e questo potrebbe essere un suo vantaggio a livello internazionale.

Per concludere veniamo a noi. Perché l’Italia dovrebbe occuparsi di India? Ora, non sentirete mai un leader politico nazionale affrontare questo tema in pubblico, in tv o sulla carta stampata. Al massimo in qualche forum economico o in qualche convegno accademico, ma anche questo è wishful thinking. Questo perché nel dibattito italiano, e più in generale nel dibattito europeo, c’è stata e continua ad esserci una sottovalutazione dell’India come potenza globale, a fronte del peso dato alla Cina. Semmai si è molto parlato di “Cindia” in questi anni sulla scia del libro di Rampini, senza considerare che la validità di questa formula è stata fatta a pezzi in più occasioni. L’ascesa economica dell’India significa però per l’Italia tre opportunità da non mancare: lo sviluppo di una vasta classe media urbana fortemente attratta dal made in Italy in alcuni settori commerciali strategici per l’economia italiana (le cosiddette quattro A, di cui abbiamo parlato di recente). La possibilità di costruire “reti di cervelli” tra giovani ricercatori e studiosi indiani ed italiani (l’India è demograficamente la nazione più “giovane” tra le nuove potenze emergenti) aspetto su cui siamo molto indietro, visto che in Italia al momento si trovano solo 300 studenti indiani. Infine, la possibilità di stringere alleanze per contare nella nuova architettura allargata delle istituzioni internazionali. Certo, l’India continuerà con ogni probabilità il suo percorso di ascesa indipendentemente dal nostro provincialismo. Però, per i motivi che abbiamo appena elencato, il rapporto con l’India va rafforzato e messo al centro del dibattito sulle strategie della nostra politica estera. Ecco perché interrogarsi sulle prospettive interne di questa nazione è importante, ed è un punto su cui Lo Spazio della Politica sta elaborando dei progetti di cui vi terremo aggiornati.

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