Master Affari Politicin
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26 mag
L’assenza di Europa tra Pd e Pdl
di Matteo Scurati       sezione: Italian politics

 

La competizione sulle prossime elezioni europee si è trasformata in una triste gara ben nota. Sarò il più volgare possibile, tanto per intenderci: chi ce l’ha più lungo? Questa prospettiva non deve stupire: è ovvio che una sfida politica si determini rispetto il successo – o l’insuccesso – contro un avversario politico, ma ciò che sconvolge l’osservatore attento è la totale assenza di contenuti. Francamente, non si può ridurre la discussione alla sola conoscenza della lingua inglese. Questo è il minimo sindacale – quasi non se ne dovrebbe parlare – perché l’Europa è fatta anche d’altro. Si può essere europeisti o totalmente contrari alla UE, ciononostante si deve sapere di cosa si sta parlando: Commissione, Parlamento Europeo, ruolo dei parlamentari. Ma non solo: scenari futuri, piani industriali, Trattato di Lisbona; tanto per citare quel che mi viene in mente senza neppure rifletterci troppo. Di questo non si discute.

La campagna elettorale si è ridotta alla discussione sulle doti amatorie di Silvio Berlusconi. Azzerato ogni contenuto, questo è infatti il passo successivo. L’ho già scritto: buttarla in caciara. Ora, non mi interessa nessuna delle due prospettive possibili. Che questa vicenda venga utilizzata dall’attuale Presidente del Consiglio per accrescere il proprio consenso o che, come sperano il PD, l’Italia dei Valori e persino l’UDC di Casini, tutto ciò determini la caduta del despota, è ininfluente. In fin dei conti, entrambi gli scenari sono gli aspetti di una medaglia comune: la totale incapacità italiana ad elaborare politiche europee. E politiche in generale. Tutto farà brodo, ma arrivate le elezioni, caduto persino Berlusconi, rimarrà una cosa che si chiama Italia e che comporta un interesse nazionale da perseguire; al di là di Noemi, Berlusconi, PD e quant’altro. Peccato non ci si sia preparati ad affrontare nulla di tutto questo.

L’otto giugno, è evidente, si conteranno i voti e si presterà tutta l’attenzione alle elezioni amministrative. Saranno queste il benchmark rispetto il quale valutare i successi e gli insuccessi della campagna elettorale. E mentre continueremo a farci la guerra, rincorrendo le feste di Berlusconi o le sue paranoie giudiziare, l’Italia – ancora una volta – avrà sprecato un’occasione per discutere di come contare in Europa. L’obiezione a questo ragionamento è nota: in fin dei conti, alla gente non interessa delle europee. Inutile perdere tempo a cercare di spiegare politiche comunitarie: troppo difficili e troppo astruse. Questo pregiudizio, molto simile ad un circolo vizioso, è frutto di un errato ragionamento derivato da un atteggiamento generale della politica italiana: l’Europa è un menù al quale attingere a seconda delle convenienze; se ne parla quando e perché fa comodo. Se, per qualche motivo, le decisioni europee sono lontane dall’uno o dall’altro schieramento politico, allora non resta che dimenticarsi della UE. Questa mancanza di una reale visione dell’Europa, e della sua importanza, genera una politica nazionale talmente miope da fuggire dietro il consenso invece di generarlo. “Se l’Europa non interessa, allora non se ne parla”, invece di “Se l’Europa non interessa, allora cerchiamo di farla comprendere”. 

Eppure, per l’Italia la concezione di un proprio interesse nazionale resta un miraggio troppo lontano e vago. Fare sistema per cercare di realizzare in ambito comunitario i propri legittimi interessi è oramai un obiettivo troppo lontano e sfocato per la nostra classe dirigente, tutta attenta a lotte di potere all’interno dei confini. Al solito, ci affidiamo a qualche santo che riesce ad avere una visione internazionale dell’Italia, ma oltre a questa fortuna saltuaria – trovare un personaggio del genere, tra il vero ciarpame nazionale – l’Italia continua a farsi scudo con marchi che, per quanto importanti, rappresentano oramai tristi luoghi comuni: la moda, il design, il sole, il mare. In questo senso, una qualunque discussione elettorale fatta di contenuti sarebbe il primo passo per portare il Paese ad una reale consapevolezza di sé e dei propri obiettivi, ma – tranne per rare eccezioni – anche quest’anno forniremo al Parlamento Europeo nuovi eletti in parte impreparati e scoordinati tra loro. Poi il deserto.

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