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29 giu
Idee nuove su gambe nuove? Il caso “Piombini”
di Matteo Scurati       sezione: Italian politics

Immaginare un’Italia dopo Berlusconi significa, da un lato, osservare la destra e le sue numerose forme – per ora appiattite sulla figura del leader, anche se con le interessanti novità che abbiamo cercato di cogliere in questo articolo – dall’altro immaginare quale potrà essere la strada che potrà imboccare (e imbroccare) l’attuale opposizione. In questo contesto, la giornata svoltasi sabato 27 giugno al Lingotto su iniziativa dei cosiddetti “piombini” rappresenta un buon punto di osservazione. Perché? Proviamo a rispondere.

1.Perché a mostrarsi è l’attuale inadeguatezza della classe dirigente della sinistra italiana. Il punto non è la valutazione di questo o quel rappresentante di questo insieme, quanto più la percezione di inattualità che Franceschini – o chi per lui – continua a mostrare. C’è un senso di smarrimento nell’osservare come la sinistra italiana non riesca a rapportarsi alla realtà, e credo che il dato più evidente si mostri nella mancanza di comprensione di un problema fondamentale: di fronte ad una richiesta di cambiamento radicale, questa classe politica non riesce ad immaginare la necessità di una propria successione. In altri termini: l’attuale sinistra italiana non ha la percezione della propria sconfitta e, quindi, della necessità di un proprio passo indietro. I casi allora si riducono a due. O questa classe dirigente è tendenzialmente così stupida da non avvedersi del problema oppure, chiusa in un castello di cristallo, non è ancora riuscita ad elaborare il lutto della propria sparizione post 1994 (discesa in campo di Berlusconi). L’una o l’altra ipotesi descrivono comunque una grave mancanza, così grave da domandarsi come l’opposizione potrà rispondere alla competizione che si accenderà alla caduta dell’attuale leadership di governo.

2. Il Lingotto ha rappresentato il tentativo più concreto di riportare la discussione politica italiana al piano delle idee. Questo merito va ascritto anche all’ultimo libro di Giuseppe Civati “Nostalgia del futuro”, nel quale sono proprio le idee ad essere portate in primo piano (e, ovviamente, la loro discussione). Questo è un punto decisivo: aldilà di alcuni necessari riferimenti, la logica del confronto non è stata riproposta – al Lingotto e nelle pagine del libro citato – ai soliti scontri D’Alema vs. Veltroni o al Bersani vs. Franceschini. Scontato, ma non lo è. Perché ciò che attualmente manca a parte di questo Paese è proprio la capacità di elaborare nuove narrazioni – per usare le parole di Alessandro Aresu – all’interno delle quali inscrivere la biografia della nazione. Si dice Berlusconi, ed è su questo pensiero dominante che ruota l’elaborazione del pensiero a sinistra. Oppure si dicono i duellanti di un duello che non c’è e che neppure si svolgerà mai. E sì, perché non esistono D’Alema e Veltroni se non nel racconto costante di presunte leadership o presunte diatribe. Esse est percipi; e se li dimenticassimo – come anche Cacciari ha invitato a fare, persino con se stesso – non sarebbero altro che un pallido ricordo. Eppure, tutto pare ruotare a questo mondo che non c’è e che, guarda caso, si sveglia con la Lombardia ed il Veneto completamente in mano ad una cultura sempre sottovalutata (“La Lega è solo folclore”, disse Veltroni a Milano chiudendo la campagna elettorale del 2008) ma presente. La realtà sta da un’altra parte, vedi punto 1. Se posso, e credo in accordo con Civati: il PD, e prima ancora la sinistra italiana, ha iniziato il proprio declino esattamente nel momento in cui ha dismesso l’abito del pensare per rincorrere un modello di destra reputato vincente oltre ogni effettiva comprensione. Stirato tra questo canone tutto inventato da un lato e tra protagonismi che si cibano più dell’attenzione del pubblico che di effettivi contrasti dall’altro, lo spazio della discussione pubblica a sinistra si è ridotto sempre più. Si è trasformato, distorto.

3. Il Lingotto ha mostrato tuttavia il limite di una politica che se dalle idee deve cominciare, non può comunque non confrontarsi con l’esigenza di una leadership. Il miglior articolo che ho personalmente letto riguardo l’evento di Torino è stato quello pubblicato da Repubblica a firma Curzio Maltese, dove un punto in particolare mi ha colpito come analisi: gli attuali leader politici mondiali – quelli seri – non sono propriamente politici così come li abbiamo fino ad oggi pensati ed etichettati, sono grandi narratori. Obama narra e, attenzione, persino Berlusconi (ma questo Maltese non l’ha scritto) è anzitutto un inventore di storie nelle quali immedesimarsi. Come ho cercato di argomentare, l’attuale sinistra italiana non è certo in grado di narrare alcunché se non il proprio fallimento, ma per ovviare a questo limite quelle idee così importanti e necessarie non potranno imporsi mai e poi mai solo per la loro efficacia. Nell’ ultimo libro di Cass Sunstein e Richard Thaler “Nudge. La spinta gentile” pubblicato in Italia da Feltrinelli, agli uomini dotati di raziocinio perfetto viene affibbiato il nome di econi. Questi sono soggetti perfettamente razionali e che, quindi, rispondono a input con output calcolati e pensati. Il che, però, non è vero per la maggior parte dei soggetti, i quali rispondono a stimoli in maniera più istintuale e emotiva di quanto saremmo portati a credere. Non è mia intenzione parlare di questo libro, ma un insegnamento è comunque derivabile (ed applicabile al Lingotto): non sarà la razionalità delle idee a vincere (solo la loro bontà, solo la loro qualità), quanto più la capacità di inserirle in una narrazione (Maltese dixit), in una storia che diventi la storia della maggioranza degli italiani. Il che ha solo una conclusione possibile: i piombini, in quanto gruppo, non sono una narrazione credibile all’interno di un contesto politico competitivo; un “piombino” (espressione orribile, me ne scuso: è per capirci) sì. Serve un leader del gruppo, qualcuno che – brutalmente – ci metta la faccia e racconti la storia. Applicando, molto banalmente, alcune teorie di marketing, il vantaggio competitivo di una simile candidatura sarebbe enorme. Se davvero, infatti, si competesse sulle idee, la loro innovazione, la loro capacità di essere espresse, i “piombini” avrebbero trovato il proprio oceano blu, uno spazio così innovativo da essere privo di competitors. L’innovazione non verrà di certo dall’attuale PD (non ci saranno davvero concorrenti su questo piano), ma gli esploratori devono avere coraggio

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