Il funzionamento dei think tank ci può insegnare molto: sono dei laboratori di idee, normalmente operanti al di fuori dei sistemi accademici tradizionali, che hanno l’obiettivo di influire sulla policy e sulla percezione generale dell’agenda politica. I think tank di maggiori dimensioni si trovano negli Stati Uniti: questo avviene sia per ragioni storiche che per la peculiarità del sistema governativo di questo paese. Nel testo di Murray Weidenbaum – The Competition of ideas: the world of the Washington think tanks – possiamo trovare un’interessante analisi dell’ecosistema dei think tank presenti a Washington, con particolare riferimento ai “DC-5”, le cinque organizzazioni di maggiore dimensione: la Brookings Institution, l’American Enterprise Institute, il Center for Strategic and International Studies, l’Heritage Fundation e il Cato Institute.
Altri centri importanti sono menzionati, ma non sono analizzati in profondità per restringere il focus della ricerca: ad esempio, la Hoover Institution, dato che si trova presso la Stanford University e non a Washington, o il Carnegie Endowment for International Peace, dato il suo carattere meno generalista rispetto ai DC-5.
I primi think tank hanno degli staff numerosi: dai 100 ai 200 analisti, con spesso 200-300 collaboratori esterni. Queste istituzioni producono un flusso costante di pubblicazioni, eventi, seminari accademici, attività di formazione, meeting con rappresentati politici. Il rapporto con i media è di natura pervasiva: spesso i giornalisti contattano i rappresentati di queste organizzazioni per avere dati e opinioni. La battaglia per influire sull’agenda politica è legata a un esborsi ingente di risorse: nel 2005, i primi 32 think tank concentrati a Washington hanno speso per le loro attività più di 410 milioni di dollari, di cui circa 140 solo per il DC-5.
I think tank presentano alcune caratteristiche interessanti rispetto ai tradizionali centri di ricerca universitaria: sono “sul pezzo”, data la loro interazione costante con il mondo esterno, abbracciano con maggiore facilità filoni di ricerca innovativi, sono abituati ad un rapporto costante con i media, hanno l’obiettivo esplicito di produrre una “conoscenza utile” capace di influenzare le politiche pubbliche. Dall’altro lato, la pressione dei media e dei finanziatori crea il rischio di produrre ricerche che non soddisfano i criteri di scientificità richiesti dall’accademia.
Il testo di Weidenbaum affronta queste questioni, sostenendo una linea tendenzialmente favorevole al contributo offerto dai think tank per il processo decisionale pubblico. Queste istituzioni, grazie alla competition of ideas, hanno la possibilità di elevare il livello del dibattito, raffinandolo e aggiornandolo costantemente. Secondo l’autore, la distorsione dovuta ai finanziamenti privati è di natura minima: buona parte dei think tank è finanziata da una molteplicità di soggetti, spesso con interessi contrastanti tra loro. Inoltre, contrariamente alla percezione comune, una fetta importante delle loro entrate è dovuta a micro-donazioni, non a grandi sponsor. Infine, i maggiori think tank adottano delle procedure di controllo di qualità delle pubblicazioni, in alcuni casi un sistema di peer review analogo a quello scientifico, come nel caso della Brookings Institution.
Nel caso degli Stati Uniti, i think tank hanno avuto modo di influire in modo decisivo nell’agenda setting e nella percezione di alcuni problemi strategici fondamentali: le politiche da adottare in medio oriente, la bomba demografico-pensionistica, le politiche energetiche, le riforme del sistema educativo. Si tratta di un modello che potenzialmente avrà un’influenza crescente in Italia e in Europa, che vale la pena di scandagliare e, se necessario, riprodurre in modo intelligente.









