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01 lug
Germania, nuovo stop al Trattato di Lisbona: ne siamo sicuri?
di Matteo Minchio       sezione: Politica globale

La Corte costituzionale tedesca ha finalmente emesso il tanto atteso verdetto sul Trattato di Lisbona. Pochi giornali hanno trattato della questione, malgrado si parli della Germania, il più grande paese membro dell’UE. Spesso se n’è data un’interpretazione sbagliata. La Corte di Karlsruhe è infatti considerata un bastione degli irriducibili difensori della sovranità nazionale tedesca dalla vulgata giornalistica. Si è così giudicata la sospensione della procedura d’adozione del trattato derivata dalla sentenza stessa come una nuova battuta d’arresto per l’Europa dopo il referendum irlandese e, volendo guardare più lontano, a quelli francese e olandese del 2005.

Restiamo ai fatti. Il Vice-Presidente della corte costituzionale tedesca, Andreas Vosskuhle ha approvato il Trattato di Lisbona giudicandolo compatibile con la Legge Fondamentale tedesca, ma viceversa appare incostituzionale la legge che accompagna la sua entrata in vigore perché non garantisce un sufficiente diritto di partecipazione dei corpi legislativi al processo decisionale europeo. Ciò significa che il Bundestag tedesco dovrà adottare una legge costituzionale modificativa entro l’8 settembre (data stabilita dalla corte) per prendere le contromisure necessarie. Tale procedura non appare particolarmente difficile vista la larghissima maggioranza a sostegno del Trattato di Lisbona esistente nel parlamento tedesco. È quindi prevedibile che, in seguito all’esame della Corte, non sussistano più ulteriori dubbi sull’adozione del trattato anche in Germania, malgrado per ora la procedura appaia sospesa.

Il merito della sentenza solleva tuttavia un punto particolarmente importante che sicuramente resterà come un precedente giuridico nella storia del diritto comunitario. La partecipazione dei parlamenti nazionali al processo decisionale europeo è stata sinora una questione totalmente ignorata. In fin dei conti, il processo decisionale europeo, che trova la sua origine nelle proposte della Commissione europea, titolare dell’iniziativa legislativa, coinvolge solo nel 40% dei casi il Parlamento Europeo. Nel 60% dei testi legislativi è il Consiglio (ovvero i governi) ad avere l’ultima parola. Molti altri soggetti, quali rappresentanti di organismi regionali e locali (attraverso i pareri del Comitato delle Regioni) così come le organizzazioni delle categorie economiche e sociali possono intervenire quanto meno indirettamente, mentre nessun ruolo è dato alle Commissioni affari comunitari dei parlamenti nazionali. Tale coinvolgimento non appesantirebbe ulteriormente la procedura (l’esame deve svolgersi in tempi certi e stabiliti), ma stimolerebbe una cooperazione interparlamentare (servono più parlamenti per bloccare, nel caso, un testo).

Paradossalmente, come era già stato sollevato durante il nostro seminario di aprile a Bruxelles, i parlamenti nazionali riescono ad intervenire soltanto nella “fase discendente” attraverso l’adozione delle direttive mentre sono completamente ignorati nella “fase ascendente”, ovvero durante la loro elaborazione. Questo mancato coinvolgimento dei parlamenti nazionali è spesso all’origine dei ritardi, dei blocchi o degli stravolgimenti delle direttive comunitarie così spesso avvenute anche in Italia. Il Trattato di Lisbona aumenta i poteri dei parlamenti nazionali, viste le maggiori competenze dell’Unione Europea su questioni quali la politica estera e di difesa o la giustizia e degli affari interni. In questo senso anche la Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo considera i parlamenti nazionali come degli alleati per aumentare il controllo democratico sui governi.

Per concludere, la richiesta della Corte di Karlsruhe non deve essere interpretata né come uno sgambetto al Trattato di Lisbona, né come la difesa della sovranità nazionale, ma il sollevamento di una questione di controllo democratico. Per coloro che sollevano la questione del deficit democratico, il sistema appare ad alcuni in mano agli “Eurocrati”, quasi fossero dei Mandarini di una Città Proibita e per altri rassomiglia sempre più al modello intergovernativo di ideazione gollista fondato sul Consiglio, il quale peraltro ricorda, suo malgrado, più la Dieta Polacca del settecento che una “Camera degli Stati” efficiente. L’auspicio è di poter colmare questo deficit proprio attraverso il Trattato di Lisbona che presumibilmente entrerà in vigore l’anno prossimo dopo il nuovo referendum irlandese che si terrà in ottobre, il quale, se desse esito positivo, obbligherebbe gli euro-scettici Vaclav Klaus e Lech Kaczynski a firmare il trattato. Fatto salvo che i conservatori britannici, vinte le elezioni, non scelgano di bloccare il trattato.

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