Master Affari Politicin
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07 lug
L’Aquila ed il G8: quale utilita’?
di Stefano Torelli       sezione: Italian politics

Queste sono le riflessioni che Stefano Torelli (Lo Spazio della Politica) ci ha inviato dalla sua città d’origine, L’Aquila, in cui si trova in queste ore che precedono l’inizio del G8. Una testimonianza d’indignazione misurata ed equilibrata, che vi preghiamo di condividere e diffondere.

La città dell’Aquila si appresta ad ospitare il vertice più controllato e militarizzato del mondo in un’atmosfera surreale. A tre mesi dal terremoto che ha colpito il capoluogo abruzzese, radendo al suolo gran parte della città e lasciando i suoi 70.000 abitanti senza una fissa dimora (tecnicamente “sfollati”), chi sistemato in strutture alberghiere sulla costa abruzzese e chi -circa 30.000- nelle tendopoli allestite negli spiazzi cittadini, il futuro è ancora molto incerto.

In questa incertezza generale, riguardante il futuro di chi ha perso tutto e non sa se e quando potrà riavere una casa nella propria città, se e quanti fondi avrà per la ricostruzione, quando e come partirà tale ricostruzione, con che criteri verranno assegnate le prime case provvisorie (se e quando verranno assegnate), quale sarà il destino dei mutui e delle imposte ancora da pagare, quando, come e dove si potrà trovare un altro impiego per le persone che hanno perso anche il lavoro…. In questa indeterminatezza e preoccupazione totale, una cosa è apparsa subito chiara e assicurata, già dal 23 aprile, per annuncio del Primo Ministro Silvio Berlusconi: L’Aquila sarà la sede del G-8. G-8 che, in principio, sarebbe dovuto tenersi all’isola della Maddalena, in Sardegna, e per la cui realizzazione erano stati già investiti diversi milioni di euro e risorse umane (che fine faranno tutti questi sforzi è un’altra storia). Nelle dichiarazioni del Premier l’organizzazione del vertice all’Aquila avrebbe avuto un impatto positivo per la città, in termini di attenzione mediatica, presa di coscienza dei principali capi di governo del mondo della gravità della situazione nella città e flusso di fondi per la futura ricostruzione, oltre che incentivo molto forte per l’effettiva messa in moto della macchina della ricostruzione, tramite gli estenuanti lavori di preparazione per l’occasione. Ma cosa significa un evento simile per una città come L’Aquila? Iniziamo dai numeri: 15.000 uomini delle Forze Armate per presidiare ogni via di accesso e ogni angolo (di quelli rimasti ancora praticabili dopo il sisma…) della città; 19 tra aerei ed elicotteri (tra cui caccia e Predator, i velivoli senza pilota) in volo costante sulla città; più di 50 veicoli militari; 2 impianti radar e postazioni missilistiche anti-aereo piazzate sulle colline circostanti L’Aquila; una sorta di ospedale da campo, mobile, per le emergenze, con più di 70 tra medici ed infermieri; più di 900 appartamenti nuovi di zecca per accogliere tutte le varie delegazioni e la stampa; il tutto su una superficie totale di quasi 50 ettari all’interno della caserma-bunker della Guardia di Finanza dell’Aquila (uno dei pochissimi complessi a non essere stato seriamente danneggiato dal sisma del 6 aprile), per una spesa totale di quasi 55 milioni di euro. Questi i numeri di un evento che durerà tre giorni (18 milioni di euro al giorno) e che, probabilmente, non porterà a nessuna decisione concreta sui grandi temi della politica internazionale, dal momento che il G-8 è un’istituzione ormai svuotata di ogni particolare valore effettivo e probabilmente obsoleta nella sua struttura (non è possibile, oggi, trattare le tematiche socio-politico-economiche del mondo escludendo la Cina, l’India, il Brasile, la Turchia, le realtà africane e persino i Paesi “scomodi” come l’Iran).

All’Aquila, per i cittadini nelle tendopoli e quelli che lavorano nelle istituzioni pubbliche, l’evento è vissuto più che altro come un qualcosa di inopportuno ed invadente. Molte attività commerciali sono state costrette a chiudere, per motivi di sicurezza e perché nelle strade in cui si trovano dovranno transitare i convogli dei Capi di Stato che giungeranno. I cittadini non riescono a muoversi liberamente da una parte all’altra della città, causa i controlli estenuanti da parte dei tantissimi posti di blocco. Chi vuole lasciare le tende ed uscire dai campi allestiti ha molte restrizioni e ha bisogno di permessi da parte dei responsabili delle varie tendopoli. Come ospiti in casa propria. Come se gli ospiti fossero loro, non i Capi di Stato accorsi. Tutto ciò metterebbe a dura prova i nervi di qualsiasi persona in una qualsiasi città, ne va da sé cosa comporta per i nervi già molto tesi e provati di chi è costretto a vivere in una situazione di emergenza da più di tre mesi per colpa del sisma. Come se non bastasse, la natura non sembra dare tregua e la terra continua ad avere smottamenti ogni giorno: venerdì scorso una scossa più forte delle altre, di intensità 4.1 della scala Richter, ha fatto riversare per le strade persino coloro che lavoravano all’interno della fortezza della Guardia di Finanza, sede del G-8. Per la prima volta è stato messo in discussione l’effettivo svolgimento del vertice all’Aquila, date le ovvie preoccupazioni ed ansie circa l’eventualità di scosse più forti. La Casa Bianca ha messo a punto, direttamente, delle misure di evacuazione del Presidente Obama e degli altri Capi di Stato in caso di scosse superiori ai 4 gradi della scala Richter e, nei giorni scorsi, si è cominciato a parlare di “piano B”. In un primo momento ciò avrebbe voluto dire uno spostamento a Roma del vertice, mentre è notizia di oggi che, in una tale eventualità, il G-8 sarebbe annullato del tutto, con il concreto rischio di aver gettato al vento anche questi 54 milioni di euro.

In questa cornice, gli Aquilani non possono fare altro che constatare di essere stati messi in secondo piano rispetto alle decisioni prese a livello governativo circa la gestione del post-terremoto. Da due mesi a questa parte, l’organizzazione del G-8 -in una piccola e tranquilla cittadina di montagna che non avrebbe mai potuto ospitare un simile evento fino al 5 aprile, figuriamoci adesso che è stata distrutta ed è una città fantasma- ha concentrato su di sé praticamente tutti gli sforzi finanziari ed operativi, con la maschera della ricostruzione. Le case, soprattutto nel centro storico, per la maggior parte parzialmente crollate, sono state lasciate per tre mesi senza puntellature e in balia del susseguirsi di altre scosse; solo i monumenti e le chiese hanno avuto un minimo di attenzione; chi è nelle tende o in esilio forzato non sa quando -e soprattutto dove- potrà tornare in città; la copertura finanziaria per la ricostruzione, secondo quanto scritto nel decreto legge, è “garantita” dal gioco alle lotterie (gratta e vinci compresi) degli Italiani, senza possibilità di istituire un’imposta di scopo. L’Aquila subisce l’imposizione dell’ospitare il G-8 e nessun aquilano ne sente davvero il bisogno, anzi: a fronte di tutte le emergenze che vi sono, i grandi della Terra non sembrano essere i benvenuti nella città, nella misura in cui per dar spazio alla loro passeggiata sulle macerie si è messo in secondo piano tutto il resto. Cioè le priorità. Cioè i piani di ricostruzione. Rabbia oltre allo sconforto, dunque.

Sembra di vivere in guerra: le piazze e le vie distrutte, come dai bombardamenti; i capi rinchiusi nella cittadella-bunker allestita ad hoc appena in periferia, come le cittadelle di comando medievali; le strade presidiate con la media di un poliziotto (o carabiniere, o alpino, o della Guardia di Finanza, o dell’Esercito e così via) ogni due persone, alla stregua dei check point nei Territori Palestinesi; la cittadinanza rinchiusa nei campi tenda, come i prigionieri di guerra o le popolazioni assediate. Quando si parla di politica responsabile non si intende esattamente tutto questo. Quando la Merkel, Sarkozy ed Obama parlano di aiuti alla popolazione, quella popolazione non avrebbe immaginato proprio un aiuto simile. Le scelte di responsabilità sono difficili da prendere, soprattutto per chi deve rispondere a milioni di persone delle proprie azioni. I Grandi della Terra, lasciandosi trascinare in un simile scenario, dovrebbero aver capito che non è in questo modo che si aiuta una città terremotata. Una città per cui, dall’8 al 10 luglio, varrà l’antica locuzione di Publio Cornelio Tacito: ubi solitudinem faciunt, pacem appellant, “laddove fanno il deserto, la chiamano pace”.

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