Proprio nelle crisi diventa palese, si svela chiaramente, quanto possa essere utile avere norme, organismi o coordinamenti a livello europeo in tempo di globalizzazione: questi sono i frangenti in cui i capi di stato e di governo o più semplicemente i ministri europei trovano la legittimazione per ottenere “più Europa”.
Questo è sempre stato vero nelle crisi degli ultimi vent’anni: il processo sembrava essersi fermato proprio in occasione della più grande delle crisi, quella che stiamo vivendo, ma un colpo di reni dell’ultimo Consiglio europeo ha confermato che il teorema è sempre valido. La prima crisi Jugoslava inizia nel 1991 con il disfacimento dello stato voluto da Tito, una brevissima guerra in Slovenia e una odiosa guerra che si è protratta in Croazia e soprattutto in Bosnia-Erzegovina fino ai patti di Dayton firmati nel 1995. L’Europa ha reagito all’emergenza dapprima risvegliando una sua istituzione che era dormiente fin dai tempi della guerra fredda: l’Unione dell’Europa Occidentale. Si tratta di un’alleanza militare permanente, creata all’indomani del fallimento della Comunità europea di Difesa, come garanzia di solidarietà armata tra i paesi europei occidentali. Alla necessità di svolgere funzioni di polizia militare nelle zone appena pacificate, gli europei rispondono riattivando questa struttura e inviando soldati in Bosnia e Croazia. L’andamento di queste missioni è tanto soddisfacente da spingere ad inserire l’UEO all’interno della costruzione europea: nel trattato di Amsterdam si dichiara che l’UEO è “parte integrante del processo di integrazione europea”. Questo è anche il primo contatto vero dei paesi dell’ex Comecon con quelli dell’UE in un consesso “operativo”: i PECO furono infatti cooptati nell’organismo in diverse modalità (associati, osservatori, etc). La guerra in Kosovo del 1996-1999 segna invece una nuova evoluzione del rapporto: con il Trattato di Nizza l’UE decide di diventare protagonista in prima persona e “svuota” le capacità e competenze dell’UEO incorporandone gli istituti e creando il coordinamento degli stati maggiori della difesa.
La crisi alimentare del 2000, meglio nota come “mucca pazza” mette in luce le carenze nel trattamento della filiera degli allevamenti, soprattutto in Gran Bretagna: tutti i paesi europei bloccano le importazione di carne bovina dall’isola e successivamente introducono l’obbligo di tracciabilità per tutti singoli animali di ogni allevamento europeo: provvedimento spesso invocato ma mai messo in opera a causa dell’opposizione di alcuni paesi. Dopo le crisi dell’influenza aviaria (2005-2006) e suina (2009) si va verso la tracciabilità completa di ogni capo di allevamento, per garantire la sicurezza totale nei piatti degli europei, per lo meno quando si parla di carni. Figlia di queste e altre crisi alimentari è anche l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA), istituita nel 2002 con sede a Parma.
Arriva poi la stagione degli attentati: dopo l’11 settembre 2001 in cui tutti dichiarammo di “essere newyorkesi”, l’Europa subì due atti terroristici da parte di Al-Qaeda: a Madrid l’11 marzo 2004 e a Londra il 7 luglio 2005. Oltre ad una serie di misure concordate immediatamente per contrastare i flussi finanziari dei terroristi e per implementare un migliore coordinamento tra i servizi segreti, quella che spicca di più è la “clausola di solidarietà”, inserita nella Costituzione europea (e conservata nel Trattato di Lisbona) che obbliga i membri UE a fornire assistenza ai paesi in caso di attacco da parte di un paese terzo.
Anche la prima crisi energetica dell’inverno 2005-2006 tra Russia e Ucraina ebbe riflessi importanti in Europa: la mancanza di rifornimento di gas in inverno suggerì all’Unione Europea di sviluppare un coordinamento dei piani energetici nazionali per minimizzare i rischi di crisi ma sopratutto fece in modo di inserire l’aspetto energetico nella “clausola di solidarietà” all’interno del Trattato di Lisbona.
E veniamo ad oggi: la più grande crisi economica dal 1929 non ha prodotto il più volte auspicato “governo dell’economia” che faccia da contraltare al governo della moneta, realizzato dalla BCE. Da una parte si è scelto di concentrare lo sviluppo di nuove regole a livello globale, principalmente nel G20 e nel G8, mentre la Commissione si è limitata ad effettuare un “coordinamento” dei piani messi in campo dai paesi membri, semplicemente diffondendo una lista di tutti piani adottati con un totale a fondo pagina. La paura di alcuni paesi di dover pagare le crisi degli altri ha affossato sul nascere un ipotetico fondo comunitario anticrisi. Solo la presidenza Sarkozy ha tentato uno slancio con una riunione dell’Eurogruppo a livello di capi di stato e di governo.
Il colpo di reni è però venuto dal Consiglio europeo di fine giugno: i capi di stato e di governo hanno concordato di creare tre autorità europee indipendenti di supervisione su banche, assicurazioni e mercati dei titoli, con veri e propri poteri decisionali. Si tratta di un’ottima notizia: la questione della vigilanza, che ora è esclusivamente nazionale, è stata messa sul tappeto più volte, senza successo. In questo caso si è dovuto superare l’ostacolo di Londra, accogliendo la condizione per cui le decisioni che avranno un impatto sul bilancio nazionale dovranno essere prese “solo dalle autorità nazionali competenti”. In ultimo la BCE sarà alla guida del “Comitato europeo per i rischi sistemici”. La Commissione europea in autunno presenterà le misure legislative che entreranno in vigore presumibilmente nel 2010. Le crisi fanno quindi emergere un “bisogno di Europa”, come se il livello nazionale non fosse più sufficiente a far da scudo verso pericoli più grandi delle nazioni. La cartina di tornasole si vede in due eventi, innescati sempre dalla crisi economica. Il collasso finanziario dell’Islanda ha convinto i cittadini irlandesi che “è meglio stare in Europa” per non rischiare la stessa sorte: i sondaggi sul secondo referendum sul Trattato di Lisbona danno infatti una maggioranza stabile di sì. L’Islanda stessa poi ha deciso di far domanda per l’adesione all’Unione europea, grazie al cambio di governo nato dopo le elezioni anticipate. L’idea dell’integrazione europea non ha smarrito quindi la sua forza propulsiva, anche se è stata ridimensionata dalla pochezza di iniziativa della Commissione Barroso e dall’atteggiamento dei capi di governo, più propensi negli ultimi anni ad affibbiare a Bruxelles le colpe dei propri fallimenti più che ad immaginare il futuro del continente. L’approvazione del Trattato di Lisbona potrebbe dare una svolta in questo senso, grazie alle numerose innovazioni contenute: dipenderà da come verranno “riempiti” i nuovi spazi di manovra disponibili.









