Master Affari Politicin
Master Affari Politicin
01 lug
L’Europa e la rivolta in Iran
di Stefano Torelli       sezione: Limesonline

Il nuovo articolo della nostra rubrica Esiste l’Europa? su Limesonline

La comunità internazionale si interroga su quali siano le risposte da dare alla questione iraniana, con la presenza di un Presidente che, al di là delle discussioni sulla legittimità o meno della propria elezione, attraverso le repressioni del dissenso mette in seria difficoltà i partner esterni su come comportarsi nei propri confronti.

Molti analisti discutono su quale potrebbe essere l’atteggiamento corretto da parte del Presidente statunitense Barack Obama ed in effetti la Casa Bianca è davvero di fronte ad un bivio: chiudere un occhio di fronte al comportamento deprecabile di Ahmadi-Nejad nei confronti della libertà d’espressione degli iraniani, cosciente del fatto che gli Stati Uniti dovranno comunque convivere con tale governo per altri 4 anni e ne avranno sicuramente bisogno su alcune questioni di fondamentale importanza per la stessa sicurezza statunitense (stabilizzazione dei teatri afghano e iracheno), oppure arrivare allo scontro aperto, preludio ad una possibile stagione molto più difficile del previsto per l’amministrazione Obama?

A ben guardare, però, chi è davanti ad un dubbio probabilmente ancora più lancinante sembra essere l’Unione Europea, o almeno alcuni degli attori più importanti all’interno di essa. Gli interessi di alcuni Paesi in Iran sono, a breve termine, più grandi di quelli statunitensi, anche se appare chiaro come nel lungo periodo solo Washington possa essere l’interlocutore con cui Teheran debba scendere a compromessi per un’eventuale risoluzione delle controversie internazionali. Ciò detto, Roma, Berlino e Parigi hanno, nel complesso, un interscambio commerciale con l’Iran che, in barba alle sanzioni internazionali, è di 15 miliardi di euro, circa il 60% di tutti i rapporti commerciali dell’Iran con l’Unione Europea. A seguire vengono l’Olanda, la Spagna e la Grecia che, insieme, costituiscono circa il 25% dei rapporti commerciali Teheran-UE. Dunque i Paesi europei dovrebbero avere più interessi in campo da difendere in Iran e perseguire una politica più cauta, come quella condotta inizialmente dagli Stati Uniti. In realtà, sia Angela Merkel, che il Presidente francese Nicolas Sarkozy, hanno invece rivolto duri attacchi al regime iraniano, condannando inequivocabilmente l’Iran per le violenze inflitte ai manifestanti e ponendo seri dubbi circa la trasparenza delle elezioni. Perché un simile atteggiamento? Potrebbe trattarsi di un’ennesima prova per compattare il fronte europeo di fronte a una questione sensibile e non negoziabile come quella dei diritti umani (di cui l’UE si erge a paladina) e ridare all’Europa una parvenza di unità ed efficacia, oltre alle motivazioni di carattere interno che sicuramente muovono i due Capi di Stato. Vi è da dire che spesso l’Europa ha perseguito una politica fatta più di retorica, che di atti concreti, ma da Parigi e Berlino è arrivata una voce unisona di condanna, in attesa di definire una strategia d’azione, pur nei limiti di un intervento esterno.

Da Roma, però, il Primo Ministro Silvio Berlusconi non ha preso parola sull’argomento fino al vertice di Trieste dello scorso fine-settimana e il Ministro degli Esteri Frattini non aveva inizialmente condannato con i toni tedeschi e francesi Teheran e non aveva ritirato l’invito di partecipazione al G-8 sulla sicurezza di Trieste, auspicando anzi un coinvolgimento iraniano nella questione afghana. Alla fine è stata la controparte iraniana Manouchehr Mottaki a rifiutare la partecipazione al summit, infliggendo un quasi smacco diplomatico a Roma. L’Italia si trova dunque di fronte a tutte le contraddizioni della propria politica estera. I forti interessi economici che ci legano all’Iran (con 6 miliardi di euro di interscambio commerciale, Roma è il primo partner europeo di Teheran) fanno sì che il governo, nonostante qualche dichiarazione del Ministro degli Esteri contro le violenze del regime, non agisca con decisione nei confronti di Ahmadi-Nejad e, nell’incertezza, lasci l’iniziativa al Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov: nel documento finale del G-8 di Trieste non si è usata la parola “condanna” contro l’Iran, ma “rammarico” e “deplorazione”, come richiesto, appunto, da Mosca. Il Cremlino, infatti, aveva ammonito l’Unione Europea e gli Stati Uniti circa l’effetto controproducente che avrebbe portato con sé una condanna esplicita delle violenze e, soprattutto, dell’ambiguo processo elettorale avuto luogo in Iran. Ciò per non mettere a repentaglio un possibile dialogo internazionale sulla questione che, al di là di tutto, sembra restare la più spinosa nelle relazioni con Teheran: quella circa il suo programma nucleare. Chiudere la porta a Teheran, sostiene Mosca, vorrebbe dire perdere ogni speranza di riportare il regime ad una posizione meno intransigente (allo stesso tempo si noti come anche Mosca abbia forti interessi economici e commerciali in Iran, tra cui la realizzazione del reattore nucleare di Bushehr).

A rendere la posizione dell’Italia particolare, rispetto alla Francia, la Germania e la Russia, vi è il fatto che, in ogni caso, Roma non è inclusa nel sestetto di mediatori internazionali sulla controversia del nucleare iraniano, il cosiddetto “5+1”. Questo è composto dai 5 Stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (USA, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia), più la Germania. Se i Paesi appena citati hanno degli interessi nel confrontarsi con l’Iran, anche nell’ottica del loro ruolo negoziale in seno al “5+1”, Roma, viceversa, potrebbe seguire una linea più cauta anche per tentare di costituire un (difficile) legame con Teheran, che possa a sua volta farla legittimamente entrare nel gruppo dei negoziatori. Nel giugno scorso Frattini aveva inviato all’allora Presidente statunitense Bush una richiesta formale di adesione al “5+1”, ricevendo la disponibilità statunitense in tal senso, ma incassando il secco no della Germania. Berlino, concorrendo come Roma per un eventuale sesto posto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, potrebbe infatti temere che un simile riconoscimento internazionale all’Italia (l’ingresso nel gruppo di negoziati con Teheran) possa dare maggiori chances alla candidatura italiana per il Consiglio di Sicurezza. Se da un lato vi è da dire che il suddetto gruppo ha raggiunto ben pochi risultati fino ad adesso, d’altro canto vengono nuovamente al pettine i nodi dei particolarismi che compongono l’Unione Europea, per effetto dei quali quest’ultima sembra essere ancora condannata ad una posizione di sostanziale irrilevanza a livello internazionale.

Diverso ancora è il caso della Gran Bretagna: Ahmadi-Nejad, seguito dalla Guida Suprema Khamenei, ha da subito accusato non solo gli Stati Uniti, ma soprattutto Londra, di essere responsabile del clima di tensione che si è venuto a creare in Iran nel dopo-elezioni. La Gran Bretagna è stato il bersaglio principale della retorica anti-occidentale iraniana, tramite accuse di infiltrazioni, nei mesi precedenti alle elezioni, da parte di agenti dei Servizi Segreti dell’MI6 allo scopo di fomentare le rivolte interne. I toni sempre più tesi ed aspri delle accuse hanno portato dapprima al ritiro dei rispettivi rappresentanti diplomatici dei due Paesi e poi all’arresto a Teheran di 9 addetti all’Ambasciata britannica, di cui 5 sono stati in seguito rilasciati. Risulta chiaro come la reazione di Londra alla vicenda iraniana, a differenza dell’Italia e, in parte, di Francia e Germania, sia stata più decisa, anche se Gordon Brown ha ribadito di non voler isolare l’Iran dalla comunità internazionale. Vi è da dire anche che il dito puntato contro Londra da parte dell’Iran, è a sua volta funzionale a due scopi: non irritare troppo Washington (deviando le accuse sull’altra sponda dell’Atlantico), tenendo uno spiraglio aperto per le relazioni future e, contemporaneamente, tentare in questo modo di giocare la carta del risentimento nazionale contro la Gran Bretagna. Sebbene gli USA siano il “Grande Satana” nella retorica del regime, storicamente è proprio la Gran Bretagna ad essersi attirata maggiormente le ire degli iraniani, già dalla fine della Prima Guerra Mondiale allorché la Persia (attuale Iran), sotto il mandato di Londra, vide la britannica Anglo-Persian Oil Company (che sarebbe poi divenuta l’attuale British Petroleum, BP) accaparrarsi i diritti sulle proprie immense risorse petrolifere. Sempre Londra fu corresponsabile del colpo di Stato che, nel 1953, rovesciò l’allora Primo Ministro iraniano Mossadeq, colpevole di aver nazionalizzato proprio la compagnia petrolifera britannica.

Durante il prossimo G-8 dell’Aquila i Paesi europei dovranno decidere nuovamente quale linea adottare nei confronti dell’Iran, tentando di arrivare ad una soluzione che metta d’accordo anche Washington e Mosca. Berlusconi ha anticipato che si dovrebbe arrivare ad un inasprimento delle sanzioni economiche contro il Paese, cosa che sembrava scontata. Dietro a tali azioni, però, dovrà esservi una strategia politica di più ampio respiro e ben delineata, anche alla luce del fatto che, come dimostrato nei recenti anni, le sanzioni imposte a Teheran sono facilmente raggirabili e non hanno messo in difficoltà il regime (la difficile situazione economica iraniana dipende più dalle politiche intraprese a livello interno). La posizione apparentemente più intransigente dell’Europa potrebbe uscirne ancora una volta indebolita, nella misura in cui la condotta statunitense, così come quella russa, mirerebbe a non tagliare del tutto i ponti con Teheran. Inoltre l’Italia, in qualità di Presidente del G-8, grande partner commerciale dell’Iran e sensibile alle richieste russe, potrebbe essere una voce parzialmente fuori dal coro dei grandi europei, dando meno coesione e incisività all’azione di questi ultimi.

Condividi:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • TwitThis
  • email
  • FriendFeed
  • RSS
  • LinkedIn
  • PDF
Altri articoli scritti da Stefano Torelli
Articoli correlati