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10 lug
Ogni lasciata e’ persa? Gli Stati Uniti e l’Iraq
di Stefano Torelli       sezione: Politica globale

truppeusa01gLo scorso 30 giugno i militari statunitensi di stanza in Iraq hanno lasciato tutti i centri urbani alla gestione delle Forze Armate locali. Il ritiro dalle città è previsto dal SOFA (Status of Force Agreement), il piano di ritiro negoziato tra Washington e Baghdad nello scorso novembre, che prevedeva il ritiro dei soldati americani da tutti i centri urbani entro la metà del 2009 e da tutto il territorio iracheno entro il 2011. Il ritiro statunitense lascia delle serie responsabilità riguardo la sicurezza agli iracheni e, soprattutto, lascia molti dubbi sull’effettivo disimpegno di Washington dall’Iraq, dal momento che la presenza e l’influenza in quell’area risulta ancora cruciale per la strategia e gli obiettivi geopolitici statunitensi.

L’Iraq, inutile ripeterlo, non è tanto importante per le risorse di idrocarburi che nasconde nel proprio sottosuolo. O meglio, sicuramente lo è, ma gli Stati Uniti hanno ben altri interessi nel territorio iracheno, che vanno ben oltre lo sfruttamento degli idrocarburi o gli introiti derivanti dall’estrazione e la produzione di petrolio e gas da parte delle compagnie statunitensi del settore. La riprova, almeno per ora, è il fatto che dal giorno in cui sono stati messi all’asta dal governo centrale di Baghdad i diritti per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi del Paese, le imprese statunitensi si sono tirate momentaneamente indietro a causa di divergenze contrattuali: per ora solo la britannica British Petroleum e la cinese CNPN International Ltd hanno ottenuto le licenze per un giacimento, quello di Rumaila. Secondo quanto dichiarato dal Ministro del Petrolio iracheno Shahristani e dal Primo Ministro Nur al-Maliki, degli immensi introiti che potrebbero derivare dall’estrazione petrolifera irachena nei prossimi 20 anni, pari a circa 1700 miliardi di dollari, “solo” 30 andranno alle compagnie straniere. Gran parte del petrolio e del gas iracheni, inoltre, verranno probabilmente esportati via Turchia verso le coste del Mediterraneo orientale, per poi raggiungere l’Europa e, nel caso del gas del Nord curdo, probabilmente per alimentare il flusso del cosiddetto progetto Nabucco, un’alternativa alle rotte gestite dalla Russia. Dunque non sarà Washington a sfruttare direttamente gli idrocarburi iracheni.

Dunque qual è il motivo della presenza statunitense in Iraq? Si tratta di ragioni geostrategiche, basta guardare bene la mappa del Medio Oriente: l’Iraq si trova esattamente al centro della grande regione mediorientale, area cruciale per gli equilibri globali. Tramite la presenza all’interno dei confini nazionali iracheni, gli Stati Uniti hanno un ottimo punto di osservazione e controllo per quanto riguarda l’Iran ad Est, il Caucaso (altra regione fondamentale per la definizione degli equilibri mondiali, essendo ricca di risorse naturali e costituendo la linea che unisce i due bacini strategici del Mar Nero e del Mar Caspio, oltre che importantissima in chiave NATO, dati i tentativi di estensione dell’Alleanza Atlantica alla Georgia ed all’Ucraina e, dunque, zona cruciale per il contenimento della Russia) a Nord e l’Asia Centrale a Nord-Est. Dall’Asia Centrale, tramite le basi statunitensi ed i corridoi verso Sud, inoltre, Washington ha buone capacità di tenere sotto controllo anche l’Afghanistan, nonostante attualmente la guerra afghana si stia prolungando e non stia producendo tutti gli effetti sperati. Il controllo dell’Iraq è anche funzionale alla deterrenza nei confronti di un altro attore mediorientale con cui gli Stati Uniti hanno sempre avuto rapporti difficili: la Siria. Washington ha a lungo accusato Damasco di sostenere i terroristi che, proprio attraverso il territorio siriano, penetravano in Iraq per destabilizzare il Paese e commettere attentati ai danni delle truppe statunitensi. Inoltre, la Siria è l’alleato per antonomasia in Medio Oriente dell’Iran. Ora che il Presidente Barack Obama sta tentando un riavvicinamento alla Siria, anche parallelamente ai preoccupanti sviluppi post-elettorali in Iran, mantenere una presenza ai suo confini potrebbe sicuramente spingere il Presidente siriano Bashir al-Assad a non tenere comportamenti ambigui (come storicamente la Siria ha fatto nei confronti degli interlocutori regionali e non) e ad impegnarsi più seriamente per un’opera di stabilizzazione regionale.

Per ciò che concerne l’Iraq, resta da sciogliere il dubbio del futuro assetto istituzionale del Paese. Non è per niente scontato che Washington riesca ad imporre la propria idea di nuovo stato iracheno, dal momento che tutti gli sviluppi sembrano andare in direzione di una sorta di Stato federale, con gli Sciiti al Sud, i Sunniti al centro ed i Curdi a Nord. Gli USA, al contrario, preferirebbero un modello più centralizzato, che dia più potere al governo di Baghdad, possa contenere le controversie insite in una simile divisione amministrativa, derivanti soprattutto dallo svantaggio che ne avrebbero i Sunniti in termini di area assegnata (dal momento che le zone più ricche sono il Sud ed il Nord) e non dia troppa autonomia ai Curdi ed agli Sciiti. Nel primo caso, quello della comunità curda, Washington si trova a dover trattare anche con gli interessi della Turchia, grande alleato regionale e totalmente contraria ad un’idea di autonomia curda, per paura che questa possa ripetersi anche in territorio turco (in Turchia vive la più grande comunità curda al mondo). Nel caso degli Sciiti, le paure più grandi riguardano un’ingerenza sempre maggiore dell’Iran nell’Iraq meridionale, anche se in effetti le comunità sciite irachena ed iraniana sono per alcuni versi molto distanti tra loro. Questo resta probabilmente il vero punto da risolvere e quello da cui dipenderà, in ultima istanza, il futuro dell’Iraq e la sua stabilizzazione o meno. Per l’importanza che riveste il Paese in termini strategici per Washington è improbabile che, nonostante il ritiro dei militari dalle città, gli USA lascino l’Iraq senza essere prima sicuri di aver creato un fedele alleato nell’area. Il ritiro dunque è di là da venire ancora. La presenza e l’influenza statunitense, anche tramite gli aiuti economici per il futuro, potrebbe durare ancora per molto.

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