Master Affari Politicin
Master Affari Politicin
26 set
Toc toc: posso entrare? Il matrimonio tra Europa e Russia
di Philipp Casula       sezione: Politica globale

Russia Unione EuropeaNel suo articolo “Georgia, la Russia calpesta l’Europa”, Alain Délétroz espone un punto di vista molto informato, molto “europeo”, ma giunge ad una conclusione parziale e, forse, esagerata: che l’Europa appunto sia stata “calpestata” dalla Russia. L’articolo permette di fare alcune osservazioni non solo sulla guerra nell’Ossezia del Sud, ma anche in generale sul rapporto Ue-Georgia e Ue-Russia.

La malgestione da parte europea del conflitto sostenuta da Délétroz è ovvia. Però essa non è stata casuale, ma riflette problemi strutturali radicati nel funzionamento delle istituzioni europee. Il conflitto suddetto ha rivelato di nuovo la mancanza cronica di una presa di posizione unanime in questioni di politica estera. Si pensi solo al 2003, quando l’ invasione americana in Iraq spaccò l’Europa in due. La malgestione del conflitto in Georgia è quindi anche “fatta in casa”. Bruxelles non può fare una politica estera coerente come Mosca o Washington, e questo impedisce all’Unione Europea di essere un vero global player nel campo politico internazionale. Quindi, as usual, l’Europa si è “calpestata da se”.

I motivi della malgestione sono intimamente legati anche alla politica europea verso la Georgia: primo, quanto a una possibile adesione alla NATO; secondo, quanto a una possibile adesione all’UE. Se si vuole discutere una possibile integrazione della Georgia nell’Unione, bisogna partire dal presupposto che essa è innanzitutto una comunità di valori, che non ha di per sé limiti geografici, e che quindi è aperta a paesi geograficamente non-europei, come la Turchia e la Georgia. Quanto ai valori europei, la cosiddetta “rivoluzione delle rose” nel 2004 ha in effetti comportato un numero notevole di riforme economiche e politiche. Ultimamente però il presidente georgiano Mikhail Saakashvili si è dimostrato sempre meno democratico e sempre più dispotico. Specialmente lo stato di emergenza nel novembre 2007 e le irregolarità alle elezioni presidenziali del gennaio 2008, hanno messo in dubbio la democrazia georgiana.

L’organizzazione Freedomhouse considera la Georgia un paese “parzialmente libero” e critica soprattutto il “sistema di governance sbilanciato” in cui l’esecutivo gode di poteri sproporzionati. L’adesione della Georgia ai principi di Copenhagen in tempi brevi rimane quindi più che improbabile. Le logiche dell’allargamento della NATO e dell’UE sono comunque ben diverse: è noto dal 1951, quando Grecia e Turchia aderirono alla NATO, che un regime democratico non è presupposto per diventare membri dell’Alleanza atlantica. D’altra parte, la NATO ha fatto una politica miope nei confronti di Tbilisi, culminata nella presa di posizione dopo il summit NATO di Bucarest. E cioè: pur decidendo laconicamente che la Georgia sarebbe diventata membro della Nato, non le fu esteso l’invito a partecipare al Membership Action Plan. Una mossa ambigua, che poteva essere interpretata da Mosca come una favorevole opportunità per dimostrare alla NATO che la Georgia non sarebbe stato un buon membro dell’Alleanza. Ciò successe con il colpo militare di Saakashvili contro Tskhinvali: una opportunità colta al volo da Mosca, anche se colta male dal punto di vista mediatico. La reazione russa non fu solo una prova di forza, ma anche un segnale chiaro a Bruxelles e Washington: “cosa sareste veramente disposti a fare per salvare Saakashvili?”. Una possibile adesione della Georgia alla NATO e il conflitto nell’agosto dell’anno scorso hanno solo provocato l’antagonismo della Russia.

Secondo dati recenti del centro di ricerca indipendente “Levada”, il 62% dei russi (66% nel 2008) è convinto che l’Occidente abbia sostenuto la Georgia per “indebolire la posizione russa nel Caucaso”. Soprattutto l’immagine degli USA ne ha fortemente sofferto. Le conclusioni da fare sono tre: primo, Saakashvili ha fatto una politica piuttosto ingenua, e anche violenta contro una parte della propria popolazione (nell’Ossezia del Sud), riaccendendo un “conflitto congelato” e calpestando principi europei come democrazia, non-violenza e diplomazia. Secondo, in seguito al conflitto, l’Ossezia del Sud si è ulteriormente allontanata dalla Georgia – e questa a sua volta sia dalla Russia, sia dalle istituzioni europee e atlantiche. Un’adesione all’UE sulla base di principi comuni sembra improbabile in tempi brevi; una rapida adesione alla NATO sembra improbabile di fatto. Terzo, l’intervento delle truppe russe ha approfondito ulteriormente non solo la crepa tra Mosca e Tbilisi, ma sfortunatamente anche quella tra Mosca e Bruxelles.

Se si vuole considerare la tensione fra Europa e Russia come lo sbocco del conflitto ossetino-georgiano, non si può però fare a meno di interpretare l’intervento russo come il culmine di una politica estera sia verso l’Occidente che verso gli stati della CSI che risale al 1996, quando Yevgenii Primakov divenne ministro degli esteri. Antecedentemente, la politica estera della Russia ufficiale era completamente orientata verso l’Occidente, fino a trascurare le relazioni con i diretti vicini: Gorbačëv fu il primo a parlare della “casa comune europea”; El’cin, Gajdar e il ministro degli esteri Kozyrev (peraltro nato a Bruxelles) cercarono un aggancio all’Europa occidentale, vista come modello per la nuova Russia. Soprattutto Kozyrev aveva una grande fiducia nelle istituzioni internazionali, particolarmente nelle Nazioni Unite e nell’OSCE. In Russia si sottolinea spesso questa disponibilità alla cooperazione e integrazione dei primi anni ’90, che però non fu accolta, lasciando alla Russia solo la scelta di riprendere una politica più introversa e meno europea, cioè del osoby put’ (via speciale). In seguito, le relazioni russo-europee subirono diversi colpi, tra i quali i più notevoli furono certamente l’allargamento della NATO e il conflitto per il Kosovo nel 1999. Il caso del Kosovo, in effetti, è diventato per la Russia la “carte blanche” per agire in Ossezia. Quindi, dopo la rivoluzione democratica in Russia, il paese non trovò nell’Europa il posto inizialmente cercato.

Come scrisse Egor Gajdar nel 2005, la Russia accetta “di non essere membro del club e di non far parte della famiglia”. Ma l’Europa e la Russia sono condannati a un buon vicinato. “L’Europa deve riconoscere il problema di base: la Russia non sparirà mai. La Russia è uno dei vicini più importanti”, scrisse Gajdar. Ci vogliono dunque nuove politiche riguardo alla Russia, chiare e coerenti, che prendano sul serio anche le necessità del nostro vicino. È oramai chiaro che le politiche attuali mancano di concretezza. La politica europea dei Quattro spazi comuni, rimane ambigua. E anche le proposte di Medvedev per una nuova struttura di sicurezza pan-europea, fatte già prima del conflitto nel Caucaso a Berlino, nel giugno 2008, e ripetute poco dopo a Evian, appaiono vaghe. Però entrambi i concetti rappresentano un punto di partenza per ridare all’Europa l’opportunità di aprire la porta a Mosca e di integrare la Russia nei meccanismi europei. Con una politica verso la Russia più esplicita, con una Russia integrata in strutture europee, sarebbe anche più facile per il Cremlino accettare una Georgia membro Ue. Sicuramente l’idea di includere la Russia nella NATO – come suggerita dal ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski e da Gareth Evans (ICG) oppure da Philip Gordon, assistente di Hillary Clinton – è prematura. Ma la proposta riflette non solo l’inadeguatezza del Consiglio NATO-Russia ma anche la necessità di collaborazione mutua, superando diffidenze reciproche, storicamente fondate, ma ormai obsolete in un mondo sempre più globalizzato.

Anche se un’integrazione completa della Russia appare prematura, una diversa politica di vicinato sicuramente dovrebbe comprendere molto di più che un semplice accordo di partenariato. Invece dovrebbe avere un fondamento istituzionale, che forse non necessita neanche la creazione di istituzioni nuove: l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e il Consiglio d’Europa potrebbero assumere un ruolo più importante per strutturare la politica di sicurezza euro atlantica. Una cooperazione strategica con la Russia, voluta dall’Europa ma anche dagli USA, sarebbe molto più effettiva se radicata in strutture istituzionali comuni. Qui ci vuole movimento sia da parte russa che da parte occidentale. La Russia deve riconsiderare il proprio ruolo nella CSI e anche il proprio sistema politico. Medvedev ha fatto primi passi, fra i quali l’ultimo è stato il suo articolo recente “Avanti, Russia”, pubblicato nel quotidiano russo “Gazeta”, ammettendo la corruzione e la debolezza della democrazia russa. L’Europa a sua volta deve chiedersi se ci sono veramente contributi costruttivi che la NATO potrebbe fare per stabilire rapporti paritari, specialmente un suo ulteriore allargamento.

Condividi:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • TwitThis
  • email
  • FriendFeed
  • RSS
  • LinkedIn
  • PDF
Altri articoli scritti da Philipp Casula
Articoli correlati