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C’è grossa crisi Allons enfants de la patrie

Una pernacchia per Wolfowitz

di Alessandro Aresu · 4 Comments · in Politica globale · 3 settembre 2009

Non basta la formula accattivante dei “Think Again” di Foreign Policy per rendere giuste delle idee sbagliate e pericolose. E non basta qualche mese di quarantena e qualche sondaggio un po’ meno favorevole per rendere i neocon competitivi nei confronti di Obama. Un recente pezzo di Paul Wolfowitz (ve lo ricordate? ebbene sì, esiste ancora) offre un’interessante illustrazione a riguardo. La provocazione di Wolfowitz ha già ricevuto una previdibile replica di Stephen Walt (uno degli eroi dello Spazio della Politica), ma è il caso di aggiungere qualche breve nota.

Wolfowitz si propone di demolire due cattivi piccioni con una fava: Obama e il realismo. Il che lo rende adatto per proseguire una discussione che abbiamo iniziato a partire da “The Godfather Doctrine”.

Cosa sa Wolfowitz del realismo? Ora, non è il caso di imbarcarsi in una discussione accademica sulle differenze interne del realismo e delle sue varie scuole. Cerchiamo di semplificare il semplificabile. Se Wolfowitz andasse a scuola di realismo, s’imbatterebbe molto presto in due principi: la prudenza e lo studio. Questi principi, secondo un realismo etico minimo, dovrebbero essere considerati dai decisori politici di uno stato che si muove nella politica internazionale. Si potrebbe obbiettare sulla loro banalità. Eppure proprio l’avventura neocon rappresenta una schiacciante illustrazione della mancanza di prudenza e di studio nelle azioni dei decisori della maggiore potenza mondiale.

La prudenza.  La capacità di ponderare le conseguenze delle proprie azioni ha a che fare con i limiti della stessa esperienza umana. Prudenza, quindi, è anzitutto consapevolezza dei limiti. Chi pensa di “creare la storia” dal proprio scranno imperiale non può essere prudente. I suoi confini sono stabiliti dalle sue stesse azioni, e non da altre variabili. O sono stabiliti dalla confidenza con Dio. Per dirla in termini “pop”: se aspetto un SMS di Dio per decidere cosa fare l’indomani, non sono prudente. Come direbbe Reinhold Niebuhr, penso di “governare” la storia perché ho trovato la chiave definitiva per decifrarla (gli SMS di Dio). La prudenza suggerisce invece che la storia è complicata. La storia non è un film di Michael Bay dove sai che puoi spaccare tutto, ma alla fine l’America ce la fa e l’eroe porta a casa il risultato. La storia è come l’isola di Lost: i suoi percorsi sono intricati, e oltre al bianco e al nero esiste il chiaroscuro (spoiler).

Lo studio. Realismo significa – anche – studio, come avevano chiarito Hulsman e Lieven in “Ethical Realism”, dove c’è un eccellente capitolo sulle virtù del realismo. Secondo questa prospettiva, non ci s’imbarca in un’impresa senza sapere dove si va, anche perché, per prendere una decisione “prudente” sul rischio di tale impresa, bisogna sapere di che cosa si sta parlando, oltre a ragionare sui costi economici, umani e culturali delle proprie decisioni. L’ignoranza sul mondo che ci circonda non è una virtù, e non verrà mai cancellata da quelle malsane pretese d’innocenza e di eccezionalità che possono causare ancora molti danni a un’America in difficoltà, incastrata nel pantano dell’Afghanistan. Un’America che oggi ha bisogno di tutto fuorché delle lezioni del Professor Wolfowitz.

Tagged with: neocon • Obama • Realismo • Wolfowitz 
Alessandro Aresu
Autore

Alessandro Aresu

Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e direttore de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP cura le rassegne stampa e si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, oltre che di Stati Uniti.

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  • Fabio Mineo

    Fortunatamente mi pare che questa storia faccia parte di una pagina americana che è stata voltata qualche tempo fa, le cui conseguenze – purtroppo – sopravviveranno ai prossimi 2-3 presidenti. Comunque interessante spunto sul realismo. Fabio

  • http://www.lospaziodellapolitica.com Matteo Scurati

    Resta, a mio modo di vedere, da valutare lo sviluppo che la guerra in Afghanistan prenderà anche sotto la presidenza Obama. La recente richiesta di maggiori truppe da parte della Nato, non delinea certo una fine a breve termine dello scontro. Il che riflette una sostanziale ambiguità: per quale motivo gli USA sono in Afghanistan? Per occuparne il territorio? Per ristabilirne la democrazia? Militarmente, la missione sta rivelandosi un completo disastro anzitutto a livello teorico: non se ne capisce il senso.
    Uscirne non sarà semplice.

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