L’ascesa della Cina è una straordinaria opportunità… La Cina si apre al mondo… I cinesi ci compreranno più scarpe… Eccetera eccetera. Quante volte abbiamo sentito queste formule negli ultimi dieci anni? Siamo ormai passati dalla sorpresa alla banalità. Al di là degli slogan, il punto è che l’ascesa della Cina, come ogni evento storico, ha delle conseguenze: per esempio, il fatto che Barack Obama eviti di incontrare il Dalai Lama a Washington. Questo mancato incontro non è una tragedia dell’umanità, ma è semplicemente il riconoscimento del nuovo ruolo economico e politico della Cina: è l’altra faccia degli slogan.
In un articolo grandioso che apre il nuovo numero di Limes, John Hulsman saluta la fine delle gloriose “guerre umanitarie” col marchio statunitense. Le proposte in questo senso di figure come Anne-Marie Slaughter, Susan Rice e Samantha Power sono “fortunatamente acqua passata”. Il Paese non vuole guerre non necessarie, il Presidente e gli esperti litigano sulla distinzione tra “scelta” e “necessità”, e non ci sono soldi. Anche la “lega delle democrazie” resta in un cassetto chiuso a chiave. Non ci sono soldi. Si naviga a vista con un “realismo tattico”, che secondo alcuni come lo stesso Hulsman paga, secondo altri meno. Comunque, non ci sono soldi. In riferimento alla Cina, Hulsman coglie bene il nuovo spirito dei tempi:
Assistiamo ai primi vagiti di una nuova dottrina geopolitica su come trattare le altre potenze, specie la Cina. Nei primi giorni dell’amministrazione Obama, abbiamo assistito allo spettacolo di Hillary Clinton che va in Cina e non fa la lezione ai cinesi sui diritti umani in Tibet e nell’irrequieta provincia del Xinjiang, come ci si sarebbe aspettato considerando il suo curriculum. Anzi, Hillary si è docilmente assoggettata alle lezioni dei cinesi, che invitavano la nuova amministrazione a non usare l’inflazione per uscire dalla crisi. Mi sembrò allora che non mi restasse più nulla da sperimentare nella vita, dopo aver visto maoisti cinesi che spiegavano la necessità della stabilità monetaria al segretario di Stato americano – e avevano ragione!
In un contesto in cui l’opinione pubblica mondiale e la democrazia universale non esistono, la Cina è un attore geopolitico che invoca la libertà di “amministrare gli affari cinesi in modo cinese”. Il Tibet, a detta della Cina, è un affare cinese. Punto. Inoltre, siamo in un momento storico in cui l’irritazione reciproca tra Cina e Stati Uniti (in cui s’inseriscono le partite dei dazi commerciali, oltre al ruolo del dollaro) rappresenta un pericolo per una stabilità mondiale che è ancora tutta da inventare. In questo contesto, anche il Dalai Lama ha i suoi problemi, e forse è abbastanza realista da riconoscerli. Per esempio, il bilanciamento etnico. Per esempio, il fatto che discorsi e marce non abbatteranno il Partito Comunista Cinese, a meno che il Dalai Lama e le ONG non siano in grado di causare una recessione molto pesante. Per esempio, il fatto che il Dalai Lama stesso, figura di grande carisma, è vecchio. Salvo immortalità, la sua sostituzione con un bambino (come da copione) non aiuterà il confronto con una leadership cinese che presumibilmente sarà formata da adulti.
Perciò, disturbare la Cina su questo punto è irrilevante. O meglio, è soltanto chiasso, come per le Olimpiadi. L’equilibrio politico e le scelte dei leader non si misurano su grandi decisioni come “illuminiamo l’Empire State Building oppure no” o su quante prime dame si vestono come un monaco tibetano. Né gli Stati Uniti possono utilizzare, in questo momento, il principio di autodeterminazione dei popoli per il Tibet, condito magari con un pizzico di “mondo sicuro per la democrazia” sull’Himalaya. Tutto ciò non accadrà, ed è meglio così. Come ha detto in margine al G20 di Londra, Barack Obama deve rispondere anzitutto al popolo americano e alla necessità di ricostruire il “sogno americano”. Insomma, è un bell’impegno. Per il Dalai Lama, c’è sempre Nancy Pelosi.









