Massimo D’Alema è stato nominato “ministro degli Esteri” dell’Unione Europea. Con l’appoggio di Silvio Berlusconi e del suo governo. Non è la prima volta che un “accordo” tra Berlusconi e D’Alema fa discutere la politica italiana. Verso un nuovo patto della crostata? Il ruolo di Gianni Letta e di Gianfranco Fini. Di tutto questo parleremo tra poco ad Anno Zero, perché questa è solo un’anteprima. Musichetta e via.
Poi, letterina di Travaglio sull’inciucio. Per una volta non si parla di sesso & politica, anche se un po’ di Tarantini ci sta sempre. Sicuramente questo sarebbe l’effetto immediato e più tangibile della nomina di Massimo D’Alema ad Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea: una bella puntata di Anno Zero sull’Italia bloccata sull’inciucio. Tanti strali contro D’Alema, ma pochi ascolti. La settimana successiva si passerebbe a cose più serie (come la questione mafiosa) o al trans trans.
1. Il paradosso della sparizione. Il 17 dicembre ho scritto su questo sito un articolo appassionato, anche se troppo acrimonioso, intitolato “La contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni dalla vita politica italiana”. Era una proposta drastica e distruttiva per un PD alla frutta. Alla fine della sezione su D’Alema scrivevo:
L’exit strategy di D’Alema difficilmente potrebbe portare a un incarico internazionale di primissimo piano come ai tempi in cui svolgeva (e bene, a mio giudizio) il mestiere di Ministro degli Esteri. Eppure dispone in ogni caso di competenze e di una rete internazionale di relazioni. Non credo che fonderà D’Alema Associates sulla falsariga di Kissinger Associates, perché, con tutto il rispetto, sono cervelli, mondi e tempi diversi. Però potrebbe tentare qualcosa di simile per unire alla sua passione per la politica internazionale un lavoro intellettuale diverso dalla politica attiva. Oppure potrebbe riprendere Sraffa e mettersi a insegnare.
Evidentemente mi sono sbagliato. Da dicembre, D’Alema ha portato avanti un percorso intellettuale oltre che politico, che potrebbe effettivamente portarlo a un prestigioso incarico internazionale. Ha colto alla grande il trend dei “think tank all’italiana”, anche se sul fronte webmagazine è stato senz’altro superato da Fini. Ma c’è un paradosso che riguarda il PD, e che secondo me vale ancora. Vale ancora il fatto che gran parte dell’elettorato potenziale non possa vedere D’Alema, ed effettivamente spera in una sua sparizione e che un’altra ampia parte dell’elettorato (decisiva perché fatta di iscritti, di quel che rimane del “popolo”) riconosca in lui la personalità più autorevole del PD, fino a rivendicare la sua indispensabilità. Entrambe queste versioni sono caricature. D’Alema non è il male, e non è indispensabile.
2. Che cos’è l’interesse nazionale. Bella domanda. Abbiamo affrontato quest’argomento con Lucio Caracciolo e Andrea Romano, l’abbiamo ripreso più volte e intendiamo farne un punto di osservazione della politica italiana. Non pensiamo a un interesse nazionale statico o da guerra fredda, incapace di inquadrare la fluidità delle questioni contemporanee, ma a una domanda sui motivi per cui siamo insieme e sulla nostra capacità di influire. La spartizione delle cariche europee è un’opportunità per rappresentare l’interesse nazionale, ma servono personalità adeguate e idee presentabili. In D’Alema abbiamo entrambi gli aspetti. Un flash: tra i discorsi di David Miliband (un possibile concorrente) e quelli dell’ex presidente del Consiglio non ci sono grandi differenze, se non che il primo spruzza un po’ di Commonwealth.
In conclusione, D’Alema non sta facendo inciuci. Si sta muovendo bene. Per come la vedo io, in questi mesi ha esagerato un po’ con la forza del socialismo europeo, con elogi romantici alle copertine di Newsweek e tutto il resto. Ora capisco perché l’ha fatto.










2 Responses to “D’Alema e l’inciucio europeo”
Ale, la tua provocazione di qualche mese fa era profetica! Il ruolo di Mr. PESC è tagliato su misura per lui. Ma è interesse dell’Italia? Certamente non di Berlusconi, che non avrebbe più nessun suo uomo in Europa. Forse nemmeno per la sinistra che non ci guadagnerebbe molto ad identificare Bruxelles con D’Alema.
Penso che se si voglia puntare su un candidato forte Draghi sia meglio di D’Alema. Entrambi sono molto stimati e altrettanto criticati (per motivi diversi). Tuttavia la candidatura di Draghi disinnesca l’ambizione della Germania a puntare alla BCE, un’ipotesi che metterebbe l’Italia nei guai.
Infine la nomina di D’Alema confermerebbe l’idea dell’Europa pensionato di lusso e non palestra per giovani talenti. Molto meglio Miliband, che rischia già dall’anno prossimo di trovarsi disoccupato…
Su Berlusconi sono d’accordo, ma è importante che riesca a dare ai suoi uomini e alle proposte dei suoi autorevolezza, perché tu conosci meglio di me le magre vicende della maggior parte dei berlusconiani. Secondo me, invece, la sinistra di casa nostra ci guadagnerebbe, per lo stesso argomento della “sparizione”: se si continua a vivere dell’eterna vicenda D’Alema/Veltroni non si va da nessuna parte, non si cresce, non si svolta. Se hai Veltroni che ti dice “non basta il socialismo” e D’Alema che ti fa “viva il socialismo”, siamo alla frutta. Almeno così ci si mette davvero alla prova, in modo positivo. Un grande partito/progetto può vivere senza D’Alema e Veltroni? La risposta è sì.
Su pensionato di lusso/palestra per giovani talenti idealmente la vedo assolutamente come te. Sono per i giovani talenti e non per l’entropia del riciclo. Abbiamo bisogno di un’iniezione di giovani e leadership femminile. Alla BCE invece di Draghi vorrei Raffaele Mauro, meno Goldman Sachs e più manga! Ovvio che, al di là del cazzeggio, non possiamo fare la rivoluzione di punto in bianco. Il curriculum di D’Alema, in questo gioco intricato di equilibri, è una carta di cui tenere conto.