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06 ott
Global warming: la situazione e’ grave, ma non seria

global warmingLa minaccia di uno sconvolgimento climatico determinato dal riscaldamento globale in atto è crescente, seria, urgente e riconosciuta sia dalla comunità scientifica che dalle principali potenze economiche mondiali. Il benessere futuro dell’umanità è strettamente legato alle strategie energetiche globali che verranno sviluppate. I temi principali da affrontare sono: ridurre la dipendenza energetica dall’estero, ridurre la volatilità dei prezzi ed effettuare una rapida trasformazione verso approvvigionamenti energetici a basso consumo di carbonio, efficienti e rispettosi dell’ambiente.

Non sappiamo esattamente qual è la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera che determinerebbe delle catastrofi che andrebbero a ledere irrimediabilmente i processi di autoregolazione che governano il pianeta. Gli scienziati ed i politici sostengono che c’è una soglia oltre la quale ci saranno “dangerous anthropogenic interference ”(Dai), che il limite sarà raggiunto quando la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera raggiungerà le 450 parti per milione e che l’uomo può ancora invertire questa tendenza ma ha poco tempo per farlo. Sappiamo però che oggi stanno incrementando gli eventi climatici estremi come tempeste ed alluvioni. La desertificazione si espande e con essa diminuisce la fertilità dei terreni e la produttività dei raccolti che non riescono più a sfamare una popolazione in aumento costante e che in poco tempo arriverà a 9 miliardi di individui. Il livello dei mari aumenta inesorabilmente. Si parla già di profughi climatici. E’ probabile quindi che la soglia oltre la quale si potrebbero manifestare le “DAI” sia più bassa di 450 parti per milione. Il livello sembra possa essere pari a 350. Il problema è che ad oggi la concentrazione è pari a 380.

La questione centrale non è sul cosa fare ma su chi dovrà farlo e con quale contributo. C’è intesa sulla necessità di contrastare il riscaldamento globale ma per trovare degli accordi vincolanti alla prossima COP15 di Copenhagen ci dovrà essere una convergenza fra le richieste dei paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Tutto si basa su interessi legati alla crescita economica. Molte indagini affermano che l’economia verde genererà molti più posti di lavoro rispetto ad uno sviluppo economico che potrebbe essere definito business as usual e fondato prettamente sul consumo di energia fossile. Nel 2007 gli occupati nel settore delle energie rinnovabili erano, nel mondo, 2,3 milioni. Raggiungere una riduzione delle emissioni del 30% al 2020 attraverso un accordo globale farebbe aumentare il Pil dello 0,8% (in confronto allo scenario business as usual) e creerebbe 10 milioni di posti di lavoro. (Fonte: The Climate group). Uno studio dello IEFE/Bocconi e del GSE ha indicato invece che se l’industria italiana valorizzerà la filiera produttiva delle tecnologie rinnovabili sviluppando una leadership nel mercato manifatturiero internazionale, si potranno raggiungere 175.000 nuovi posti di lavoro al 2020 rispetto ai 75.000 occupati attuali.

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