Il 67% dei partecipanti al referendum irlandese sul Trattato di Lisbona ha votato sì alla sua ratifica. Un voto non scontato dopo la precedente bocciatura del testo avvenuta un anno fa. In mezzo, la crisi economica e la presa di coscienza dell’inesistenza di strade alternative. Il referendum irlandese chiude un decennio, il primo del ventunesimo secolo, che si potrebbe ribattezzare il decennio dell’ “euro-glaciazione”.
Considerando la costruzione europea così come era stata architettata negli anni Ottanta e Novanta, essa è stata “congelata” per l’incapacità delle leadership continentali di trovare delle soluzioni nuove, rendendo in questo modo il processo d’integrazione sempre meno attrattivo per i cittadini. E’ difficile dire se lo sblocco della questione irlandese potrà segnare l’inizio di una nuova fase, ma il nuovo trattato offre delle opportunità da sfruttare per “riscaldare” la situazione. Come dicevamo, l’assenza di leadership autorevoli e lungimiranti a livello nazionale ha rallentato il processo d’integrazione europea. I progetti realizzati nell’ultima decade sono progetti ideati all’epoca di Delors, Kohl e Mitterand: la moneta unica, l’allargamento, la riforma istituzionale sono tutti successi nati da quell’epoca, ed il Trattato di Lisbona ne è in qualche modo l’ultimo erede. La riforma fu concepita per due esigenze: completare la trasformazione delle istituzioni dal piano economico a quello politico e costruire un’architettura durevole in grado di poter sostenere le sfide dell’allargamento e della globalizzazione. L’incapacità dell’Europa di darsi delle istituzioni per poter rispondere proprio a queste sfide ha generato un clima di sfiducia e pessimismo nei cittadini, che hanno premiato l’astensionismo e l’euro-scetticismo alle due ultime tornate elettorali europee. I referendum tenutisi in Francia, Olanda e Irlanda hanno poi obbligato i vertici europei a invocare “una pausa di riflessione”, a conferma di un’euro-glaciazione ormai evidente.
Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona il cammino potrebbe essere ripreso, come dimostra il primo passo compiuto in Irlanda. Saranno tuttavia le leadership europee a dettare il ritmo. La prima tappa sarà la firma dei presidenti delle repubbliche ceca e polacca, Klaus e Kaczynski, che dovranno decidere se tenere fede alle loro promesse e sgombrare il campo da ulteriori argomenti strumentali ai fini di bloccare la ratifica. La vera incognita sarà l’inversione di marcia che il leader conservatore David Cameron, probabile vincitore delle imminenti elezioni britanniche, dovrà fare rinunciando a chiedere un referendum confermativo. Curiosamente, gli anni dell’euro-glaciazione hanno coinciso con la crisi economica in Germania, per decenni la locomotiva d’Europa, e la coabitazione forzata a Berlino tra socialdemocratici e conservatori. Questa situazione di stallo, tanto politico quanto economico, si è riversata indirettamente sull’Europa. Lo scioglimento della Grosse Koalition seppure nella continuità di una rinnovata legittimità della Merkel potrebbe aprire la prospettiva di un rilancio della coppia storica franco-tedesca. Sinora il sodalizio con Sarkozy non ha funzionato anche per la scelta del dinamico presidente francese di privilegiare il rapporto con Londra. Tuttavia, l’avvento dei conservatori britannici potrebbe cambiare la loro relazione, e ciò non sarebbe del tutto un male.
Le innovazioni contenute nel Trattato di Lisbona modificheranno significativamente la struttura delle istituzioni europee. L’Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE unirà il ruolo attualmente ricoperto da Solana a quello di Commissario per le Relazioni Esterne e la Politica di Vicinato, cumulandone i poteri e ottenendo la vice-Presidenza della Commissione. Inoltre avrà il controllo dell’amministrazione del Servizio di Azione Esterna e dell’Agenzia di Difesa Europea. La Presidenza del Consiglio Europeo avrà invece una durata di 2 anni e mezzo rinnovabili e coordinerà i lavori assicurandone la continuità, se non ancora l’indirizzo politico. La stampa ha dato risalto a queste nuove cariche, ma la loro rilevanza dipenderà dalle persone chiamate ad assumere questi ruoli. Molti politici di primo piano ambiscono a diventare l’erede di “Signor PESC”, tra cui lo svedese Bildt, Presidente del Consiglio UE in carica, o il tedesco Steinmeier, Ministro degli Esteri uscente. Nomi ancor più altisonanti si vociferano per il cosiddetto “Mister Europa”, come l’inglese Blair e lo spagnolo Gonzalez o l’olandese Balkenende. Forse uscirà vincitore di questa gara un off-sider come il Premier francese Fillon.
Il Trattato però non significa soltanto nuove poltrone. Gli equilibri tra gli stati e tra le istituzioni potrebbero radicalmente cambiare. Se ci saranno nuovi giocatori, ci saranno nuove regole. Pur mantenendosi nel Consiglio una presidenza a rotazione, questa diventerà più collegiale sulla base di un coordinamento maggiore tra i componenti del Trio di Presidenza. Spagna, Belgio e Ungheria hanno già iniziato a lavorare in tal senso per preparare i 18 mesi sotto la loro supervisione. I grandi paesi conteranno di più a ragione della doppia soglia di maggioranza sulla base degli stati e della popolazione. Una cosa è certa: nell’Europa di domani il peso di Berlino sarà ancora più forte.
Lo stesso Parlamento Europeo trarrà vantaggio dalla riforma. Ogni volta che il Consiglio voterà a maggioranza qualificata, il Parlamento potrà intervenire sulla base della codecisione. Tale regola riguarderà anche nuove aree di competenza precedentemente soggette al principio intergovernativo come il diritto d’asilo, le politiche migratorie, la cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale. In aggiunta potrà esprimersi sulla politica commerciale e agricola, e avrà pieno potere di spesa. Infine il Presidente della Commissione dovrà essere votato dal Parlamento Europeo sulla base dei risultati elettorali. Questa novità, pur non introducendo una relazione di fiducia con il livello legislativo, legittima maggiormente il Presidente della Commissione che diventerà più forte. In tale prospettiva alcuni gruppi politici hanno già tentato, invano, di posticipare la nomina di Barroso per applicare le disposizioni del nuovo Trattato. Più efficacemente, il gruppo dei popolari ha fatto di Barroso il proprio candidato, politicizzando marcatamente le scorse elezioni. Egli infatti può vantare di una maggioranza politicamente orientata a destra, apertamente sostenuta da popolari (PPE) e conservatori (ECR), con l’appoggio di alcuni deputati liberali (ALDE) e socialisti (S&D).
Il potere del Presidente della Commissione sarà rafforzato anche dalla possibilità di scegliere i commissari sulla base di una lista di tre candidati proposti dagli stati membri. Tuttavia, la riduzione dei seggi prevista nel Trattato di Nizza non sarà applicata, ma rinviata al 2014. Tale modifica è stata usata come arma di ricatto da parte dello stesso Barroso, il quale aveva minacciato di privare l’Irlanda del proprio commissario in caso di un nuovo rigetto del testo. La proposta ventilata prevedeva la soppressione del rappresentante dei paesi che avrebbero avuto durante il mandato della prossima Commissione il turno di Presidenza del Consiglio, tra cui la stessa Irlanda. Tale soluzione salvava Francia, Germania e Gran Bretagna, i tre grandi paesi dell’UE.
L’infinita euro-glaciazione che sembra concludersi darà spazio ad una nuova fase se gli stati useranno saggiamente le possibilità di cooperazioni rafforzate tra di loro. L’Unione Europea a più velocità non significa l’inizio della disintegrazione, come se gli stati fossero iceberg alla deriva. Piuttosto è utile ricordare come le avanguardie sinora create in materia di politica monetaria – Euro – o libertà di circolazione delle persone – Schengen – siano state uno sprone per tutti a guardare lontano. In questo senso, un approfondimento di tali cooperazioni rafforzate è auspicabile tanto quanto il loro allargamento. In un mondo regolato dal G20, l’Europa diventa più piccola. E’ primario perciò trovare strategie efficaci per renderla un attore protagonista delle organizzazioni internazionali. L’Eurogruppo può avere un ruolo maggiore in organizzazioni come FMI e Banca Mondiale. La cooperazione in politica di difesa potrà essere rafforzata e strutturata, magari a partire da una rivisitazione del Trattato di Bruxelles, precursore del Patto Atlantico. Se i leader europei si caricheranno delle proprie responsabilità, il disgelo potrà avere inizio.




































Matteo Minchio
Nato a Mariano Comense nel 1983, é cofondatore de Lo Spazio della Politica, coordinatore del team LSDP di Bruxelles e lavora alla Commissione Europea. Per LSDP si occupa di geopolitica dell’Unione Europea e delle relazioni tra stati membri e istituzioni comunitarie.