C’era una volta Al Gore. L’uomo che ha inventato Internet e poteva salvare il mondo dalla minaccia dell’Uomorsomaiale era pronto. Dall’Oscar al Nobel. E poi? Era sulla cresta dell’onda per il 2008. “No, non mi candiderò”. “Beh, aspettate un attimo, vediamo come va”. Poi è arrivato Lui. Dai sogni di suo padre al profeta del cambiamento, “a more perfect union” e tutto il resto. Al Gore è sparito. E Obama trionfa. Quando l’Uomorsomaiale si presenterà, Obama lo farà ragionare con un bel discorso, spiegandogli che la sua lotta si riflette nelle vicende degli Stati Uniti, e che per questo, insieme, in pace, si può costruire un mondo migliore.
Il Nobel per la Pace è quello che è. Gandhi non l’ha vinto. Kissinger sì. Arafat pure. D’altra parte quello per la Pace non è un premio ridicolo (naturalmente, stando agli ultimi anni, a essere ridicolo è il Nobel per la Letteratura, chiedete pure a Philip Roth), ed è stato davvero assegnato a personalità straordinarie.
La vittoria di Barack Obama produce vincitori e sconfitti. Obama stesso, anzitutto, che in brevissimo tempo, dopo la disfatta della Chicago Olimpica, torna vincitore in un’Europa che lo vorrebbe Presidente (annienterebbe Tony Blair). Il commento di Francesco Cossiga comincerebbe così: “Caro Veltroni, intendevo congratularmi con te per la straordinario riconoscimento che la tua monografia “Noi” ha ottenuto dagli accademici di Svezia con l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Barack Obama”. E tutto il resto. Poi c’è Ingrid Betancourt, che già l’anno scorso si sentiva in odore di premio, invece niente. E nemmeno stavolta.
Le motivazioni riprendono quello schizzo di politica estera che abbiamo analizzato ne “Il realismo ai tempi di Obama”, e di cui parleremo nelle prossime settimane con Mattia Diletti, che nell’ultimo numero di Limes ha analizzato il “realismo magico” del Presidente. Il premio Nobel fa anche contenta la Cina, perché evitare in un sol colpo l’incontro con il Dalai Lama e l’assegnazione del premio a un dissidente è una vittoria. Sorge spontanea la domanda sulla legittimità dell’assegnazione del premio della Pace a un realista (ammesso che Obama lo sia): certo che è legittimo, qualora realismo o pragmatismo sappiano garantire la pace meglio di un’overdose di illusioni. Le critiche sono le solite. Prevedibili. Nobel alla retorica, Nobel all’immagine, Obama non ha una “grand strategy”, non di sole colombe vive l’uomo. Ma il “reset” di Obama è stato reale, sullo scudo spaziale, sulle prospettive del discorso del Cairo, sulla non-proliferazione nucleare. Rimane da stabilire se saprà portare avanti quest’istinto di cooperazione in un mondo in cui le stesse regole della cooperazione sono fluide, sfuggenti, perché rispondono a un “disordine mondiale”. Inoltre, c’è un’altra variabile fa tenere a mente: il dossier Afghanistan. Il Presidente-Spock-Nobel dovrà confrontarsi da una parte con la confusione strategica e dall’altra con un Paese in cui “Torna a casa, America” comincia a essere sinonimo di pace.
Infine, ancora una volta l’uomo è il messaggio: il primo Presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti conta, ed è inutile sminuirlo. Nel momento in cui è stato eletto, meritava già “suo malgrado” il Nobel, perché la lotta per la giustizia della sua gente merita rispetto e ammirazione, e il fatto che abbia cercato di costruire una nuova narrazione dell’America al di là degli steccati razziali è un gesto da costruttore di pace. Sembra un’ovvietà, ma contando che un buon numero di concittadini di Obama non credono che sia americano e che un buon numero di abitanti del pianeta credono che sia un alieno manovrato da Zbigniew Brzezinski o l’Anticristo, non bisogna dare nulla per scontato.










3 Responses to “Obama batte Gandhi”
Il commento del nostro idolo Lucio Caracciolo:
http://temi.repubblica.it/limes/obama-un-nobel-sulla-fiducia/7026