Master Affari Politicin
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16 ott
Quella Seconda Repubblica fondata sul calcio
di Moris Gasparri       sezione: Italian politics

calcioQualche giorno fa un articolo apparso sulla rivista inglese Prospect Magazine ha lanciato l’accusa: il calcio contemporaneo, con le sue folli spese e la sua irrazionalità economica, è un prodotto sommo della stupidità umana. Aldilà delle motivazioni addotte dagli autori (se l’unico metro della ragionevolezza dovesse essere l’analisi economica i campi della stupidità umana si allargherebbero probabilmente a dismisura), la provocazione è troppo ghiotta per non poter essere raccolta e sviluppata in altre direzioni.

Tra i tanti eccezionalismi italiani, uno è stato poco analizzato e studiato in questi anni: il rapporto tra calcio e politica. Lasciamo perdere le fenomenologie esteriori, della serie il politico di turno da Biscardi o nei “bar sport” televisivi o i vari club Montecitorio dedicati a questa o quella squadra. Anche altrove succede così, basti pensare al rapporto d’amicizia nato tra Alastair Campbell (il deus ex machina del blairismo) e sir Alex Ferguson, l’allenatore del Manchester United, culminato in questa memorabile intervista di qualche mese fa. Ma in Italia la situazione è diversa. Il rapporto tra calcio e politica è più profondo e non investe questo o quel giocatore o politico, ma i due mondi nel loro insieme. Non esiste infatti una metafora migliore del calcio per comprendere alcuni aspetti dello “spazio della politica” italiana degli ultimi anni. Proviamo a dimostrarlo attraverso tre esempi significativi.

L’immagine di un leader – C’è il calcio all’origine di una leadership politica che ha segnato la storia italiana degli ultimi vent’anni, quella di Silvio Berlusconi. Prendere una squadra sull’orlo del fallimento e proiettarla in maniera stabile ai vertici del calcio mondiale è stato un passaggio decisivo nella costruzione della sua immagine di leader vincente. “Quello che ho fatto col calcio lo farò con la politica, far sognare”: questa la strategia più volte rivendicata da Berlusconi. E Dio solo sa quanto il “social dreaming” sia un elemento centrale delle dinamiche elettorali contemporanee. L’unico leader che in questo aspetto gli assomiglia, anche se in misura molto minore, è il premier brasiliano Lula, grande appassionato di calcio e tifoso del Corinthians, e guarda caso stiamo parlando di un altro leader pluricelebrato e vincente. Ma questo modello contiene anche il suo rovescio negativo. Nel passaggio dal sogno all’incubo del Milan attuale molti leggono, in prospettiva, i segni della fine egemonica del berlusconismo. Sarà il tempo a giudicare. Nel frattempo non è casuale che il nome indicato come probabile nuovo acquirente del Milan sia quello di Gheddafi. Calcio e politica, come il mare e la filosofia per il Moby Dick di Melville, “are wedded forever”.

L’assenza di leader – In casa PD la situazione è diametralmente opposta. Qui il calcio agisce non come fattore di consolidamento di una leadership, ma come specchio della sua assenza. In un contesto, quello del centrosinistra italiano, in cui agiscono tanti “big” (un concetto politicamente vuoto) in lotta tra di loro e nessun leader carismatico ed autorevole in grado d’imporsi sugli altri, il desiderio per qualcosa che non si ha viene proiettato in altri campi. Nascono da qui, consapevolmente o meno, le invocazioni dei mesi passati a Mourinho segretario del PD, con gruppo Facebook annesso e dibattito incorporato. Qualche giorno fa la nuova provocazione: il PD deve prendere ispirazione da Cesare Prandelli, l’allenatore della Fiorentina. Seguendo il filo del nostro ragionamento queste provocazioni non appaiono casuali o strampalate. Perchè i grandi allenatori di calcio sono oggi modelli di leadership. Una leadership comunicativa ed emozionale (dove più emozioni che nel calcio?) però sorretta da un fondamento pragmatico, i risultati, il bel gioco, la capacità organizzativa, le competenze tecniche. Insomma, immagine e sostanza, forma e contenuto. Eppoi gli allenatori sconfitti si dimettono o vengono esonerati, al contrario di molti leader “esperti nel perdere” ancora in carica nel PD.

Il calcio specchio dell’Italia? – Ma non c’è solo Berlusconi o il problema della leadership a rendere giustizia alla validità della metafora calcistica. Ci sono gli episodi di violenza degli scorsi anni e i numerosi provvedimenti di pubblica sicurezza adottati in risposta, che formano un tassello importante di quello “stato di emergenza” in cui ormai agisce l’Italia, analizzato nella nostra analisi del ruolo politico di Guido Bertolaso (che sia questo un nuovo compito da assegnargli?). C’è la politica che si trasforma in arena del tifo, con il pensiero strategico che si fa slogan, i politici che si trasformano in ultrà (almeno i cori da stadio sono più belli) e la rissa televisiva (anche qui a volte Biscardi sembra più serio) a fare da sottofondo perenne delle vicende politiche della Seconda Repubblica. Infine, c’è ancora il calcio come cartina al tornasole del presunto declino del prestigio internazionale dell’Italia, come dimostra l’ormai cronica debolezza delle nostre candidature per l’organizzazione di eventi sportivi di alto livello o la perdita di competitività (non solo di risultati ma anche di organizzazione, vedi il discorso stadi) del nostro campionato rispetto a quello inglese, spagnolo o tedesco. Per questi motivi il calcio va preso sul serio, più di quanto non facciano non tanto i suoi detrattori, che, come dimostra l’articolo da cui siamo partiti, continueranno ad esistere, ma i suoi amanti. In Italia attorno al calcio c’è solo chiacchiera da bar, mancano analisi e riflessioni più profonde. Il lavoro de Lo Spazio della Politica continua anche su questo campo. Stay tuned.

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