La proposta, rinnovata nel workshop di Asolo (organizzato dai due think tank Fare Futuro e Italianieuropei), di istituire un’ora di religione islamica nelle scuole, ha come sempre scaldato molti animi. Prendiamo nuovamente atto che fa scalpore, in un paese come l’Italia, proporre di aprire le aule scolastiche anche all’insegnamento di tradizioni e culture non propriamente di origine nostrana. E, forse, a fare ancora più scalpore è il fatto che tale proposta arrivi e venga sostenuta con forza da un uomo politico come Gianfranco Fini.
La Lega insorge e la Chiesa cattolica si divide, ma a ben guardare, la proposta, del tutto politicamente trasversale, potrebbe essere l’unica soluzione alla prevenzione dello scontro di civiltà e dell’emarginazione della minoranza musulmana in Italia (circa 1 milione di persone, per quella che ormai è la seconda religione in termini di numero di fedeli in Italia) e, d’altro canto, ad una migliore conoscenza reciproca. Quella conoscenza dell’altro che è alla base di ogni principio di convivenza pacifica e, anzi, costruttiva.
Chiaramente il dibattito italiano è denso di malintesi, travisamenti, ignoranza e superficialità. E così si pone la questione del velo integrale, anche detto burqa, come se le nostre città pullulassero di donne “mascherate”; oppure si pone la questione dell’opportunità o meno di concedere autorizzazioni per l’apertura di nuove moschee, in cui i cittadini italiani musulmani possano liberamente esercitare il proprio diritto alla libertà religiosa. Spesso, come nel caso dell’esponente de La Destra Daniela Santanchè lo scorso mese a Milano, si arriva al limite della provocazione, per poter poi denunciare di essere stati attaccati dalla controparte musulmana e poter portare avanti la propria battaglia politica. Ma tutto ciò, ribadiamo, funziona se a monte vi è un certo grado di non conoscenza dell’altro che pone le basi per i malintesi reciproci e le strumentalizzazioni: un processo che è iniziato secoli fa e che è tuttora in corso, come descrive molto bene lo storico medievale e dei rapporti tra Occidente e Islam Franco Cardini, nel suo libro “Europa e Islam. Storia di un malinteso”.
A seguire tale dibattito in corso nell’arena politica (e sociale) italiana, torna alla mente una questione ai più sconosciuta, ma davvero esplicativa dei rapporti dell’Occidente con la religione islamica. Una storia a metà tra il mito e la leggenda, con degli spunti di riflessione validi ancora oggi. Una questione che risale al Medioevo e la cui natura potrebbe essere etimologica e semantica, ma ad essere più profondi nell’analisi, anche culturale in toto: un simbolo dei fraintendimenti occidentali nei confronti dell’Islam. Sto parlando di come il termine “assassino” è entrato a far parte del nostro vocabolario, con l’accezione che ha per tutti noi. Cosa c’entra? E’ presto detto. Prima di tutto: in quanti sanno che l’origine etimologica della parola è araba? E quanti sanno che la sua trasposizione in italiano ne ha sconvolto del tutto il significato originale?
Al tempo delle Crociate, i Cristiani occidentali presenti in Terra Santa si erano imbattuti in un gruppo politico molto particolare: era una sorta di setta massonica ed esoterica, di ispirazione ismailita, vale a dire una branca minoritaria dello Sciismo (a sua volta, branca minoritaria dell’Islam, che si divide in circa l’85-90% di Sunniti ed il 10-15% di Sciiti, appunto). Una minoranza nella minoranza, dunque. Tale gruppo aveva una ben consolidata tradizione filosofica alle origini delle proprie credenze (gli Ismailiti sono stati tra i più attivi nella formazione della tradizione filosofica di origine islamica), che lo portava ad avere, tra le altre cose, una struttura interna molto rigida (cui si accedeva tramite una sorte di riti di iniziazione), in cui il capo era adorato quasi come una divinità. Come in ogni setta che si rispetti, tale organizzazione aveva anche interessi politici e terreni che la portava, in una situazione di minoranza ed emarginazione assoluta, ad agire tramite omicidi mirati contro i signorotti politici locali, con l’obiettivo di conquistare influenza e porzioni di territorio. Il loro modus operandi era quello dell’omicidio politico, non avendo risorse tali da poter combattere alla pari con eserciti o soldati. Coloro che compivano tali omicidi lo facevano solo con un’arma: il pugnale. Ciò era funzionale alla sicurezza dell’uccisione del nemico ma, d’altro canto, esponeva l’omicida alla pronta reazione delle guardie del corpo della vittima: di fatto il sicario andava incontro a morte certa. Perché tale aspirazione all’atto del martirio? Probabilmente per la forte fede nella propria religione e nel proprio capo, che esponeva i fedeli ad un vero e proprio “lavaggio del cervello”. E così, nella convinzione di raggiungere il Paradiso, il sicario di turno si sacrificava per la causa dell’organizzazione.
Ora, tale gruppo era ritenuto così eretico da parte della stessa maggioranza dei musulmani in Medio Oriente, che i suoi membri venivano apostrofati come “drogati”, in segno di disprezzo ed emarginazione sociale (alla stregua, appunto, delle persone dedite all’uso della droga all’interno della società islamica). Ad essere precisi erano chiamati, in arabo, hashishiyyun, che letteralmente vuol dire “consumatori di hashish” (per estensione “drogati”, appunto). I Crociati ed i cronisti occidentali, venuti a conoscenza della temibilissima setta (i cui membri erano abilissimi nel portare a termine le loro operazioni omicide), ne traslitterarono il termine arabo e ne cantarono le storie in Occidente, riferendosi agli “assassini” (foneticamente simile all’arabo hashishiyyun). Senza troppo indagare sul reale significato del termine o sul perché fossero chiamati in quel modo, o senza preoccuparsi di apprendere le credenze e la cultura filosofica di tale organizzazione, l’occidente cristiano ha così assurto i potenziali cannabinomani (che ora sappiamo non essere neanche tali) in assassini, appunto, dando risalto alla loro pratica dell’omicidio, come se fosse l’unica attività cui fossero dediti. Da allora quel termine è usato nell’accezione di “omicida”.
E se oggi invece imparassimo di più anche dagli altri? Se imparassimo a sapere distinguere un terrorista da un normale credente, se approfondissimo lo studio di una religione di cui sappiamo ancora troppo poco, insegnando in cambio il rispetto per le nostre credenze ed abitudini culturali? Se avessimo il coraggio di aiutare i musulmani ad emarginare i loro elementi estremisti e radicali (in realtà di gran lunga una minoranza), tramite una maggiore conoscenza reciproca? Se riuscissimo a non trattarli più come gli “assassini”, ma andassimo a fondo nella conoscenza reciproca? Sarebbe un primo passo in avanti e aiuterebbe anche noi a liberarci di alcuni fantasmi che sfruttano proprio la mancanza di conoscenza per avere successo.









