Master Affari Politicin
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24 nov
Chi pensa alla nostra energia? Il mercato italiano del gas
Perché paghiamo la bolletta più cara d’Europa, 2.0: concorrenza ed oro blù.
Partendo da alcune interessanti considerazioni di un nostro lettore al mio precedente articolo sulla situazione energetica italiana, mi propongo di approfondire il tema del gas naturale, fonte energetica indispensabile per il nostro paese e comunque di straordinaria importanza per molti altri paesi membri della Comunità Europea, con eccezione della Francia. L’articolo avrà forma tripartita e cercherà di non essere eccessivamente tecnico; per i dettagli, sono disponibile a rispondere successivamente.
Retroscena
Nel 2007, ho scritto la mia tesi (qui disponibile in inglese), sulla “Vertical Foreclosure nel mercato del gas naturale”. La vertical foreclosure, letteralmente “restrizione verticale” è un fenomeno per cui, in determinati settori caratterizzati dalla presenza di bottle neck, l’impedimento all’accesso ad una infrastruttura (che funge appunto da collo di bottiglia) rappresenta, di fatto, un’esclusione dal mercato. Questo è esattamente il caso del settore “gas naturale” dove, per vendere il gas ai tuoi clienti, devi avere accesso al trasporto dello stesso dai paesi produttori, sino all’ultimo miglio, ovvero la casa o la fabbrica dell’utente finale.
La tesi illustrava come il mercato italiano, in linea con tutti gli altri mercati europei – eccetto il Regno Unito – non era sufficientemente aperto alla concorrenza, anzi caratterizzato da un oligopolio con un attore dominante, Eni Spa. Il monopolio/oligopolio, come nel resto d’Europa, aveva resistito a ben due tentativi della Commissione Europea. Nella “first gas directive” (98/30/CE) si richiedeva l’abolizione dei monopoli sull’importazione, la separazione contabile dell’operatore di rete dal monopolista verticalmente integrato e un’opzione di accesso alla rete regolata per i terzi che vi avessero fatto richiesta: i primi due obiettivi furono raggiunti, anche se a monopolio si sostituì oligopolio, mentre il terzo fu mancato, appunto per problemi di restrizione verticale. Nella “second gas directive” (2003/55/CE) si creavano delle autorità nazionali di controllo (in Italia AEEG, autorità italiana per l’energia elettrica e il gas), si richiedeva una separazione legale dell’operatore di rete dall’impresa verticalmente integrata ed una piena apertura del mercato: ancora una volta, il più importante degli obiettivi, il terzo, fu mancato.
Ieri e oggi
L’oligopolio dell’importazione, con la netta supremazia di Eni, non si ruppe. Tra l’altro Eni, allora come oggi, era in grado di controllare l’apertura del mercato attraverso l’effettivo controllo su Snam Rete Gas (l’operatore di rete, ovvero il gestore dei tubi), e quindi in modo diretto (la proprietà di alcuni gasdotti internazionali e la rete italiana) o indiretto (licenza per l’utilizzo del pipeline a lunghissimo termine) gli operatori che avrebbero potuto accedere in modo rilevante al mercato. ENI controlla infatti il 49% di TENP GmbH, tubo che trasporta il gas dall’Olanda, possiede i diritti per l’89% della capacità del gasdotto TAG, che importa il gas russo. Possiede il 46% di Transitgas (porta il gas in Francia), i diritti di esclusiva del TTPC (Trans Tunisian Pipeline Company) che trasporta il gas dall’Algeria, per lo meno fino al 2019.
Oggi, fonte AEEG (dati al 31 Dicembre 2008), Eni importa 45.9 miliardi di metricubi di gas su un totale di 74.8, contro i 9.8 di Enel e i 7.3 di Edison. Senza calcolare il grado di concentrazione del settore o l’indice di Herfindahl, a naso, direi che il settore non è esattamente concorrenziale e dunque non può dirsi sufficientemente liberalizzato. E poco importa, mi scuserà il lettore per la crudezza, se magari facciamo un poco meglio della Francia, che del gas si disinteressa completamente.
Inoltre, Eni è in grado di aggirare anche i limiti alle quote di mercato imposte dalla Commissione Europea attraverso il sistema delle vendite innovative, ovvero la vendita del gas a operatori “di fiducia” immediatamente prima del confine. Non vorrei addentrarmi in questa sede in eccessivi tecnicismi – per chi fosse interessato metto a disposizione il mio lavoro di tesi e le mie risposte – cerco solo di dimostrare come di fatto e, regolamenti a parte, il settore sia ancora piuttosto chiuso.
Cosa fare, dove andare
Dopo aver mostrato l’attuale situazione sotto il profilo concorrenziale, ci tengo a sottolineare due aspetti. Il primo è che evidenziare la carenza di concorrenza del settore non significa sminuire il ruolo del gas naturale come fonte energetica straordinariamente importante per il nostro paese. Il secondo è che le alte tariffe che noi paghiamo nella bolletta sono, per buona parte, un’ulteriore forma di tassa indiretta perché l’azionista più importante di Eni è lo stato. Nel precedente articolo scrivevo: i governi “hanno preferito investire su relazioni privilegiate, con alcuni dei paesi produttori – Russia, Libia, Venezuela – assicurandosi buone relazioni commerciali e sicurezza della fornitura. In questo contesto la duplice veste di azienda privata ma statale di ENI, è stato un modello vincente”.
Su questo punto bisogna essere molto chiari. Attualmente la scelta delle nostre elite è ricaduta su un modello energetico che non prevede concorrenza, basato sulla convinzione che il settore è troppo delicato – rischi circa la sicurezza della fornitura, costi energetici esorbitanti e imprevedibili – perché si giochi a fare gli economisti. Lo stato deve avere garanzie e deve gestire la questione il più possibile direttamente; i parametri europei “li soddisfiamo” a modo nostro. Questo è vero soprattutto per il gas. Ed è vero, con maggior o minor intensità, in tutta Europa.
Le elite future saranno irremovibili su questa scelta? Conviene un cambio di strategia? Per rispondere a queste domande ripartirò da un’ottima osservazione del lettore di cui sopra, quella relativa alle infrastrutture. Innanzitutto – scusate se mi azzardo in una considerazione banale – ma le infrastrutture hanno un costo molto elevato. In secondo luogo, la quantità aggiuntiva trasportabile non servirebbe ad altro che ad aumentare la concorrenza perché il gas che ci serve arriva comodamente anche con le infrastrutture attuali (la congestione fisica è un fenomeno piuttosto raro). Dunque, si sta parlando di oversupply. Chi si sobbarca questo costo? Conviene investire in termini di costo opportunità?
Bene, la risposta è che conviene se cambia radicalmente la politica energetica italiana e le elite (Bersani è parzialmente d’accordo con questa visione – lo intervistai per la tesi) si convincono che è più conveniente rinunciare al controllo sulle importazioni, per creare un grande mercato dell’energia con sede Italia, un grande snodo energetico ed, ecco la parola magica, un grande hub: l’Italia come grande hub del gas europeo.
Il mio parere è che, a conti fatti, questa strategia pagherebbe, perché ridurrebbe i costi dell’energia, la dipendenza da Gazprom-Sonatrach e soprattutto darebbe all’Italia un ruolo a livello internazionale, cosa che ad oggi, e non solo in tematiche energetiche, proprio manca.
Fabio Mineo
LSDPartendo da alcune interessanti considerazioni di un nostro lettore al mio precedente articolo sulla situazione energetica italiana, mi propongo di approfondire il tema del gas naturale, fonte energetica indispensabile per il nostro paese e comunque di straordinaria importanza per molti altri paesi membri della Comunità Europea, con eccezione della Francia. L’articolo avrà forma tripartita e cercherà di non essere eccessivamente tecnico; per i dettagli, sono disponibile a rispondere successivamente.

eniPartendo da alcune interessanti considerazioni di un nostro lettore al mio precedente articolo sulla situazione energetica italiana, mi propongo di approfondire il tema del gas naturale, fonte energetica indispensabile per il nostro paese e comunque di straordinaria importanza per molti altri paesi membri dell’Unione Europea, con eccezione della Francia. L’articolo avrà forma tripartita e cercherà di non essere eccessivamente tecnico; per i dettagli, sono disponibile a rispondere successivamente.

Retroscena

Nel 2007, ho scritto la mia tesi, sulla “Vertical Foreclosure nel mercato del gas naturale”. La vertical foreclosure, letteralmente “restrizione verticale” è un fenomeno per cui, in determinati settori caratterizzati dalla presenza di bottle neck, l’impedimento all’accesso ad una infrastruttura (che funge appunto da collo di bottiglia) rappresenta, di fatto, un’esclusione dal mercato. Questo è esattamente il caso del settore “gas naturale” dove, per vendere il gas ai tuoi clienti, devi avere accesso al trasporto dello stesso dai paesi produttori, sino all’ultimo miglio, ovvero la casa o la fabbrica dell’utente finale.

La tesi illustrava come il mercato italiano, in linea con tutti gli altri mercati europei – eccetto il Regno Unito – non era sufficientemente aperto alla concorrenza, anzi caratterizzato da un oligopolio con un attore dominante, Eni Spa. Il monopolio/oligopolio, come nel resto d’Europa, aveva resistito a ben due tentativi della Commissione Europea. Nella first gas directive” (98/30/CE) si richiedeva l’abolizione dei monopoli sull’importazione, la separazione contabile dell’operatore di rete dal monopolista verticalmente integrato e un’opzione di accesso alla rete regolata per i terzi che vi avessero fatto richiesta: i primi due obiettivi furono raggiunti, anche se a monopolio si sostituì oligopolio, mentre il terzo fu mancato, appunto per problemi di restrizione verticale. Nella “second gas directive” (2003/55/CE) si creavano delle autorità nazionali di controllo (in Italia AEEG, autorità italiana per l’energia elettrica e il gas), si richiedeva una separazione legale dell’operatore di rete dall’impresa verticalmente integrata ed una piena apertura del mercato: ancora una volta, il più importante degli obiettivi, il terzo, fu mancato.

Ieri e oggi

L’oligopolio dell’importazione, con la netta supremazia di Eni, non si ruppe. Tra l’altro Eni, allora come oggi, era in grado di controllare l’apertura del mercato attraverso l’effettivo controllo su Snam Rete Gas (l’operatore di rete, ovvero il gestore dei tubi), e quindi in modo diretto (la proprietà di alcuni gasdotti internazionali e la rete italiana) o indiretto (licenza per l’utilizzo del pipeline a lunghissimo termine) gli operatori che avrebbero potuto accedere in modo rilevante al mercato. ENI controlla infatti il 49% di TENP GmbH, tubo che trasporta il gas dall’Olanda, possiede i diritti per l’89% della capacità del gasdotto TAG, che importa il gas russo. Possiede il 46% di Transitgas (porta il gas in Francia), i diritti di esclusiva del TTPC (Trans Tunisian Pipeline Company) che trasporta il gas dall’Algeria, per lo meno fino al 2019.

Oggi, fonte AEEG (dati al 31 Dicembre 2008), Eni importa 45.9 miliardi di metricubi di gas su un totale di 74.8, contro i 9.8 di Enel e i 7.3 di Edison. Senza calcolare il grado di concentrazione del settore o l’indice di Herfindahl, a naso, direi che il settore non è esattamente concorrenziale e dunque non può dirsi sufficientemente liberalizzato. E poco importa, mi scuserà il lettore per la crudezza, se magari facciamo un poco meglio della Francia, che del gas si disinteressa completamente.

Inoltre, Eni è in grado di aggirare anche i limiti alle quote di mercato imposte dalla Commissione Europea attraverso il sistema delle vendite innovative, ovvero la vendita del gas a operatori “di fiducia” immediatamente prima del confine. Non vorrei addentrarmi in questa sede in eccessivi tecnicismi – per chi fosse interessato metto a disposizione il mio lavoro di tesi e le mie risposte – cerco solo di dimostrare come di fatto e, regolamenti a parte, il settore sia ancora piuttosto chiuso.

Cosa fare, dove andare

Dopo aver mostrato l’attuale situazione sotto il profilo concorrenziale, ci tengo a sottolineare due aspetti. Il primo è che evidenziare la carenza di concorrenza del settore non significa sminuire il ruolo del gas naturale come fonte energetica straordinariamente importante per il nostro paese. Il secondo è che le alte tariffe che noi paghiamo nella bolletta sono, per buona parte, un’ulteriore forma di tassa indiretta perché l’azionista più importante di Eni è lo stato. Nel precedente articolo scrivevo: i governi “hanno preferito investire su relazioni privilegiate, con alcuni dei paesi produttori – Russia, Libia, Venezuela – assicurandosi buone relazioni commerciali e sicurezza della fornitura. In questo contesto la duplice veste di azienda privata ma statale di ENI, è stato un modello vincente”.

Su questo punto bisogna essere molto chiari. Attualmente la scelta delle nostre elite è ricaduta su un modello energetico che non prevede concorrenza, basato sulla convinzione che il settore è troppo delicato – rischi circa la sicurezza della fornitura, costi energetici esorbitanti e imprevedibili – perché si giochi a fare gli economisti. Lo stato deve avere garanzie e deve gestire la questione il più possibile direttamente; i parametri europei “li soddisfiamo” a modo nostro. Questo è vero soprattutto per il gas. Ed è vero, con maggior o minor intensità, in tutta Europa.

Le elite future saranno irremovibili su questa scelta? Conviene un cambio di strategia? Per rispondere a queste domande ripartirò da un’ottima osservazione del lettore di cui sopra, quella relativa alle infrastrutture. Innanzitutto – scusate se mi azzardo in una considerazione banale – ma le infrastrutture hanno un costo molto elevato. In secondo luogo, la quantità aggiuntiva trasportabile non servirebbe ad altro che ad aumentare la concorrenza perché il gas che ci serve arriva comodamente anche con le infrastrutture attuali (la congestione fisica è un fenomeno piuttosto raro). Dunque, si sta parlando di oversupply. Chi si sobbarca questo costo? Conviene investire in termini di costo opportunità?

Bene, la risposta è che conviene se cambia radicalmente la politica energetica italiana e le elite (Bersani è parzialmente d’accordo con questa visione – lo intervistai per la tesi) si convincono che è più conveniente rinunciare al controllo sulle importazioni, per creare un grande mercato dell’energia con sede Italia, un grande snodo energetico ed, ecco la parola magica, un grande hub: l’Italia come grande hub del gas europeo.

Il mio parere è che, a conti fatti, questa strategia pagherebbe, perché ridurrebbe i costi dell’energia, la dipendenza da Gazprom-Sonatrach e soprattutto darebbe all’Italia un ruolo a livello internazionale, cosa che ad oggi, e non solo in tematiche energetiche, proprio manca.

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5 Responses to “Chi pensa alla nostra energia? Il mercato italiano del gas”

Ciao Fabio,

per ora ti ringrazio molto per aver ricordato il mio commento al tuo precedente articolo. Sto elaborando alcune considerazioni su questo nuovo interessante pezzo.

Nel frattempo, avendo scoperto che condividiamo una passione per il gas ti chiederei, se possibile, di inviarmi la tua tesi perchè l’argomento mi interessa molto e credo possa essermi veramente utile.

A presto!

Lorenzo
novembre 25th, 2009

Ciao Fabio.

Credo che la tua analisi sia molto accurata e mi trova in gran parte d’accordo. Sull’applicazione delle direttive comunitarie e sul fatto che serva una grande compagnia per uttelare un settore strategico come quello dell’energia vorrei dire però due cose.

Ribadendo, come anche tu hai fatto, che per avere più concorrenza occorrono nuove infrastrutture, vorrei dire che allo stato attuale ce ne sono 2 in costruzione e una che è appena entrata in funzione che hanno come proprietari e gestori operatori diversi dall’Eni. Mi riferisco in particolare al gasdotto Algeria Sardegna Italia, al terminale GNL offshore di Livorno e al terminale GNL di Rovigo. Queste opere sono state possibili, nonostante il loro costo, grazie ad un esenzione a vent’anni alla possiblità di accesso ai terzi e prevedono una quota del 20% da vendere sul mercato a breve termine. L’Italia ha introdotto, per prima in Europa, una norma che prevede l’esenzione, per i promotori di nuove infrastrutture, dalla disciplina del diritto di accesso dei terzi (legge 12 dicembre 2002 n. 273, la cui applicazione per i terminali di GNL è stata disciplinata dall’AEEG con la delibera 92/91).
Tale principio è stato ripreso in forma generale dalla Direttiva europea 2003/55/CE e di nuovo specificato nella legge 23 agosto 2004, n. 239, a cui ha fatto seguito il decreto 28 aprile 2006 di attuazione delle sue disposizioni. In base a tale norma al promotore dell’investimento viene concesso l’utilizzo dell’impianto di trasporto per una capacità pari almeno all’80% per un periodo non inferiore ai 20 anni mentre il restante 20% viene assegnato a terzi con contratti a breve termine.
In questo modo viene permesso, a chi stanzia i capitali necessari, di concludere contratti di fornitura, di trasporto o di rigassificazione di lungo termine in modo da assicurare il ritorno degli investimenti, e ai terzi di accedere all’infrastruttura per aumentare la flessibilità del sistema con contratti a breve termine.

Ovviamente ci vorranno degli anni prima che il processo sia maturo però si può dire che sulla liberalizzazione stiamo facendo dei buoni passi avanti.

Per quanto riguarda invece la tutela del settore strategico, il ruolo dell’Eni è stato sostituito dalla necessità dell’autorizzazione del Ministero dello Sviluppo Economico all’ingresso di competitori stranieri sul mercato italiano. Questo permette allo stato di conservare, senza bisogno del campione nazionale, il controllo del settore.

Detto questo sono perfettamente d’accordo con te nel dire che bisogna fare molto ancora e che ci sono delle evidenti contraddizioni nel fatto che lo stato sia il maggiore prorpiertario dell’ex monopolista.

Lorenzo
novembre 28th, 2009

Complimenti per l’articolo ed il commento.

Matteo Silvestrelli
novembre 30th, 2009

[...] Chi pensa alla nostra energia? Il mercato italiano del gas [...]

Lorenzo, grazie per l’interessante commento; Matteo grazie per i complimenti. Scusate la latitanza ;)
Unico punto, Lorenzo, sul mantenimento del controllo da parte del Ministero, pur senza controllare l’incumbent, beh, qui ho qualche piccolo ragionevole dubbio. E’ da vedere, all’interno del più ampio contorno di riforma/liberalizzazione del settore.

Comunque ci sarebbe davvero da fare un approfondimento serio. La mia tesi è un pò retrò (ha ormai 2 anni) però se vuoi te la mando.

F.

Fabio Mineo
dicembre 7th, 2009