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Il futuro di Fini e l’Italia after B Raffaele de Lo Spazio della Politica vince il Venture Capital delle idee

Entro anch’io, no tu no

di Matteo Minchio · Leave a Comment · in Europa, Politica globale · 23 novembre 2009
L’Ambasciatore Boris Biancheri ne ha viste tante nella sua lunga carriera e fa bene a definire l’Europa e la Turchia gli eterni fidanzati. Da più di quaranta anni infatti Bruxelles e Ankara si rincorrono trovando sulla loro strada sempre qualcuno che si mette nei panni di Don Rodrigo per bloccare le nozze. Quattro anni fa, proprio quando dall’accordo d’associazione si era giunti a un negoziato per l’adesione, fu Nicolas Sarkozy a dire “se la Turchia fosse europea, lo si saprebbe!”  Apparentemente la provocazione fu lanciata per cavalcare un malessere popolare e poter mettere in difficoltà il Presidente Chirac favorevole ad un’adesione turca all’Unione Europea. Ormai sembra  esser divenuta una questione di principio che forse si trasformerà in un nuovo veto di golliana memoria. Dal punto di vista dello stato dei negoziati, il dissenso francese non è l’unico problema.
Come mostra il rapporto redatto nel mese d’ottobre dalla DG Allargamento, dei 35 capitoli soltanto uno è stato chiuso (Ricerca), mentre alcuni sono in sospeso ed altri non sono nemmeno aperti. Sul piano dei diritti umani si riscontrano luci ed ombre. Un tema particolarmente sensibile è la libertà di stampa, che in passato ha visto numerosi processi verso giornalisti e scrittori per questioni legate alla libertà di espressione basati sull’articolo 301 del codice penale turco (es. Orhan Pamuk). Fortunatamente l’uso di questo strumento è più raro, ma la magistratura resta conservatrice e repressiva, a tratti autoritaria. Recentemente è però emerso uno scontro aperto  tra il governo e la stampa. Il gruppo Dogan, primo gruppo di stampa de la paese, fortemente antigovernativo e legato alla tradizione laicista della Turchia, ha scatenato una campagna mediatica contro il partito islamico moderato del premier Erdogan, contestandogli la gestione di un presunto fondo nero che dalla Germania sarebbe confluito nelle casse del partito.  Alla sfuriata del premier, che, furibondo ha proposto un boicottaggio contro il gruppo, è seguita una megamulta per evasione fiscale contro il gruppo, che sembra addirittura poterne minacciare la solvibilità futura. Tale gesto ha evidentemente preoccupato la Commissione, che l’ha prontamente segnalato nel documento.
Se ci sono sforzi da parte turca sono su un altro piano, specialmente in ciò che il Ministro degli Affari Esteri Davutoglu definisce la normalizzazione delle relazioni con i vicini. Tale condotta è stata letta dai suoi delatori come neo-ottomana e contraria ai principi del kemalismo. In realtà si tratta di una legittima politica estera di una potenza regionale che trova in quel contesto ampi margini d’azione. Tra i successi più rilevanti vi sono i recenti passi diplomatici che dovrebbero portare alla normalizzazione dei rapporti con l’Armenia,  peraltro sfruttando la sempre valida diplomazia del pallone. E’ rilevante che la questione del genocidio armeno non sia più un tabù della politica, ma sia passata ad essere una questione per gli storici. Il tema era divenuto col tempo imbarazzante, visto le forti pressioni esercitate dalla diaspora armena in paesi come la Francia o gli USA. Certo, la disinvoltura con la quale Ankara sviluppa le proprie relazioni con taluni paesi può suscitare delle incomprensioni, come la giaculatoria contro Israele di Erdogan a Davos sulla questione di Gaza o l’evoluzione recente, non propriamente pienamente compatibile con la politica delle potenze occidentali, con l’Iran di Ahmadinejad. Tuttavia in linea generale Bruxelles ha incoraggiato la nuova politica di apertura e i tentativi di risolvere i conflitti regionali che il governo dell’AKP ha sviluppato in questi anni.
Sarkozy sostiene che Ankara non può aprire taluni capitoli del negoziato poiché incompatibili con la politica che egli predilige e che Davutoglu ritiene un insulto, quella di un partenariato privilegiato. Come uscirne? In tempi antichi, vicino Ankara vi era una città chiamata Gordio il cui mito rimase in eterno legato al nodo che Alessandro Magno seppe sciogliere con un taglio netto di spada. Certamente la questione cipriota non è meno complicata perché il circolo vizioso in cui si è caduti è irresolubile senza un gesto politico. 8 capitoli relativi al negoziato per l’adesione sono bloccati a causa delle sanzioni stabilite dall’Unione nel 2006 per l’embargo di fatto praticato da Ankara rispetto alle navi greco-cipriote. Tale embargo derivante dal mancato riconoscimento di Cipro in seguito ai fatti del 1974 è in violazione dell’accordo d’associazione che lega la Turchia e l’UE e che prevede una zona di libero scambio. In pratica, soltanto un accordo sulla riunificazione cipriota, che tuttora latita, può spingere Ankara a riconoscere Cipro e quindi a sbloccare il negoziato.
In Italia sussiste un consenso di tutte le forze politiche come testimonia Ferrari e ci ha ricordato il nostro  Stefano Torelli. Il nostro paese non è l’unico a sostenere questa posizione, ma è affiancata da altri paesi, in particolare la Spagna,  la Gran Bretagna e la Svezia. Per ora godiamoci il Presidente Napolitano che veste la tonaca da Fra Cristoforo preconizzando al collega Abdullah Gul che ”Verrà un giorno!”  nel quale anche Ankara sarà europea, anche se in realtà tale prospettiva è incerta.

TURKEY ITALY DIPLOMACYL’Ambasciatore Boris Biancheri ne ha viste tante nella sua lunga carriera e fa bene a definire l’Europa e la Turchia gli eterni fidanzati. Da più di quaranta anni infatti Bruxelles e Ankara si rincorrono trovando sulla loro strada sempre qualcuno che si mette nei panni di Don Rodrigo per bloccare le nozze.

Quattro anni fa, proprio quando dall’accordo d’associazione si era giunti a un negoziato per l’adesione, fu Nicolas Sarkozy a dire “se la Turchia fosse europea, lo si saprebbe!”  Apparentemente la provocazione fu lanciata per cavalcare un malessere popolare e poter mettere in difficoltà il Presidente Chirac favorevole ad un’adesione turca all’Unione Europea. Ormai sembra  esser divenuta una questione di principio che forse si trasformerà in un nuovo veto di golliana memoria. Dal punto di vista dello stato dei negoziati, il dissenso francese non è l’unico problema.

Come mostra il rapporto redatto nel mese d’ottobre dalla DG Allargamento, dei 35 capitoli soltanto uno è stato chiuso (Ricerca), mentre alcuni sono in sospeso ed altri non sono nemmeno aperti. Sul piano dei diritti umani si riscontrano luci ed ombre. Un tema particolarmente sensibile è la libertà di stampa, che in passato ha visto numerosi processi verso giornalisti e scrittori per questioni legate alla libertà di espressione basati sull’articolo 301 del codice penale turco (es. Orhan Pamuk). Fortunatamente l’uso di questo strumento è più raro, ma la magistratura resta conservatrice e repressiva, a tratti autoritaria. Recentemente è però emerso uno scontro aperto  tra il governo e la stampa. Il gruppo Dogan, primo gruppo di stampa de la paese, fortemente antigovernativo e legato alla tradizione laicista della Turchia, ha scatenato una campagna mediatica contro il partito islamico moderato del premier Erdogan, contestandogli la gestione di un presunto fondo nero che dalla Germania sarebbe confluito nelle casse del partito.  Alla sfuriata del premier, che, furibondo ha proposto un boicottaggio contro il gruppo, è seguita una megamulta per evasione fiscale contro il gruppo, che sembra addirittura poterne minacciare la solvibilità futura. Tale gesto ha evidentemente preoccupato la Commissione, che l’ha prontamente segnalato nel documento.

Se ci sono sforzi da parte turca sono su un altro piano, specialmente in ciò che il Ministro degli Affari Esteri Davutoglu definisce la normalizzazione delle relazioni con i vicini. Tale condotta è stata letta dai suoi delatori come neo-ottomana e contraria ai principi del kemalismo. In realtà si tratta di una legittima politica estera di una potenza regionale che trova in quel contesto ampi margini d’azione. Tra i successi più rilevanti vi sono i recenti passi diplomatici che dovrebbero portare alla normalizzazione dei rapporti con l’Armenia,  peraltro sfruttando la sempre valida diplomazia del pallone. E’ rilevante che la questione del genocidio armeno non sia più un tabù della politica, ma sia passata ad essere una questione per gli storici. Il tema era divenuto col tempo imbarazzante, visto le forti pressioni esercitate dalla diaspora armena in paesi come la Francia o gli USA. Certo, la disinvoltura con la quale Ankara sviluppa le proprie relazioni con taluni paesi può suscitare delle incomprensioni, come la giaculatoria contro Israele di Erdogan a Davos sulla questione di Gaza o l’evoluzione recente, non propriamente pienamente compatibile con la politica delle potenze occidentali, con l’Iran di Ahmadinejad. Tuttavia in linea generale Bruxelles ha incoraggiato la nuova politica di apertura e i tentativi di risolvere i conflitti regionali che il governo dell’AKP ha sviluppato in questi anni.

Sarkozy sostiene che Ankara non può aprire taluni capitoli del negoziato poiché incompatibili con la politica che egli predilige e che Davutoglu ritiene un insulto, quella di un partenariato privilegiato. Come uscirne? In tempi antichi, vicino Ankara vi era una città chiamata Gordio il cui mito rimase in eterno legato al nodo che Alessandro Magno seppe sciogliere con un taglio netto di spada. Certamente la questione cipriota non è meno complicata perché il circolo vizioso in cui si è caduti è irresolubile senza un gesto politico. 8 capitoli relativi al negoziato per l’adesione sono bloccati a causa delle sanzioni stabilite dall’Unione nel 2006 per l’embargo di fatto praticato da Ankara rispetto alle navi greco-cipriote. Tale embargo derivante dal mancato riconoscimento di Cipro in seguito ai fatti del 1974 è in violazione dell’accordo d’associazione che lega la Turchia e l’UE e che prevede una zona di libero scambio. In pratica, soltanto un accordo sulla riunificazione cipriota, che tuttora latita, può spingere Ankara a riconoscere Cipro e quindi a sbloccare il negoziato.

In Italia sussiste un consenso di tutte le forze politiche come testimonia Ferrari e ci ha ricordato il nostro  Stefano Torelli. Il nostro paese non è l’unico a sostenere questa posizione, ma è affiancata da altri paesi, in particolare la Spagna,  la Gran Bretagna e la Svezia. Per ora godiamoci il Presidente Napolitano che veste la tonaca da Fra Cristoforo preconizzando al collega Abdullah Gul che ”Verrà un giorno!”  nel quale anche Ankara sarà europea, anche se in realtà tale prospettiva è incerta.

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Matteo Minchio
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Matteo Minchio

Nato a Mariano Comense nel 1983, é cofondatore de Lo Spazio della Politica, coordinatore del team LSDP di Bruxelles e lavora alla Commissione Europea. Per LSDP si occupa di geopolitica dell’Unione Europea e delle relazioni tra stati membri e istituzioni comunitarie.

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