Accipicchia, c’era da aspettarselo: Stati vs. Google. Stando al pezzo di Massimo Mucchetti sulle pagine del Corriere della Sera:
Il caso Google è particolare perché il business online non si compie entro i confini statuali, sui quali si fonda il diritto dei governi a pretendere imposte, ma fuori, nello spazio extraterritoriale del web. E al tempo stesso, questo business non potrebbe farsi se non ci fosse un’Italia che, pagando imposte, lavora e domanda inserzioni pubblicitarie online a Dublino. Il modello Google, nel quale sete di profitto e rivoluzione tecnologica si rincorrono senza fine, apre una falla che oggi è ancora piccola, ma domani potrebbe diventare enorme per la sovranità degli Stati.
Ora, che gli Stati siano in crisi è un’affermazione che non passa di certo dalle vicende fiscali di Google. Stando anche a quanto abbiamo cercato di indicare sull’ultimo numero di Limes – e sulla base delle riflessioni di Carlo Galli, intervistato sempre per Limes – il concetto di sovranità statale, così come elaborato dalla pace di Westfalia in poi, non è più applicabile nello scenario globale contemporaneo. Ciò non significa l’abbandono della dimensione statale per lo svolgimento di alcune funzioni – l’integrazione e la sfida multiculturale rappresentano le sfide più grandi – ma, molto più realisticamente, l’affermazione è questa: le prerogative tipiche di uno Stato stanno riorganizzandosi in forme sovranazionali (potere legislativo, controllo dell’economia e potere militare). Esempio: inquadrare i conflitti asimmetrici attuali all’interno della classica definizione di conflitto di schmittiana memoria non rende conto della complessità a cui il concetto di guerra è ora sottoposto. Dove stanno gli eserciti con le loro divise riconoscibili? Dove sono le bandiere sulle loro uniformi? In un mondo globalizzato, l’economia stessa ha superato i confini del controllo nazionale, sviluppando forme di commercio e di interazione (fondi sovrani) fantascientifiche fino a qualche anno fa.
Bene, ed allora qual è la risposta? Negare il problema, bendarsi gli occhi. Google fattura in Irlanda grazie alla realizzazione di contratti via web? Allora questa cosa qui (chiamatela come volete) non deve esistere. Via, spazzata. C’è del genio in queste affermazioni: non solo un modello di nuova economia è riportato all’interno dei classici schemi nei quali ci siamo formati, ma addirittura ciò che trascende questo confini (perché troppo nuovo, perché più complesso) deve essere negato. Esse est percipi; ciò che non percepiamo neppure appare.
Quando nel 1779 Ned Ludd vide un telaio meccanico svolgere parte del proprio lavoro, decise di distruggerlo. Oggi c’è il rischio di reazioni molto simili da parte degli attori dell’economia passata: Google (ma non solo) è troppo strano, complesso, difficile da inquadrare. Distruggiamolo. L’economia reale è un’altra cosa, altre regole, altri guadagni. Ed invece è di una rivoluzione contraria che avremmo bisogno: quel che appare sulla soglia dell’innovazione è qualcosa che va governato, non negato. La funzione di una regolazione statale diventa così quella di comprendere le nuove forme anche della propria evoluzione in rapporto all’avvento di nuove tecnologie.
C’è un problema? Certo, c’è un problema; ma la sua riduzione a nulla o a male assoluto (Google vs. Stati; Google vs. Giornali) rischia di assomigliare allo spettacolo dell’orchestrina del Titanic durante l’affondamento. È l’ultimo spettacolo di un mondo che non esiste più.
C’è un problema? Certo, c’è un problema; proviamo allora ad immaginare una policy che non veda l’innovazione come altro rispetto la vita reale e che comprenda che la vita reale è modellata proprio dalla spinta dell’innovazione. Questa cosa qui (dategli il nome che più vi piace) è già in corso, inutile fare finta di niente o provare a circoscriverla. Preferiamo seguire la linea di Murdoch? Bene, si nasconda pure la testa sotto la sabbia. Intanto il resto del mondo continuerà la propria corsa.
In definitiva: se un problema c’è è quello di una classe dirigente (politici, giuristi, economisti) che, con difficoltà, sa accendere un computer. O ci rapportiamo a Google, o a chi per lui, oppure saremo superati. Letteralmente.


































Matteo Scurati
Nato a Milano nel 1981, è cofondatore de Lo Spazio della Politica e Store manager presso Bookrepublic, il primo portale italiano degli ebook. Per LSDP si occupa dell’impatto economico e sociale dell’innovazione tecnologica.