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17 nov
Il Financial Times contro D’Alema
di Alessandro Aresu       sezione: Italian politics

Financial TimesIl Financial Times, oltre a essere la Bibbia dell’economia mondiale, è anche la nostra Bibbia personale. Chi scrive ha fondato lo sparuto gruppo di Facebook “Il Financial Times costa come 3 quotidiani italiani ma ne vale 300“, che è una professione di fede suffragata dalla realtà. Naturalmente, è sempre meglio abbonarsi gratis e leggerlo in rete. Tuttavia, anche il giornale migliore del mondo può prendere qualche cantonata. Una di esse, secondo la mia opinione, sta nel commento  di Tony Barber alla candidatura D’Alema, che potete leggere qui.

Alcuni dei commenti sul sito del FT hanno già sottolineato i limiti dell’analisi di Barber. I suoi argomenti per stroncare il baffino nazionale sono i seguenti:

1) Qualcuno (D’Alema) era comunista;

2) D’Alema esprime opinioni antiamericane;

3) D’Alema non parla inglese;

4) D’Alema è supportato da Berlusconi, che vuole sbarazzarsi di lui, per occupare la totalità della scena politica italiana.

Come si vede, manca un ragionamento “tattico” più approfondito come quello proposto da Matteo Minchio in riferimento a Draghi. Qui fornisco alcune risposte sommarie, che possono servire per cominciare un dialogo tra di noi, a partire dagli altri articoli che io e gli altri abbiamo dedicato alla vicenda:

1) Come dice lo stesso Barber, è passato parecchio tempo. In un’ottica di ricambio generazionale, è evidente che presto il problema non si presenterà più, ma si tratta di capire che cosa bisogna fare adesso. E i fatti dicono che D’Alema, pur non attuando la strategia Veltroni (non sono mai stato comunista, ma fan dei Kennedy), è convintamente socialdemocratico da molti anni e ha un peso notevole nei circoli politici socialisti europei, dove è considerato una figura autorevole non certo per il suo passato comunista.

2) Quest’argomento di Barber è veramente risibile. Soprattutto, il giornalista dovrebbe dimostrare maggiore onestà intellettuale e dire che il nocciolo della questione sta nelle opinioni di D’Alema sul conflitto israelo-palestinese, perché seriamente si può trattare soltanto di questo. Qualche settimana fa, una “colomba” americana come Edward Luttwak ricordava che l’importanza strategica dell’Italia per gli Stati Uniti rimane la stessa qualunque sia il governo proprio per il ruolo “pacifista” del governo D’Alema. L’era di D’Alema ministro degli Esteri è stata caratterizzata dal ritornello “Bye Bye Condy”. Inoltre, le critiche a cui Barber fa riferimento sono state espresse in riferimento alle politiche di Bush, che a quanto mi risulta non sono state apprezzate da Barack Obama. Si potrebbero confrontare i discorsi di D’Alema con alcune affermazioni dell’attuale Presidente degli Stati Uniti per demolire definitivamente quest’argomentazione. Se invece si vuole bocciare D’Alema per promuovere un revisionismo sulle gesta suffragate da menzogne del “cadavere della special relationship UKUSA” (Alessandro Politi), lo si dica apertamente e ne discutiamo, tenendo presenti i già citati articoli di Anatol Lieven, tra l’altro illustre collaboratore del Financial Times.

3) Su questo si può dibattere: a partire dall’articolo di Moris, ne abbiamo discusso sul sito. Portando alle estreme conseguenze l’argomentazione “inglese in Conversations with History del mitico Harry Kreisler”, io ho candidato Federico Rampini. Fabio Mineo sostiene che D’Alema parli un globish adeguato all’incarico. Sarebbe interessante che lo staff di D’Alema facesse filtrare qualche informazione a riguardo.

4) Anche il Financial Times può santoreggiare. Senz’altro, il ruolo di D’Alema nella politica del centrosinistra è controverso. Chi scrive ha proposto in tempi non sospetti “La contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni dalla vita politica italiana” come strategia provocatoria di sopravvivenza del PD. Ma bisogna considerare che, oggi, il PD è andato avanti rispetto alla rappresentazione che ne dà Barber. Perciò – e qui concludo – il suo articolo mi sembra in ultima analisi ingeneroso nei confronti della vita politica italiana. No, D’Alema non è un individuo privo di meriti e qualifiche, e anche se possiamo apprezzarlo o meno dire che con un incarico a D’Alema viene sconfitto il “merito” è falso. Soprattutto, non siamo il Paese della crostata. La scena politica italiana non è ferma a Berlusconi e a D’Alema, e affermare che lo sia è disonesto intellettualmente. La società italiana è ancora più avanti: pur tra le difficoltà di questa crisi, è attraversata da energie e da fermenti. Non sottovaluti l’Italia, signor Barber, anche se a volte sembra la caricatura di una nazione.

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One Response to “Il Financial Times contro D’Alema”

Hai quasi ricalcato l’email che ho scritto a Matteo, in risposta alla sua email che conteneva l’articolo.
Il FT ha pubblicato un articolo altamente discutibile, anche se forse Moris lo condividerà)

In particolare sul punto due, scrivevo a Matteo che gli americani hanno il brutto vizio – forse mutuato dagli israeliani – di taggare come nemici tutti coloro che non sono sempre d’accordo con loro. Tu hai esteso e arricchito debitamente questa affermazione. Questo punto è forse frutto di un eccesso di nazionalismo da parte di Barber, ma forse anche l’emblema di una preoccupazione da parte di certi ambienti USA, per un ministro degli esteri UE che abbia dei punti di vista “notevoli” su certe questioni.

Per quanto riguarda la lingua, beh, io davvero lo reputo argomento discutibile. In primis perchè, ripeto, che il peso europeo è maggiore di quello cinese, russo, indiano e brasiliano. I ministri degli esteri dei paesi sopra citati non parlano affatto inglese meglio di D’Alema, eppure questo non sortisce grandi problemi di natura diplomatica. Inoltre, ho sentito parlare D’Alema in inglese in un paio di occasioni (per la verità anche in francese, che padroneggia molto bene). L’accento, non sarà quello di un lord, tuttavia, confermo – e rassicuro i titubanti – che il globish è da sufficienza.

Sul quarto punto, ci sarebbe tantissimo da dire. Circoscrivendo il tutto a questa faccenda, quanto dice Alessandro, mi sembra sufficiente.

Inviterei una mia amica collaboratrice di D’alema ad intervenire, ma in questo momento dubito che lo farà e forse non ce n’è neppure tanto bisogno!

F.

novembre 18th, 2009