Lo scorso 21 novembre a Roma ho avuto modo di partecipare assieme a Caterina Pikiz Gattinoni – in rappresentanza de LSDP – al Luiss Barcamp 09. Nello specifico, sono intervenuto nella sessione dedicata al ruolo dei think tank italiani, dove accanto ai rappresentanti dei principali “serbatoi di pensiero” di casa nostra (da Italianieuropei a Farefuturo, da Arel/Trecentosessanta a Italiafutura) ho avuto modo di presentare alcune idee-guida del nostro progetto. Come da nostra regola, provo a condividerle con i lettori de Lo Spazio della Politica.
Breve premessa iniziale. Cos’è un barcamp? Qui trovate la risposta esaustiva. Diciamo che il barcamp è l’evoluzione 2.0 del tradizionale seminario, ed è un modello che probabilmente sempre più entrerà tra gli strumenti della nuova comunicazione pubblica. Perchè il barcamp, pur tra ovvi limiti di dispersione, riesce a creare una maggiore partecipazione ed una maggiore interattività tra i partecipanti. Un plauso quindi agli organizzatori del gruppo Venti alle venti, ed alla Luiss, sempre più laboratorio di innovazione e sperimentazione nel panorama delle università italiane. Veniamo a noi. Più che fare una presentazione “promozionale” delle nostre attività, abbiamo voluto introdurre due elementi di riflessione in una discussione invero ancora poco sviluppata in Italia, quella sul ruolo e l’organizzazione dei think tank.
Quest’estate un articolo apparso su Le Monde analizzando il fenomeno della proliferazione di fondazioni e think tank nel nostro paese euforizzava sulla vitalità della nostra democrazia capace di reagire a malattia, la scarsa fiducia dei cittadini italiani nel funzionamento dei partiti politici, con immediati anticorpi, la nascita di think tank e fondazioni appunto. Quest’euforia, allo stato dei fatti, è ingiustificata. In Italia la qualità del dibattito politico negli ultimi anni è scesa ai minimi termini, ed il ruolo dei think tank di conseguenza è stato spesso marginale, più di immagine che di sostanza effettiva. E si badi che proprio nell’indirizzare e nell’influenzare le tendenze del dibattito pubblico dovrebbe risiedere la “mission” dei think tank. Tuttavia, riprendendo alcune considerazioni già svolte nel nostro seminario alla Camera sull’Italia after B, la scena culturale che farà da sfondo alla politica italiana dei prossimi decenni è ancora tutta da immaginare. E’ qui che va dunque collocata la domanda sul ruolo degli “spaghetti think tank” nel panorama italiano. Ecco le nostre idee in proposito, a cui nel nostro piccolo cerchiamo di ispirare il nostro lavoro.
Tutto il potere ai public intellectuals – I think tank americani, il modello di riferimento imprescindibile in materia, sono costruiti attorno a grandi figure di “public intellectuals”, che attraversano e intrecciano costantemente nella loro attività impegno universitario, presenza nel dibattito pubblico come editorialisti e opinionisti, consulenza strategica. Non sono “terzi” rispetto alla politica, chi più chi meno spesso sono legati ad uno dei due partiti, ma da una posizione di autonomia che ne rafforza il potere di idee (l’esempio della Brookings Institution). In Italia invece sono costruiti nella maggior parte dei casi attorno a dei leader politici, ed il ruolo degli studiosi è comunque subordinato alla presenza ingombrante del Fini o del D’Alema di turno. E questo è un elemento negativo, se dobbiamo immaginare il ruolo futuro dei think tank italiani. Perchè in questo collateralismo si rischia di pensare meno il futuro delle questioni strategiche della politica, e più il suo presente tattico. Perchè spesse volte le ricerche o i seminari interessanti prodotte dai think tank di casa nostra divengono materiale per nuovi ed infiniti retroscena politici, anche se qui la colpa ovviamente non è solo dei leader politici, ma più in generale del mondo dell’informazione di casa nostra, che non sa immaginare altre vie più coraggiose rispetto al racconto esasperato ed esasperante del tatticismo quotidiano. Perchè, infine, se anche un personaggio di secondo piano del centro-destra italiano come Fabrizio Cicchitto avverte l’esigenza di creare un suo think tank allo scopo di ribattere alle attività della fondazione di Fini siamo proprio messi male.Qual è la morale della favola? Il futuro dei think tank di casa nostra passa da quanto sapranno diventare una palestra per il coraggio pubblico degli esperti e degli studiosi, come ammoniva Marc Lazar nella sua intervista per LSDP. Da quanto nelle loro elaborazioni sapranno darci un’idea efficace dell’Italia e delle sue politiche pubbliche, rivolgendosi alla “politica politicante” da una posizione influente e intelligente (chiamatelo se volete lobbysmo responsabile). Da quanto sapranno aprirsi alle innovazioni ed essere “aggressivi” nella comunicazione. Da quanto sapranno contribuire a costruire un dibattito tra gli schieramenti politici meno ideologico e più centrato sul merito dei problemi.
Social think tank – Se rispetto al modello sopra delineato in Italia abbiamo dei casi interessanti (Italia Futura, pur nel legame con un quasi-politico come Montezemolo, sta tentando di riprodurre questo modello, ed anche Lavoce.info, anche se sfugge a questa categorizzazione, rappresenta un esempio importante di monitoraggio costante ed informato dei vari settori di policies) l’aspetto della rete è ancora trascurato dai think tank di casa nostra. Alcuni interrogativi però sorgono spontanei. Come si fa ad influire nel dibattito pubblico se si sta fuori dall’evoluzione della rete e se si sottovaluta l’enorme potere diffusivo del 2.0? Se non si compie un’evoluzione rispetto al modello “a porte chiuse” in cui spesso vivono le idee partorite dai vari pensatoi di casa nostra? Se non si compie questo passaggio i think tank italiani non hanno futuro, anche finanziario (vedi alla voce microdonazioni). E’ un caso che Eric Schmidt, ceo di Google, presieda il board della New America Foundation, uno dei principali e più innovativi think tank americani? No. Prendiamone nota.









