Il Muro dell’odio. A Berlino vent’anni dopo
“ Ab sofort!” , “Da subito!”. A suon di picconate e cori.
Libertà e gioia. Allora e oggi. Dopo vent’anni.
Piove su Berlino, passeggio a Potsdamer Platz tra il Sony Center e i palazzi avveniristici, mentre gli organizzatori stanno allestendo il domino che riproduce il muro.
Potsdamer Platz un tempo distrutta dalla bombe, anni fa cantiere, oggi simbolo di rinascita.
Non voglio scrivere di ragioni politiche, economiche, storiche. Non voglio scrivere di auto blu e rockstar.
Passeggiando in questa città che fin dalla prima visita mi ha emozionato per la sua straordinaria capacità di unire passato e futuro, dove palazzoni grigi e squadrati si affiancano a cupole di vetro e a creazioni di architettura postmoderna.
9 novembre 1989, 9 novembre 2009 e 28 anni di chiusura cieca, vergognosa, tragica.
Sul cielo di Berlino oggi ci sono angeli. Per strada persone, migliaia, che ricordano, immaginano, festeggiano. Piangono.
Io il 9 novembre dell’ 89 avevo 11 anni, sapevo cos’era l’Est solo perché andavo a trovare la mia amica Ana a Nova Gorica esibendo il passaporto. Mio padre faceva benzina e le portavamo sempre qualche regalo. Anche il mio nord est aveva il suo est.
Quando il TG ha trasmesso le immagini delle centinaia di persone sul muro, delle trabant che entravano a Berlino ovest, pensavo che Ana sarebbe subito venuta a giocare con me.
Gerd nell’ 89 aveva 45 anni e viveva a Friedrichshain, vicino a Karl Marx Allee. Un vialone imponente, simbolo della DDR.
Lo incontro al Checkpoint Charlie dove blindati e gendarmi identificavano tutti, dove oggi sorge il museo del muro e si vendono i gadget con scritto “you are leaving the american sector”, con traduzione in russo, francese e tedesco.
Gerd mi racconta che aveva paura che non fosse vero e che ha la pelle d’oca ancora oggi, solo a pensarci. La voce si era sparsa tra le case e lui, chiuso a est da oltre 28 anni, è andato sul Bosebruche, il ponte dei cattivi. In un attimo erano migliaia. Fermi al confine, in attesa. Descrive quel momento dicendomi che non è possibile farlo. “Aspettavamo senza aspettative”.
I soldati di frontiera si tenevano a distanza e in un attimo con le lacrime agli occhi abbiamo corso.
Corso verso la libertà. Libertà di muoverci, senza passaporto, senza perquisizioni.
Libertà di andare al Ku’damm a vedere i negozi. Libertà di riabbracciare i propri cari.
Alcuni amici avevano tentato la fuga, molti erano morti.
Mi ricorda la storia di Peter Gechter morto dissanguato mentre provava a scappare a est.
Muro dell’infamia.
E una scritta sulla East Gallery “Du hast gelernt was Freiheit heisst und das vergiss nie mehr“, hai imparato cosa voglia dire libertà non dimenticarlo mai.
Karin nell’ 89 aveva 25 anni e viveva vicino allo Zoo a Ovest.
Era a casa quando la radio ha trasmesso la notizia. E’ corsa a est, tra cartelli con scritto Willkomen, pronta a riaccogliere i suoi concittadini.
Karin la incontro ad Alexanderplatz, il punto di ritrovo degli Ossi, a est sotto la Fernsehtur, la torre della televisione.
Muro della vergogna.
Mi dice con gli occhi lucidi “quel grigiore è scomparso. Hai visto quanti negozi, quanta vita qui”.
E una scritta sulla East Gallery “ Nothing is different under the same sky”, nulla è diverso sotto lo stesso cielo”
Kamil nell’ 89 non era nato. Vive a Kreuzberg in un palazzo con i soffitti bassi, i portoni tutti uguali, freddo. Quasi glaciale. Kamil è turco. Ha visto Istanbul, Londra e Parigi. Mentre mi parla degli U2 e prepara kebab, mi racconta la storia di Konrad Shumann che ha deciso di saltare il reticolato a est. Un’immagine forte nella mente di questo ragazzino.
Muro dell’odio.
E una scritta “Il tuo Cristo è ebreo. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è straniero”
Divisione, sofferenza, incomprensione. Muro. Che separa famiglie, affetti, amori
Filo spianto, impianti per sparare in automatico, recinzioni, torri di guardia, trincee.
Il muro non c’è più. Picconato da eroi comuni
9 novembre 1938 inizio della notte dei cristalli, 9 novembre 1989 inizio della libertà per i berlinesi.
9 novembre 2009 ancora tanti muri da abbattere, ma incrociando gli sguardi delle persone che mi circondano, venute qui da tutto il mondo, sembra davvero ci sia speranza. Gli eroi comuni ci sono ancora. Il domino cade. La gioia esplode.
Floriana Bulfon
“ Ab sofort!” , “Da subito!”. A suon di picconate e cori. Libertà e gioia. Allora e oggi. Dopo vent’anni. Piove su Berlino, passeggio a Potsdamer Platz tra il Sony Center e i palazzi avveniristici, mentre gli organizzatori stanno allestendo il domino che riproduce il muro. Potsdamer Platz un tempo distrutta dalla bombe, anni fa cantiere, oggi simbolo di rinascita.
Non voglio scrivere di ragioni politiche, economiche, storiche. Non voglio scrivere di auto blu e rockstar. Passeggiando in questa città che fin dalla prima visita mi ha emozionato per la sua straordinaria capacità di unire passato e futuro, dove palazzoni grigi e squadrati si affiancano a cupole di vetro e a creazioni di architettura postmoderna.
9 novembre 1989, 9 novembre 2009 e 28 anni di chiusura cieca, vergognosa, tragica.
Sul cielo di Berlino oggi ci sono angeli. Per strada persone, migliaia, che ricordano, immaginano, festeggiano. Piangono.
Io il 9 novembre dell’ 89 avevo 11 anni, sapevo cos’era l’Est solo perché andavo a trovare la mia amica Ana a Nova Gorica esibendo il passaporto. Mio padre faceva benzina e le portavamo sempre qualche regalo. Anche il mio nord est aveva il suo est. Quando il TG ha trasmesso le immagini delle centinaia di persone sul muro, delle trabant che entravano a Berlino ovest, pensavo che Ana sarebbe subito venuta a giocare con me.
Gerd nell’ 89 aveva 45 anni e viveva a Friedrichshain, vicino a Karl Marx Allee. Un vialone imponente, simbolo della DDR. Lo incontro al Checkpoint Charlie dove blindati e gendarmi identificavano tutti, dove oggi sorge il museo del muro e si vendono i gadget con scritto “you are leaving the american sector”, con traduzione in russo, francese e tedesco. Gerd mi racconta che aveva paura che non fosse vero e che ha la pelle d’oca ancora oggi, solo a pensarci. La voce si era sparsa tra le case e lui, chiuso a est da oltre 28 anni, è andato sul Bosebruche, il ponte dei cattivi. In un attimo erano migliaia. Fermi al confine, in attesa. Descrive quel momento dicendomi che non è possibile farlo. “Aspettavamo senza aspettative”. I soldati di frontiera si tenevano a distanza e in un attimo con le lacrime agli occhi abbiamo corso.
Corso verso la libertà. Libertà di muoverci, senza passaporto, senza perquisizioni.
Libertà di andare al Ku’damm a vedere i negozi. Libertà di riabbracciare i propri cari.
Alcuni amici avevano tentato la fuga, molti erano morti. Mi ricorda la storia di Peter Gechter morto dissanguato mentre provava a scappare a est.
Muro dell’infamia.
E una scritta sulla East Gallery “Du hast gelernt was Freiheit heisst und das vergiss nie mehr“, hai imparato cosa voglia dire libertà non dimenticarlo mai.
Karin nell’ 89 aveva 25 anni e viveva vicino allo Zoo a Ovest. Era a casa quando la radio ha trasmesso la notizia. E’ corsa a est, tra cartelli con scritto Willkomen, pronta a riaccogliere i suoi concittadini. Karin la incontro ad Alexanderplatz, il punto di ritrovo degli Ossi, a est sotto la Fernsehtur, la torre della televisione. Muro della vergogna. Mi dice con gli occhi lucidi “quel grigiore è scomparso. Hai visto quanti negozi, quanta vita qui”. E una scritta sulla East Gallery “ Nothing is different under the same sky”, nulla è diverso sotto lo stesso cielo”
Kamil nell’ 89 non era nato. Vive a Kreuzberg in un palazzo con i soffitti bassi, i portoni tutti uguali, freddo. Quasi glaciale. Kamil è turco. Ha visto Istanbul, Londra e Parigi. Mentre mi parla degli U2 e prepara kebab, mi racconta la storia di Konrad Shumann che ha deciso di saltare il reticolato a est. Un’immagine forte nella mente di questo ragazzino. Muro dell’odio. E una scritta “Il tuo Cristo è ebreo. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è straniero”. Divisione, sofferenza, incomprensione. Muro. Che separa famiglie, affetti, amori. Filo spinato, impianti per sparare in automatico, recinzioni, torri di guardia, trincee. Il muro non c’è più. Picconato da eroi comuni
9 novembre 1938 inizio della notte dei cristalli, 9 novembre 1989 inizio della libertà per i berlinesi.
9 novembre 2009 ancora tanti muri da abbattere, ma incrociando gli sguardi delle persone che mi circondano, venute qui da tutto il mondo, sembra davvero ci sia speranza. Gli eroi comuni ci sono ancora. Il domino cade. La gioia esplode.
* pubblicato anche su Dillinger.it
3 Responses to “Il Muro dell’odio. A Berlino vent’anni dopo”
Floriana, avrei forse tolto un granello di retorica, ma la testimonianza è davvero bella. grazie.
grazie Fabio. Mi spiace se avverti un pò di retorica, è stato davvero molto emozionante.
Bello. Kamil è un grandissimo!