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18 nov
Italiani, e’ arrivata la green economy
di Moris Gasparri       sezione: Ambiente ed energia

green italyTorino, Italia. Secondo la classifica stilata nel primo semestre 2009 dalla Jato Dynamics, fra i 25 principali marchi automobilistici europei la Fiat si aggiudica la palma di produttore con il più basso valore di CO2 emesso dalla propria gamma, 129,1 g/km.

Sassuolo, Italia. Il settore della ceramica duramente colpito dalla crisi reinventa la propria offerta in senso “green”: utilizzo di materiali riciclati come il vetro nella produzione delle ceramiche, progettazione di nuove piastrelle autopulenti e soprattutto del primo prototipo di “piastrella fotovoltaica” in grado di trasformare la luce in energia elettrica.

Agrigento, Italia. Il gruppo Moncada Energy si appresta ad inaugurare in terra siciliana il primo grande impianto italiano per la produzione di pannelli solari.

Parma, Italia. Dipartimento Università di Fisica. E’ qui che si studia la tecnologia per produrre i nuovi dispositivi fotovoltaici per semplificare la produzione dei pannelli al tellururo di cadmio e non al silicio (responsabile degli alti costi dei pannelli attuali).

Terni, Italia. Novamont è l’azienda leader a livello internazionale nella ricerca e nella produzione di materiali plastici biodegradabili, le cosiddette “bio-plastiche”.

Lecce, Italia. Il centro salentino è la prima città italiana sopra i 50.000 abitanti a soddisfare il 100% del fabbisogno elettrico delle famiglie con energia prodotta da impianti solari termici, fotovoltaici e eolici.

Monterubbiano, Italia. La Faam è l’azienda leader in campo europeo nella vendita di veicoli elettrici per il settore commerciale e nello sviluppo di nuove batterie elettriche.

Prestate attenzione a queste sette storie italiane di impresa, ricerca e amministrazione, anche se ce ne sarebbero tante altre da raccontare. Fatelo perché c’è un altro capitolo delle trasformazioni economiche e sociali che stanno investendo il nostro paese che rischia di passare sotto traccia, e che invece va raccontato e analizzato, come prova a fare il meritorio rapporto “Green Italy” delle fondazioni Farefuturo di Gianfranco Fini e Symbola di Ermete Realacci presentato ieri a Roma (c’eravamo anche noi).

Perché la green economy non è solo Spagna e Germania, gli investimenti cinesi, la carbon tax di Sarkozy, le riforme di Obama, come vi abbiamo puntualmente raccontato in questi mesi nel nostro webmagazine. Perché l’economia verde è qui e ora, anche in Italia. Perché anche in Italia accadono innovazioni di successo. Perché nonostante tutti i ritardi e le profezie di declinismo abbiamo raggiunto in pochi anni il terzo posto in Europa ed il sesto al mondo come potenza e generazione di energia derivata dal vento. Perché green economy non è solo il pannello solare, ma una trasformazione di più larga scala che va dal risparmio energetico (l’ha capito ad esempio Autogrill, che ha rivoluzionato il sistema degli orinatoi nelle proprie stazioni di servizio risparmiando sui costi dell’acqua), al riciclo (siamo leader nel riciclo della carta ma ancora molto indietro nei rifiuti) al ruolo della nuova edilizia sostenibile, ai successi del nostro sistema agroalimentare (il nostro paese è il maggior esportatore mondiale di prodotti bio per un valore di circa 900 milioni di euro). E anche qui si potrebbe continuare.

Perché dobbiamo evitare di leggere la green economy solo e soltanto come categoria della teologia politica -il mondo che va salvato dalla catastrofe ambientale –  bensì davvero come nuova categoria economica, come dimensione che procura guadagno a chi ci investe, che apre nuovi settori produttivi e nuove opportunità, che supera la visione della sostenibilità ambientale come vincolo e costo per le imprese (l’esempio di Autogrill dimostra il contrario). Perché nuovi posti di lavoro si stanno creando (nel complesso il settore ambientale occupa circa 300.000 addetti, e sono 18.000 quelli impiegati dal settore eolico negli ultimi anni). Perché la politica deve fare la sua parte, nei fatti non nella retorica, anche se finora è stato il contrario. Perché le procedure burocratiche per le autorizzazioni relative all’installazione di nuovi impianti vanno snellite (alcuni imprenditori ieri hanno parlato di “complicrazia” italiana). Perchè serve una politica intelligente degli incentivi. Perché la “microfisica” dei temi ambientali e del loro rapporto con le nostre vite quotidiane non può essere lasciata solo al radicalismo parolaio di Beppe Grillo. Perché gli impegni europei del pacchetto 20-20-20 sono anche e soprattutto grandi sfide nazionali, e come tali vanno interpretati. Perché nell’euforia non dimentichiamoci però il giusto realismo per nominare le rinnovabili “energie integrative” e non “alternative”, dato che gli scenari energetici saranno dominati per ancora molti decenni dalle fonti fossili, anche se molta retorica ambientalista omette di farlo.

E’ bello pensare che il convegno ieri sia stato l’inizio di una nuova era, e che forse un giorno davvero ci sarà qualcuno nella nostra classe politica capace di rispondere alle nostre dieci domande. I dati, le storie e gli spunti di riflessione del prezioso rapporto riportati in questo articolo ancora però non fanno parte di una narrazione pubblica sulle trasformazioni dell’Italia contemporanea. Qui sta la vera sfida. Noi ci siamo, e continueremo a raccontarvela.

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