Donne, giovani, cultura. Queste le tre parole chiave del Forum di dialogo italo-turco, svoltosi ad Istanbul il 18 e 19 novembre scorsi. A partecipare, rappresentanti della politica, del mondo accademico, dei media, dell’arte e delle organizzazioni non governative dei due Paesi. Obiettivo: trovare sempre più punti di contatto tra Ankara e Roma e sviluppare progetti congiunti che possano aiutare a migliorare ulteriormente le relazioni bilaterali. Sullo sfondo, l’eterna questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e l’appoggio quasi incondizionato dell’Italia a questa priorità della politica estera turca. Quest’ultimo aspetto è stato ribadito con vigore dal Ministro degli Esteri Frattini, che si è spinto a paragonare, per carica simbolica europea, l’annessione di Ankara all’UE alla caduta del Muro di Berlino nel 1989. A parte la retorica politica di Frattini e della controparte turca Ahmet Davutoglu, piena di espressioni di apprezzamento reciproco (e non poteva essere altrimenti), il dibattito della società civile si è spostato sui tre temi evidenziati all’inizio dell’articolo.
Donne. Nonostante si continui a far finta di niente, rispetto alla condizione femminile in Italia, Emma Bonino, intervenuta in qualità di membro della Commissione Indipendente sulla Turchia, ha tentato di aprire gli occhi dei cittadini alla realtà. In Italia la condizione delle donne, nonostante la relativa parità raggiunta a livello legislativo, di fatto ancora è una chimera. Basta andare a vedere le cifre relative all’occupazione femminile e alla partecipazione delle donne al mondo delle imprese, soprattutto nel Sud Italia, per averne conferma. Le donne risultano ancora essere vittime di una sorta di machismo imperante all’interno del mondo istituzionale e civile, come testimoniano ancora tante realtà. Basti pensare ai continui scandali politici a sfondo sessuale o, per ultimo, alle penose serate di gala organizzate da Gheddafi a Roma con le hostess “istruite” ai precetti islamici: mercificazione femminile, ad uso e consumo del Colonnello e della sua politica interna, con la complicità delle istituzioni italiane. In Turchia la situazione non è del tutto migliore, come ricordato da Nesude Nursuna Memecan, Capo della delegazione dei lavori sul Protocollo di Cooperazione tra Italia e Turchia: ancora delitti d’onore, ancora forme di discriminazione. Evidentemente il retroterra mediterraneo c’è e ci accomuna. Tanto ancora da fare, dunque, e il tema dell’emancipazione femminile di fatto è stato lanciato come un volano in grado di migliorare la vita politica e sociale dei due Paesi, anche nella cornice del resto d’Europa.
Giovani. Peggio mi sento. L’Italia è un Paese per vecchi. Inutile usare queste righe per ricordare quanto sia vera questa affermazione. Paese vecchio demograficamente, culturalmente, l’Italia è la patria della gerontocrazia. Non vi sono giovani a nessun livello decisionale nazionale, che si parli di politica, accademia, economia, società. E’ un problema e va affrontato. I giovani hanno bisogno di spazio, ma devono anche rivendicarlo e riempirlo con le idee e le proposte. Tanti i progetti di cui si è discusso, nei settori della giovane imprenditoria, dell’arte, dei programmi di scambi culturali… Tutti d’accordo sul fatto che la meglio gioventù di entrambi i Paesi debba alzare la voce e farsi sentire con più forza, se vuole vedere soddisfatte le proprie rivendicazioni in ogni ambito. La Turchia in questo è probabilmente meglio dell’Italia. In generale la popolazione è più giovane, i tassi di crescita demografica fanno presagire un futuro sempre più pieno di opportunità per i ragazzi turchi, che continuano tra l’altro ad avere tassi di scolarizzazione sempre più alti (vi è però da sottolineare l’enorme divario ancora esistente tra il Paese in generale e la regione Sud-orientale, quella a maggioranza curda, che rappresenta quello che per l’Italia è il Mezzogiorno, seppure con condizioni più esasperate). Dalle tavole rotonde sono venute fuori tante idee, anche se poche proposte concrete; spetterà ai gruppi di lavoro durante l’anno mettere insieme le idee e dare loro una forma concreta, per presentare progetti attuabili nel prossimo Forum di dialogo che si terrà l’anno prossimo a Roma.
Cultura. Di cosa parliamo? Cos’è la cultura? Islam vs. Cristianesimo? Europa vs. Asia? Ottomani vs. Impero Romano? Difficile da definire le declinazioni del dialogo culturale tra due Paesi così ricchi di Cultura e Storia, con la C e la S maiuscole. Il dibattito è stato vivace, le proposte per l’azione concreta con l’obiettivo del dialogo tante. Incontri e programmi condivisi tra giornalisti, canali satellitari congiunti italo-turchi per la promozione della conoscenza reciproca nei rispettivi Paesi (conoscenza che, a livello di cittadinanza, sembra essere ancora insufficiente, vista la “stereotipizzazione” ancora diffusa da entrambe le sponde del Mediterraneo), necessità di copertura, da parte dei media, di tutte le notizie, non solo quelle strumentali, atte a facilitare la conoscenza reciproca. E ancora, il ruolo del turismo quale importante attrazione di capitale e di scambi umani, oltre alla rivisitazione dei testi scolastici, soprattutto nelle scuole medie superiori, per cambiare l’idea del turco ottomano ed invasore che si continua a dare e sostituirla con quella della Turchia europea, moderna e progressista che abbiamo visto ad Istanbul. Certo, in un Paese in cui ancora sono forti i dibattiti sull’immigrazione, sullo straniero, sul musulmano, risulta difficile superare alcuni stereotipi, ma qualcosa si sta muovendo ed è bene continuare a lottare per raggiungere e far raggiungere a tutti una consapevolezza maggiore circa le persone che ci guardano dall’altra parte del Mediterraneo.
Questo ed altro nel Forum di dialogo italo-turco di Istanbul. La necessità per l’Italia di integrare i cittadini stranieri è una materia di dibattito che è diretta conseguenza (anche) delle tematiche trattate ad Istanbul, come ricordato anche dall’intervento conclusivo di Lucio Caracciolo. Questa sembra essere la sfida del futuro. Risolvendo questa sfida, anzi tutti i problemi alla sua base, riusciremo a guardare con maggiore concretezza anche alle possibilità di collaborazione e cooperazione con Paesi al di fuori dei nostri confini. In questo senso la Turchia sembra essere un caso emblematico: Paese con cui i rapporti sono ottimi, da tutti i punti di vista, Ankara aspetta di vedere l’Italia migliorare alcuni suoi aspetti interni, in modo tale da fungere da modello per la stessa Turchia. Altrimenti la Turchia andrà avanti da sola e noi staremo a guardare. Il timore, parafrasando ancora una volta la catalogazione data da Parag Khanna, è che la Turchia sia un Paese del Secondo mondo che scalpita per entrare nel Primo mondo, mentre l’Italia scivola pian piano da quel Primo mondo verso il Secondo.









