13
nov

Gli ObamaUltima tappa dello speciale dello Spazio della Politica “Un anno di Obama”, che poi ritroverete raccolto in un paper da regalare a giovani e vecchi, grandi e piccini. Senza escludere dal pacco regalo – con una spesa tutto sommato modica – due libri di Mattia Diletti. Del primo, “Come cambia l’America“, scritto con Martino Mazzonis e Mattia Toaldo, abbiamp parlato qui. Il secondo, dedicato ai think tank, sarà presto oggetto di una presentazione in cui faremo finta di essere in grado di elaborare pensieri compiuti, senza uscire dalla solita scopiazzatura dell’America che ci porta a sognare la New America Foundation.

1) Proviamo a fare il punto sul movimento di Obama, a un anno dalle elezioni. Che fine ha fatto? I sostenitori stanno ancora festeggiando, o dopo la sbornia della vittoria è rimasto poco? Il movimento delle elezioni può essere rimobilitato o (come io credo) forse ha perso qualche colpo?

Il movimento di Obama si è fermato, o forse è meglio dire che ha rallentato la sua spinta. Però dobbiamo tenere a mente due elementi, uno contingente e uno strutturale, che riguardano il sistema politico americano.

Quello contingente riguarda la fase che attraversiamo, e sarebbe inevitabile a qualsiasi latitudine: non c’è più un nemico da abbattere, lo spettro del bushismo – anche se viene evocato per ricordare agli americani da dove viene la crisi – è evaporato, e Obama è necessariamente vittima di se stesso e delle aspettative create. La democrazia mediatica ha bisogno di essere alimentata di suggestioni ed emozioni, i politici devono appagare bisogni anche psicologici. Quelle di Obama erano quelle giuste, la sua narrative (non so se in italiano possiamo veramente tradurlo come “narrativa”) era il frutto di un’elaborazione complessa e articolata, ma come tutte le semplificazioni si scontra con la complessità della vita reale. Gli americani vedono i problemi e le incertezze dell’amministrazione, i nemici si sono rincuorati, la disoccupazione sale. Non è bastato Obama per ridare salvezza e redenzione in nove mesi. Se passasse la riforma del sistema sanitario, però, sono sicuro che Obama e i suoi saprebbero mostrare in modo convincente un successo, simbolico e materiale, del progetto del “Change”.

La scommessa di Obama sul lungo periodo – e qui veniamo alla dimensione strutturale – è spezzare questo ciclo, dare una forma organizzata nuova agli interessi e ai gruppi sociali che lo hanno votato. Come hanno dimostrato queste elezioni di inizio novembre – New Jersey e Virginia – portare a votare le categorie di Obama-entusiasti, giovani e minoranze, è una fatica di Sisifo che oggi, probabilmente, si può affrontare solo ogni quattro anni (il sistema elettorale americano è pensato per escludere, non per includere: fossi il presidente farei pressioni sui governatori democratici per eliminare l’obbligo di registrazione al voto. L’America è una democrazia antica, e le rughe si vedono eccome..).

Questa forma organizzata ha un nome, quello di Organizing for America (OFA). E’ l’erede della macchina elettorale di Obama, 13 milioni di contatti, sostenitori e volontari da trasformare in una sorta di partito del presidente, da mobilitare a difesa delle sue politiche. E’ un progetto di grande ambizione: si tratta di cristallizzare il consenso attorno al presidente e trasformarlo nel suo esercito. Da un lato può sembrare spaventoso – la crisi della democrazia americana è sanabile solo col cesarismo? chissà, forse sì – dall’altro può essere l’occasione per riportare nell’agorà politica milioni di persone, una sponda per le tante microcomunità che possono uscire dall’autoreferenzialità del loro impegno.

OFA per ora sta funzionando poco e male, si è trovata impreparata ad affrontare la reazione conservatrice alla proposta di riforma sanitaria: un po’ per quello che si diceva prima (senza il fantasma di Bush è più difficile tenere assieme le persone), un po’ perché gli americani forse non sanno più tenere in piedi un “partito”, per quanto atipico. I partiti americani erano forti nell’800 – ma lo erano soprattutto su base clientelare – e dopo lo sono stati in alcune metropoli dove si sono mantenute a lungo certe political machine elettorali (come Chicago). Tenere insieme, in modo permanente, i supporter di Obama attorno a obiettivi di policy non è semplice, è più facile utilizzare la forma tradizionale della politica americana del dopoguerra, quella dell’interazione diretta tra gruppi di interesse e istituzioni pubbliche. Più che OFA, a sostegno del presidente e delle sue riforme si muovono i sindacati e altre miriadi di gruppi legati al partito democratico, basta guardare le sigle e le coalizioni – assolutamente eterogenee – che finanziano le campagne di comunicazione a favore della riforma sanitaria. Ma è anche una battaglia dentro il partito democratico. OFA indirizza email ai propri sostenitori perché facciano pressione sui candidati democratici che non vogliono votare la riforma sanitaria, una tecnica tipica dei movimenti grassroots: “sei sicuro di volerti mettere contro il presidente? Guarda che nel tuo collegio siamo tanti..”

2) Che cosa succede all’opposizione? Abbiamo sentito i fischi del pubblico repubblicano durante il discorso di McCain, abbiamo assistito all’enigmatica scomparsa di Sarah Palin e a qualche altro scandalo. E poi? Quali nuovi poteri emergono? Come si potrà reinventare il Partito Repubblicano? Dick Cheney for President? O Glenn Beck? Non sono mica scemi, ci sarà qualcosa di meglio in giro.

I repubblicani, come al solito, si mostrano animali politici interessantissimi. La loro capacità di reazione ha stupito tutti. Il fatto che abbiano rialzato la testa così in fretta è qualcosa di  notevole, il frutto di trent’anni di mobilitazione culturale, creazione di gruppi – dalla Moral Majority al Tea Party – affinazione di un metodo politico sofisticato. La rozzezza di Limbaugh o di altro uomini della comunicazione conservatrice è solo un mezzo, ma mostra che esiste una consistente porzione di società che è pronta a battersi per alcuni valori condivisi – il nazionalismo, l’antistatalismo – anche in assenza di una leadership forte. Il dibattito interno al partito repubblicano è intensissimo, e si muove su due assi chiare: rafforzare l’identità che il conservatorismo americano si è dato in questi trenta anni – 40 anni fa il partito repubblicano era solo un lontano parente della cosa che vediamo oggi – oppure riconquistare i voti di un pezzo di società spaventata e delusa da questo partito guardando più al centro, per dirla con termini banali.

La violenza della reazione conservatrice alle politiche dell’amministrazione – “cosa fa quel cretino, chiede scusa al mondo per conto dell’America? Come si permette? Quali errori avremmo fatto”, oppure le accuse di socialismo “Obama ascolta Mao, io Fox News” – dà l’idea della qualità dello scontro in atto nel paese. E’ uno scontro sui fondamenti, sul significato stesso di cosa sia l’America e come di debba declinare il sogno americano. Quella di Obama è un’interpretazione inclusiva – dare a tutti un’opportunità di vivere il proprio American Dream, ance grazie alle politiche sociali, che dovrebbero servire a mettere tutti sullo stesso piano e a garantire una competizione almeno “fair” – quella conservatrice al momento è tutta difensiva, tesa a proteggere l’idea di un America nella quale l’individuo non è vittima della burocrazia all’europea ed è padrone di se stesso (che, alla fine, pare voglia dire pagare poche tasse).

Il rischio del partito repubblicano è quello di diventare un partito quasi “etnico”, rappresentante degli stati del sud e dei maschi bianchi, rurale e religioso (quasi tutte categorie destinate a diminuire dal punto di vista demografico). Al momento la battaglia più grande si gioca sulla suburbia delle città grandi e medie, su quella porzione di classi medie che stanno patendo la crisi, ex terreno di caccia del partito repubblicano (nel 2004 hanno premiato Bush in modo consistente). Quello è un pezzo importante della swinging America. Lo spazio urbano è solidamente democratico (e l’amministrazione Obama ha dei progetti interessanti per promuovere nuove politiche urbane), la suburbia invece è ancora un spazio incerto e in via di trasformazione, un cambiamento che ha origine nella crisi economica. Per i democratici, oggi, è un lavoraccio: impegnarsi a far votare chi vota poco (giovani e minoranze) e convincere una quota impaurita e insofferente delle classi medie. E quest’ultima potrebbe ascoltare con interesse un partito repubblicano meno ferocemente ideologico.

3) Riprendo la tua eccellente traccia del “realismo magico”. Qualunque lettura provvisoria di Obama concorda sulla centralità del discorso del 18 marzo 2008 a Philadelphia, “A more perfect union”. Centrale non solo nel momento della campagna elettorale ma nelle tematiche. Il sogno americano per Obama non si può staccare dall’idea dell’unione più perfetta, dal perfezionamento. Non solo politico ed economico, ma nei diritti e nella coesione della stessa società americana. John Dewey scriveva in Pragmatic America (1922): “The United States are not yet made; they are not a finished fact to be categorically assessed”. Perciò, la storia della perfezione comincia a Philadelphia ma non finisce. Non è lecito stabilire i suoi termini. Ciò che conta è che l’impresa non è compiuta, e quindi bisogna impegnarsi. Nell’Unione stessa, negli stati, nelle scuole, nelle famiglie. Perfezionarsi è difficile e può essere per percorso lungo (Anatol Lieven direbbe compiaciuto che è un po’ “whig”, anche se il progresso non è garantito dal cielo), ma il punto è che bisogna comunque impegnarsi e agire. In particolare in un’epoca di crisi, in particolare in un momento decisivo, quando una generazione deve prendere in mano la fiaccola. Ovviamente con umiltà (“I stand here with a great deal of humility”, davanti ai Kennedy).

Ora, è facile dire che lo stesso evento dell’elezione fa parte della narrazione dell’unione più perfetta. Ed è vero. Ma qual è stato l’impegno concreto dell’amministrazione Obama in questa direzione? Quali fatti si affiancano alle parole?

Non vorrei essere banale, ma un anno è veramente poco per creare un “more perfect union”. Consideriamo semplicemente l’aspetto istituzionale: “occupare” la Casa Bianca – passaggio essenziale per l’attuazione di qualsiasi progetto – è un’operazione che richiede un tempo lungo, che Obama affronta come qualsiasi altro presidente, accentrando poteri e creando inviati speciali e zar di qualsiasi cosa che rispondono solo a lui. In più, come detto, lui vuole anche tenere mobilitata la società. Niente male. In questo sarà molto kennediano, punterà molto sui corpi civici, sul volontariato. Dei “peace corps” alla Kennedy, ma più attenti alla disastrata, ingiusta e compromessa società americana – essere povero in America è una cosa che non auguro a nessuno – che al resto del mondo (secondo me, questo sarebbe un presidente da “America First” se avesse potuto; prima aggiustare in casa propria, altrimenti che “Città sulla collina” vuoi essere? Come fai a parlare al resto del mondo?)

In questo conta sul serio il passato di “community organizer” del presidente. Il community organizing è una formula di sindacalismo dei quartieri urbani svantaggiati, basato su un approccio pedagogico: insegnare agli ultimi ad autorappresentarsi, in modo pragmatico, per ottenere risultati, creando leadership e capacità in comunità deboli. E’ l’insegnamento di Saul Alinsky, un maestro del radicalismo politico di matrice non marxista. Obama si è formato sui precetti di Alinsky quando egli stesso dovette studiare da “community organizer”. Obama non è un radicale, ma di quella esperienza ha fatto senz’altro tesoro, e nessuno candidato più di lui può avere a mente quanto sia lunga la strada per una “more perfect union” (tra l’altro, tanto di cappello per la sua capacità da Professor-in-Chief di legare i problemi della vita quotidiana all’interpretazione della Costituzione americana).

Come detto, la sua è una declinazione inclusiva della religione civile americana, molto legata alla cultura liberal degli anni ‘60, riveduta alla luce delle sconfitte di un trentennio e della debolezza della vittoria culturale  – di Pirro – della Terza via clintoniana. La crisi economica ha spazzato via il reganismo e portato via con sè la fragilità culturale del clintonismo: Obama è erede anche di quell’epoca, degli anni ‘90 (soprattutto quando si tratta di formulare effettivamente alcuni progetti di policy), ma ha rilanciato verso qualcosa di molto più grande e molto più ambizioso.

4) Chiudiamo con la domanda più banale dell’universo. A un anno di distanza, in che modo l’Italia dovrebbe porsi davanti al fenomeno Obama?

Nel nostro libro avevamo intitolato le conclusioni “Maccaroni”: un po’ per prendere in giro l’abitudine della politica italiana di non poter sopravvivere senza un “partito fratello” di riferimento, un po’ perché la prima importazione di Obama in Italia mostrava i difetti culturali, molto seri, del nostro sistema politico. Siamo sinceri, i difetti culturali erano soprattutto del PD, la destra italiana ha un altro genere di problemi.

Primo, non si era inteso che il punto di partenza di Obama era ricostruire e declinare in chiave liberal la propria tradizione culturale, riappropriarsi dei miti politici americani. Certo, da loro è più facile, sono una nazione, ma in tempo di crisi gli Stati Uniti sono stati in grado di ridiscutere a partire dall’interpretazione dei fondamenti politici del paese, la “More Perfect Union” alla quale facevi riferimento tu. Questo è stato un merito eccezionale di un presidente-intellettuale come Obama.

Il PD, a partire dal fantasmagorico “spirito del Lingotto”, ha cercato di creare nuovi miti politici, che si sono rivelati più fragili della cartapesta, perché piantati sul nulla: ma che cos’è lo spirito del Lingotto? Di che si tratta? Ma veramente i dirigenti del PD pensavano che le persone normali potessero capire e sapere cos’è lo “spirito del Lingotto”? L’autoreferenzialità è un crimine che dovrebbe essere punito. I miti politici devono essere radicati nella tradizione, nella storia, al confine tra vita vissuta delle persone e memoria condivisa. Questo ha fatto Obama: ha ripreso il meglio della storia del paese e della tradizione politica liberal e lo ha reinterpretato in un chiave che potesse essere maggioritaria. E gettiamo un velo pietoso sulla cattiva traduzione di “Yes We Can” (che non vuol dire “si può fare”), e che soprattutto è uno slogan radicato nella storia americana, uno slogan del sindacalismo chicano della California degli anni ‘70, poi arrivato ai Chicago nei quartieri afroamericani. Sono parole che hanno una forza perché hanno una storia, da noi le hanno solo tradotte male (a proposito del recupero della nostra tradizione politica, in modo dinamico, pragmatico e non nostalgico, vi segnalo questo breve intervento di Mattia Toaldo su Italia2013).

Su Obama e l’Italia oggi è proprio Toaldo che fra di noi ha compiuto lo sforzo più articolato di riflessione. Il primo punto è quello della “coalizione sociale”. La nostra è una politica asfittica che non studia la società e non le fa proposte perché nemmeno la capisce. Ti cito Toaldo in una cosa recente che ha scritto seguendo il filo del ragionamento di “Maccaroni”. “Rispetto alla coalition di Obama siamo molto deboli su 3 categorie: donne, lavoratori esecutivi e giovani. Sempre più astensione tra chi segue molto la politica ed ha un alto titolo di studio, cioè proprio quelli che dovrebbero mobilitare il resto dell’elettorato. Avere in mente per chi si fa politica è importante per capire quale priorità dare alle varie proposte e come fare politica”. Obama ha stretto un’alleanza forte – che deve conquistarsi giorno per giorno, purtroppo per lui non è un assegno in bianco – con quelli che in America chiamano “young professionals”, che da noi oggi se la passano abbastanza male perchè il lavoro è poco, sottopagato e il welfare non è adeguato alle loro esigenze. Allo stesso tempo ha un rapporto politico solidissimo con i sindacati, in particolare quelli più interessanti del comparto dei servizi, la Seiu (dove dentro ci sono molte figure di lavoratori esecutivi, dagli infermieri ai bidelli, passando per i “janitors” e i cuochi dei ristoranti).

Queste persone in Italia votano, e spesso gli fa schifo il centrosinistra, che a volte sembra parlare a un elettore medio che esiste solo nei manuali – quelli cattivi – di scienza politica. La società è fatta di soggetti, e questo Obama lo sa: anche noi dobbiamo riscoprirlo. L’opinione pubblica non esiste, è una scorciatoia per parlare a un “pubblico” che non si trova in natura. Il centrosinistra oggi deve scovare e sottrarre all’antipolitica soggetti e gruppi sociali. Ne è capace?

Al di là dei contenuti – è difficile traslarli dagli Usa: lo scontro sulla riforma sanitaria a noi non dice nulla, si tratta di una battaglia di civiltà che qui è stata già vinta e archiviata; per altre faccende, come l’economia verde, l’agenda deve essere comune – quello che ci deve interessare è il “metodo Obama”.

Condividi:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • TwitThis
  • email
  • FriendFeed
  • RSS
  • LinkedIn
  • PDF




One Response to ““More perfect union”. Intervista a Mattia Diletti”

[...] nostra intervista apparsa su “Lo Spazio della Politica”. Organizing for America, la riforma sanitaria, [...]