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03 nov
O Draghi o muerte: la strana partita del toto-nomine europeo
di Matteo Minchio       sezione: Politica globale

Axel Weber BundesbankMalgrado i sospetti non manchino, Alessandro Aresu ha ragione nell’affermare che la candidatura di Massimo D’Alema al vertice della diplomazia europea non ha nulla a che fare con un inciucio nostrano ma piuttosto con un lavoro diplomatico sapientemente orchestrato. La decisione se sostenere o meno tale candidatura rendendola credibile è ora tutta nelle mani del governo.

D’Alema ha tutti i “galloni” per ambire ad un ruolo così di primo piano: le sue precedenti cariche di Presidente del Consiglio e ministro degli Esteri gli danno buone chance. Politicamente, il ruolo svolto attraverso ItalianiEuropei a sostegno della FEPS, think tank dei socialisti europei, lo ha legittimato nonostante il suo passato comunista. D’Alema è un pragmatico: svolgerebbe il suo ruolo secondo la “vecchia scuola” di Kissinger e Andreotti.

La sua candidatura è tuttavia considerata come una seconda opzione. Il candidato più popolare è come abbiamo detto ieri David Miliband, ministro degli Esteri britannico. Il suo discorso di qualche giorno fa è apparso chiaramente come un’auto-candidatura anche se lui continua a negare e dirsi “né candidato, né disponibile”. Se fosse così sarebbe un peccato perché l’Europa senza leader ha bisogno di idee nuove e di una exist strategy proposta da nuovi protagonisti. Ribaltare il paradigma secondo cui l’Europa non sia più “pensionato di lusso”, ma “palestra politica” è imprescindibile per dare nuovo fascino al progetto europeo.

Sul piano italiano c’è una ragione molto semplice per “tifare” la candidatura di Miliband piuttosto che quella di D’Alema o di chiunque altro. L’interesse primario dell’Italia è riprendersi da una crisi economica gravissima, di certo analoga a quella di altre economie occidentali (-5% PIL su base annua), ma che segue un lungo periodo di stagnazione nell’ultimo decennio. Molto dipenderà quindi dalla politica monetaria praticata dalla Banca Centrale Europea ed è per questo che abbiamo sostenuto la candidatura Draghi. Paolo Sinigaglia, in un commento al mio precedente articolo, obiettava che Mario Draghi può svolgere un ruolo eccellente anche come governatore della Banca d’Italia, e ciò è assolutamente vero, ma non si tiene conto che la nomina di Draghi taglierebbe la strada ad un altro candidato, ben più pericoloso: Axel Weber.

Il Governatore della Bundesbank è cresciuto nella più stretta ortodossia tedesca secondo cui il ruolo primario di una Banca Centrale è il controllo dell’inflazione. Mesi fa, Oscar Giannino denunciava come il personaggio non andasse troppo per il sottile nel difendere l’interesse nazionale tedesco anche a discapito della libera circolazione dei capitali. Paul Taylor ha quindi ragione ha denunciare tutti i rischi di una scelta che rischia di essere più politica che economica. Considerato il boccone amaro che Francoforte ha dovuto ingoiare dieci anni fa con la “staffetta” Duisenberg-Trichet, la Germania avrebbe tutti i motivi per reclamare un tal posto, ma le istituzioni sono fatte per evitare che la legge del più forte prevalga.

Una considerazione finale sul metodo di scelta dei candidati. Alcuni nostri lettori su Facebook hanno denunciato l’opacità di questo genere di nomine e hanno proposto l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente della Commissione o di Mr. PESC. Per chiarire la questione: in Europa non si parla mai di tacito accordo tra forze politiche contrapposte ma si tratta di un accordo diplomatico che tenta di trovare in modo palese un equilibrio che offra rappresentanza a tutte le forze politiche principali, garantendo un equilibrio tra paesi grandi, medi e piccoli e tra le varie regioni d’Europa. Se così non fosse, la Commissione non solo sarebbe legittimata da una maggioranza politica in Parlamento, ma si ritroverebbe ad essere lo specchio fedele dell’orientamento politico dei governi nazionali. Certamente il portoghese Barroso non sarebbe certo Presidente della Commissione, in quanto cittadino di un paese irrilevante sul piano della geopolitica e inoltre la Commissione rischierebbe così di perdere credibilità nel suo ruolo di garante dei Trattati. Per concludere, anche se si guarda agli Stati Uniti come modello, nemmeno Obama è stato eletto direttamente dai cittadini, ma ha avuto bisogno dei suoi grandi elettori.

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2 Responses to “O Draghi o muerte: la strana partita del toto-nomine europeo”

Matteo Minchio
Matteo Minchio
novembre 3rd, 2009

L’analisi di Zatterin ce lo ricorda bene. Ripresa economica = tassi d’interesse più elevati per rafforzare gli investimenti, ma anche problemi per chi è indebitato (es. debito pubblico nazionale). Tempi duri!
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=197&ID_articolo=1183&ID_sezione=404&sezione=

Matteo Minchio
Matteo Minchio
novembre 3rd, 2009