Barack Obama ha lasciato la Cina, terra delle opportunità. A Washington dovrà rimboccarsi le maniche per rimettere in piedi il sogno americano, mentre i suoi oppositori, con tanto di maglietta ObaMao e con l’avallo della nuova versione di “Visitors”, lo accuseranno di essere un rettile alieno. Dopo i tre rumori di fondo di ObaMao (Dottrina Yao Ming, Neopaulsonismo, Responsabilità con caratteristiche cinesi), alla fine del viaggio si possono rintracciare quattro impressioni:
1. Il Grande Politburo del Mondo. Per Obama il rapporto con la Cina non porta né alla guerra fredda né al contenimento. Si è passati dalla nazione indispensabile all’ascolto indispensabile. Si afferma l’universalità dei valori americani, ma non c’è l’intenzione di esportarli qua e là. Obama crede che la politica internazionale non sia un gioco a somma zero. Insomma, non è John Mearsheimer, che si è sempre coerentemente opposto a ogni idea di ascesa pacifica cinese.
Ma il punto è che, nel Grande Politburo del Mondo, o sei numero 1, o sei numero 2. La Cina, con la sua doppia natura di superpotenza in ascesa/paese in via di sviluppo, vuole essere numero 1. Qualcuno dovrà lasciare il posto. Certo, le nazioni giungono al Grande Politburo del Mondo con differenti caratteristiche, in termini di risorse, popolazione, idee, potenzialità, valori. Tutto vero. Ma la somma delle quote del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale è sempre 100 per cento, e conta chi decide che cosa e chi “spartisce” chi.
2. Il Presidente Pacifico. Partita con “Yes we can”, passando per la morte di Michael Jackson,  la strategia di Obama si ritrova con “I am the world”. L’altro lato delle accuse al presidente di essere nato in Kenya o ad Alpha Centauri è che lui può rivendicare una biografia mondiale, in cui ha trovato posto il Presidente Pacifico. Obama dice “sono il mondo”, ma non in senso coercitivo. Vuole destare un sentimento di appartenenza che va oltre i confini statuali.
Il “realismo magico” (Mattia Diletti) continua a intrecciare la narrazione individuale e la narrazione collettiva, nel rispetto della storia degli altri popoli e delle altre culture. Come al Cairo, così a Shanghai. Questa capacità di inserirsi nella storia rende meno infantile la “giovane nazione” americana, e allo stesso tempo parla ai giovani di tutto il mondo.

Obama AsiaBarack Obama ha lasciato la Cina, terra delle opportunità. A Washington dovrà rimboccarsi le maniche per rimettere in piedi il sogno americano, mentre i suoi oppositori, con tanto di maglietta ObaMao e con l’avallo della nuova versione di “Visitors”, lo accuseranno di essere un rettile alieno. Dopo i tre rumori di fondo di ObaMao (Dottrina Yao Ming, Neopaulsonismo, Responsabilità con caratteristiche cinesi), alla fine del viaggio si possono rintracciare quattro impressioni:

1. Il Grande Politburo del Mondo. Per Obama il rapporto con la Cina non porta né alla guerra fredda né al contenimento. Si è passati dalla nazione indispensabile all’ascolto indispensabile. Si afferma l’universalità dei valori americani, ma non c’è l’intenzione di esportarli qua e là. Obama crede che la politica internazionale non sia un gioco a somma zero. Insomma, non è John Mearsheimer, che si è sempre coerentemente opposto a ogni idea di ascesa pacifica cinese.

Ma il punto è che, nel Grande Politburo del Mondo, o sei numero 1, o sei numero 2. La Cina, con la sua doppia natura di superpotenza in ascesa/paese in via di sviluppo, vuole essere numero 1. Qualcuno dovrà lasciare il posto. Certo, le nazioni giungono al Grande Politburo del Mondo con differenti caratteristiche, in termini di risorse, popolazione, idee, potenzialità, valori. Tutto vero. Ma la somma delle quote del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale è sempre 100 per cento, e conta chi decide che cosa e chi “spartisce” chi.

2. Il Presidente Pacifico. Partita con “Yes we can”, passando per la morte di Michael Jackson,  la strategia di Obama si ritrova con “I am the world”. L’altro lato delle accuse al presidente di essere nato in Kenya o ad Alpha Centauri è che lui può rivendicare una biografia mondiale, in cui ha trovato posto il Presidente Pacifico. Obama dice “sono il mondo”, ma non in senso coercitivo. Vuole destare un sentimento di appartenenza che va oltre i confini statuali.

Il “realismo magico” (Mattia Diletti) continua a intrecciare la narrazione individuale e la narrazione collettiva, nel rispetto della storia degli altri popoli e delle altre culture. Come al Cairo, così a Shanghai. Questa capacità di inserirsi nella storia rende meno infantile la “giovane nazione” americana, e allo stesso tempo parla ai giovani di tutto il mondo.

Tuttavia, lo spunto “pacifico” di Obama può portare anche all’inconsistenza, se consideriamo le osservazioni di questo eccellente report del Council on Foreign Relations (uno degli autori ha lavorato con Zoellick, quindi sa benissimo di cosa parla), che propone sei regole per rilanciare il ruolo degli Stati Uniti nel multilateralismo asiatico. Insomma, siccome l’Asia conta, Obama deve lanciarsi come Presidente Pacifico perché come Presidente Asiatico è meno vendibile, ma deve guardarsi dalla costruzione di nuove variabili di comunità pacifiche che rischiano di avere un’importanza strategica trascurabile rispetto alle variabili asiatiche.

3. Scommesse al ribasso. Il G3 della competizione sulle reti globali del talento (Usa, Cina, Google) ha fatto il suo ingresso a Shanghai, nell’incontro tra Obama e i giovani. Portando intelligentemente il discorso dalla politica agli affari, il presidente ha affermato:

“You think about a company like Google that only 20 years ago was – less than 20 years ago – was the idea of a couple of people not much older than you.  It was a science project.  And suddenly because of the Internet, they were able to create an industry that has revolutionized commerce all around the world. So if it had not been for the freedom and the openness that the Internet allows, Google wouldn’t exist”.

Quanto al G2, abbiamo capito che non è necessariamente la santa alleanza della responsabilità. Su molte questioni, può essere una scommessa al ribasso. L’abbiamo visto coi cambiamenti climatici. Anche qui, serve un’iniezione di realismo: ritenere che i “cattivi” cinesi e indiani stiano distruggendo il mondo perché vogliono vivere decentemente o mangiare è offensivo. Cinesi e indiani hanno delle argomentazioni storiche per opporsi alle condizioni dei trattati in discussione, e stanno perseguendo politiche ambientali sul piano dell’interesse nazionale.

Sul fronte indiano, per esempio, c’è una grande vivacità di proposte, come dimostra l’attenzione del Center for Policy Research. Inoltre, è il caso di ricordare che gli accordi che propongono tagli in date come il 2050 o il 2080 sono carta straccia.

Strategicamente, il G2/scommessa al ribasso dimostra per l’ennesima volta che l’Europa dovrebbe sbrigarsi ad esistere, altrimenti continuerà ad essere trattata come un nano e un verme, anche se – come ha spiegato Alessandro Politi – non lo è affatto.

4. Nella mente di Hu. Leggere il pensiero di Hu Jintao diventa sempre più difficile. Nel salotto di Fareed Zakaria, Joshua Cooper Ramo ha ripreso la domanda classica degli analisti cinesi: il conflitto tra Stati Uniti e Cina è inevitabile? Il dibattito è destinato a durare. Per ora, le scuole della politica estera cinese possono sempre imparare dall’immortale “troppo presto per giudicare” di Zhou Enlai, e sanno benissimo che, nel Grande Politburo del Mondo, gli Stati Uniti mantengono la carica di Presidente della Commissione Militare Centrale, e la conserveranno per parecchio tempo.

Nel frattempo, i cinesi dovranno continuare a confrontarsi con leader in crisi di coscienza che ogni tanto spalmano un po’ di Dalai Lama nei loro discorsi. Chi non lo incontrerà farà affari con la Cina più facilmente. Ma Hu e soci non devono perdere la pazienza. Non devono gasarsi perché gli altri scricchiolano. Non devono credere di essere i padroni del mondo. Il trionfalismo e il catastrofismo sono entrambi inutili, nell’incertezza.

L’integrazione della Cina comunista col mondo deve andare avanti: un approccio pragmatico alla rete non trasformerà milioni di giovani cinesi in Richard Gere o Nancy Pelosi, ma aiuterà la nascita di realtà come Baidu. I leader cinesi devono stare tranquilli, tenere la barra dritta sui loro problemi interni e ambientali, pensare all’Expo di Shanghai. E possono rispondere col sorriso a chi suggerisce la ripresa del dialogo con l’ultrasettantenne Dalai Lama: cari amici, noi comunisti siamo per il ricambio generazionale, saremo felicissimi di dialogare col suo successore bambino..

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