Master Affari Politicin
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20 nov
Progettare, discutere, eseguire: il problema infrastrutture in Italia
Continua l’indagine di LSDP sulla questione degli investimenti in infrastrutture. Per portare avanti le nostre riflessioni ci concentreremo sull’aspetto che consideriamo cruciale per comprendere la specificità del problema italiano: quello della scarsa trasparenza e della rigidità dei processi decisionali che hanno per oggetto questo tipo di investimenti. Non cercheremo quindi di giustificare una posizione che sia a priori pro o contro determinati progetti. Né ci dilungheremo elencando i dati che secondo alcuni testimoniano un conclamato gap infrastrutturale nei confronti degli altri Paesi europei. Non ci soffermeremo nemmeno sul lungo elenco di opere bloccate o perennemente in fase di realizzazione, puntando il dito contro i “comitati del no”.
Il nostro obiettivo è un altro. Quello di capire quali sono i percorsi per arrivare a prendere decisioni che siano il più possibile legittimate, qualificate e, di conseguenza, realizzabili. Siamo consapevoli che si tratta di un approccio parziale ma, a nostro modo di vedere, è questo il nodo della questione. In Italia siamo infatti rimasti fermi ad uno schema di analisi che, se poteva essere valido negli anni del secondo dopoguerra e in quelli del boom economico, certo non tiene conto delle complessità della società italiana attuale. E della densità del suo territorio.
L’assunto sino ad ora è stato quello pensare di poter decidere qualcosa, per lo più in segrete stanze, annunciarlo in pompa magna e poi vedere che succede. Nel caso qualcuno protesti, ci si attrezza per difendersi dalle contestazioni, che di solito vengono bollate come “ideologiche”. Badando bene a non cambiare la propria opinione. Lotta dura senza paura, per non perdere la faccia. Questo approccio però si rileva carente, se non altro per via dei risultati che non arrivano, e per il fatto che il contenzioso, il muro contro muro, porta inevitabilmente ad un allungamento dei tempi, determinato da uno stillicidio di ricorsi al TAR e a Consigli Superiori vari. Far percepire poi alcuni progetti come fortemente legati ad un colore politico (o peggio, ad un determinato politico), non fa altro che contribuire a rendere meno oggettivo il confronto. Non si parla più di un opera e delle sue caratteristiche, ma di chi la vuole fare.
Che si potrebbe fare per uscire da questo vicolo cieco? Per prima cosa evitare di demonizzare il confronto con i propri interlocutori e accettare di discutere pubblicamente dei propri progetti di investimento. Accettare di discutere con i territori di soluzioni alternative e di migliorie progettuali. Per il bene del Paese e non per il tornaconto politico di qualcuno. Il tutto prima di prendere delle decisioni vincolanti, legittimando i propri interlocutori e la discussione stessa, e evitando di vivere le valutazioni di impatto ambientale e autorizzazioni varie come un percorso ad ostacoli. Questi passaggi vanno invece visti come utili elementi per alimentare la discussione con elementi oggettivi, in grado di discutere di cose reali e non di posizioni preconcette.
Utopia? No, pragmatismo. Provare per credere, come dice un vecchio adagio pubblicitario. Per avere dei riferimenti basta guardare quel che fanno i nostri cugini transalpini. In Francia, sin dai tempi del primo Governo Berlusconi è in vigore una legge sul Dibattito Pubblico, che stabilisce regole e tempistiche per organizzare sul territorio momenti in cui un progetto viene presentato e discusso in maniera trasparente. Questo tipo di dibattiti avvengono sulla base di documenti progettuali dettagliati, e hanno tempi certi e modalità di svolgimento ben definite. Non possono infatti durare più di sei mesi. I contributi di tutti i partecipanti alla discussione vengono messi agli atti e resi pubblici, avvalendosi di siti internet progettati ad hoc. In questo modo, a chi non può partecipare fisicamente ai meeting, viene data la facoltà di inviare il proprio parere via email. La procedure scatta solo per opere di una certa dimensione, a cui si attribuisce un interesse nazionale. Alla fine dei sei mesi chi ha curato il dibattito tira le fila del discorso e redige un rapporto di sintesi finale, avvalendosi anche del contributo di esperti esterni.  Il rapporto può contenere ipotesi di opzioni alternative e migliorie progettuali, sulla base delle proposte emerse nel corso della discussione. Tutto ciò viene consegnato nelle mani della Commissione Nazionale per il Dibattito Pubblico, organo di garanzia che è chiamato a certificare trasparenza e correttezza del processo di confronto pubblico (la Commissione è composta da esperti indipendenti, funzionari statali, commissari di nomina politica, rappresentanti delle autonomie locali e esponenti delle associazioni ambientaliste nazionali). A questo punto il proponente dell’opera può fare due cose: recepire le raccomandazioni contenute nel rapporto o continuare per la propria strada. Se sceglie la seconda opzione ha però l’onere di giustificare pubblicamente le proprie decisioni, assumendosi in questo modo una chiara responsabilità. Di norma però quel che succede è che la maggior parte degli input del dibattito pubblico vengono integrati nella progettazione, tale è la legittimità di questo percorso. E dopo il dibattito la decisione non viene più rimessa in discussione.
Quello che sembrerebbe comune buon senso non è però ancora entrato a far parte del patrimonio dell’ordinamento italiano. Paradossalmente sono le imprese e gli enti locali che si dimostrano più attente a questi approcci, mentre il Governo centrale tace, incapace di arrivare anche solo ad una benché minima esplicitazione delle priorità che ha in testa (l’elenco di opere inserite in Legge Obiettivo è talmente vasto da renderlo praticamente inutile, considerati i vincoli finanziari in cui ci troviamo ad operare). Quel che succede è che chi si trova a gestire le “patate bollenti” è costretto ad industriarsi per sopperire alle mancanze dello Stato. Autostrade per esempio ha promosso il suo piccolo Dibattito Pubblico per la nuova gronda di Genova. La società di progettazione della Pedemontana Lombarda si è fatta carico di dialogare con il territorio e negoziare un ambizioso progetto di compensazioni ambientali (che, per una volta, non ha niente ha che vedere con piscine e palazzetti dello sport vari). La Regione Toscana si è spinta fino all’approvazione di una Legge Regionale che regola la partecipazione sulla falsariga dell’esempio francese, istituendo addirittura un’Autorità Regionale. La Regione Lombardia ha messo a punto lo strumento dell’Accordo di Programma. Tutte esperienze lodevoli certo, ma che scontano il grosso limite di nascere in uno spaventoso vuoto normativo nazionale. Con il rischio di venire vanificate e contestate, proprio per questo motivo. Ci sarebbe invece bisogno di una forte regia nazionale, per fare un salto di qualità. Arriverà mai qualcuno in grado di raccogliere la sfida?

infrastruttureContinua l’indagine de LSDP sulla questione degli investimenti in infrastrutture. Per portare avanti le nostre riflessioni ci concentreremo sull’aspetto che consideriamo cruciale per comprendere la specificità del problema italiano: quello della scarsa trasparenza e della rigidità dei processi decisionali che hanno per oggetto questo tipo di investimenti.

Non cercheremo quindi di giustificare una posizione che sia a priori pro o contro determinati progetti. Né ci dilungheremo elencando i dati che secondo alcuni testimoniano un conclamato gap infrastrutturale nei confronti degli altri Paesi europei. Non ci soffermeremo nemmeno sul lungo elenco di opere bloccate o perennemente in fase di realizzazione, puntando il dito contro i “comitati del no”.

Il nostro obiettivo è un altro. Quello di capire quali sono i percorsi per arrivare a prendere decisioni che siano il più possibile legittimate, qualificate e, di conseguenza, realizzabili. Siamo consapevoli che si tratta di un approccio parziale ma, a nostro modo di vedere, è questo il nodo della questione. In Italia siamo infatti rimasti fermi ad uno schema di analisi che, se poteva essere valido negli anni del secondo dopoguerra e in quelli del boom economico, certo non tiene conto delle complessità della società italiana attuale. E della densità del suo territorio.

L’assunto sino ad ora è stato quello pensare di poter decidere qualcosa, per lo più in segrete stanze, annunciarlo in pompa magna e poi vedere che succede. Nel caso qualcuno protesti, ci si attrezza per difendersi dalle contestazioni, che di solito vengono bollate come “ideologiche”. Badando bene a non cambiare la propria opinione. Lotta dura senza paura, per non perdere la faccia. Questo approccio però si rileva carente, se non altro per via dei risultati che non arrivano, e per il fatto che il contenzioso, il muro contro muro, porta inevitabilmente ad un allungamento dei tempi, determinato da uno stillicidio di ricorsi al TAR e a Consigli Superiori vari. Far percepire poi alcuni progetti come fortemente legati ad un colore politico (o peggio, ad un determinato politico), non fa altro che contribuire a rendere meno oggettivo il confronto. Non si parla più di un opera e delle sue caratteristiche, ma di chi la vuole fare.

Che si potrebbe fare per uscire da questo vicolo cieco? Per prima cosa evitare di demonizzare il confronto con i propri interlocutori e accettare di discutere pubblicamente dei propri progetti di investimento. Accettare di discutere con i territori di soluzioni alternative e di migliorie progettuali. Per il bene del Paese e non per il tornaconto politico di qualcuno. Il tutto prima di prendere delle decisioni vincolanti, legittimando i propri interlocutori e la discussione stessa, e evitando di vivere le valutazioni di impatto ambientale e autorizzazioni varie come un percorso ad ostacoli. Questi passaggi vanno invece visti come utili elementi per alimentare la discussione con elementi oggettivi, in grado di discutere di cose reali e non di posizioni preconcette.

Utopia? No, pragmatismo. Provare per credere, come dice un vecchio adagio pubblicitario. Per avere dei riferimenti basta guardare quel che fanno i nostri cugini transalpini. In Francia, sin dai tempi del primo Governo Berlusconi è in vigore una legge sul Dibattito Pubblico, che stabilisce regole e tempistiche per organizzare sul territorio momenti in cui un progetto viene presentato e discusso in maniera trasparente. Questo tipo di dibattiti avvengono sulla base di documenti progettuali dettagliati, e hanno tempi certi e modalità di svolgimento ben definite. Non possono infatti durare più di sei mesi. I contributi di tutti i partecipanti alla discussione vengono messi agli atti e resi pubblici, avvalendosi di siti internet progettati ad hoc. In questo modo, a chi non può partecipare fisicamente ai meeting, viene data la facoltà di inviare il proprio parere via email. La procedure scatta solo per opere di una certa dimensione, a cui si attribuisce un interesse nazionale. Alla fine dei sei mesi chi ha curato il dibattito tira le fila del discorso e redige un rapporto di sintesi finale, avvalendosi anche del contributo di esperti esterni.  Il rapporto può contenere ipotesi di opzioni alternative e migliorie progettuali, sulla base delle proposte emerse nel corso della discussione. Tutto ciò viene consegnato nelle mani della Commissione Nazionale per il Dibattito Pubblico, organo di garanzia che è chiamato a certificare trasparenza e correttezza del processo di confronto pubblico (la Commissione è composta da esperti indipendenti, funzionari statali, commissari di nomina politica, rappresentanti delle autonomie locali e esponenti delle associazioni ambientaliste nazionali). A questo punto il proponente dell’opera può fare due cose: recepire le raccomandazioni contenute nel rapporto o continuare per la propria strada. Se sceglie la seconda opzione ha però l’onere di giustificare pubblicamente le proprie decisioni, assumendosi in questo modo una chiara responsabilità. Di norma però quel che succede è che la maggior parte degli input del dibattito pubblico vengono integrati nella progettazione, tale è la legittimità di questo percorso. E dopo il dibattito la decisione non viene più rimessa in discussione.

Quello che sembrerebbe comune buon senso non è però ancora entrato a far parte del patrimonio dell’ordinamento italiano. Paradossalmente sono le imprese e gli enti locali che si dimostrano più attente a questi approcci, mentre il Governo centrale tace, incapace di arrivare anche solo ad una benché minima esplicitazione delle priorità che ha in testa (l’elenco di opere inserite in Legge Obiettivo è talmente vasto da renderlo praticamente inutile, considerati i vincoli finanziari in cui ci troviamo ad operare). Quel che succede è che chi si trova a gestire le “patate bollenti” è costretto ad industriarsi per sopperire alle mancanze dello Stato. Autostrade per esempio ha promosso il suo piccolo Dibattito Pubblico per la nuova gronda di Genova. La società di progettazione della Pedemontana Lombarda si è fatta carico di dialogare con il territorio e negoziare un ambizioso progetto di compensazioni ambientali (che, per una volta, non ha niente ha che vedere con piscine e palazzetti dello sport vari). La Regione Toscana si è spinta fino all’approvazione di una Legge Regionale che regola la partecipazione sulla falsariga dell’esempio francese, istituendo addirittura un’Autorità Regionale. La Regione Lombardia ha messo a punto lo strumento dell’Accordo di Programma. Tutte esperienze lodevoli certo, ma che scontano il grosso limite di nascere in uno spaventoso vuoto normativo nazionale. Con il rischio di venire vanificate e contestate, proprio per questo motivo. Ci sarebbe invece bisogno di una forte regia nazionale, per fare un salto di qualità. Arriverà mai qualcuno in grado di raccogliere la sfida?

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