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19 nov
Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla Banca d’Italia

mario draghiLa Banca d’Italia intende “capire meglio le caratteristiche” della finanza islamica “e le sue implicazioni per il sistema finanziario europeo e italiano“. Con queste parole il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha aperto il seminario organizzato la scorsa settimana da via Nazionale sulla finanza islamica.

Ma facciamo un passo indietro. Cos’è la finanza islamica? Chi la pratica? Perché Draghi se ne interessa?

La finanza islamica è una disciplina di gestione dei flussi monetari tale da non essere in contrasto con alcuni principi desunti da interpretazioni del Corano. Questo si traduce essenzialmente in: divieto del riba, ovvero il divieto di chiedere interessi – considerati una forma di usura -, nella condivisione dei rischi e dei profitti tra creditore e debitore e, infine, nell’obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su di un attivo reale, il che, in teoria, escluderebbe il ricorso a prodotti derivati.

L’interesse non è legittimato come titolo di risarcimento per chi immobilizza del denaro per un certo periodo di tempo al fine di metterlo a disposizione del debitore; in sostanza non si accetta l’idea per cui il denaro possa ‘restare fermo’ e per questo generare altro denaro.  Questo ovviamente non significa che le banche islamiche prestano il denaro gratuitamente, perché se così fosse, semplicemente non potrebbero esistere; significa invece che chi presta una somma a qualcuno deve essere ricompensato partecipando agli utili. E se non ce ne sono, allora parteciperà alle perdite.

Questi principi, ovviamente penalizzano importanti settori dell’attività bancaria occidentale; basti pensare all’esclusione – da parte dei fondi di investimento islamici – di tutte le società con un rapporto fra debiti e capitale sociale superiore al 30%, oppure al credito al consumo e ai mutui. In particolare, rispetto a quest’ultimi il comportamento delle banche islamiche differisce in modo sostanziale poiché queste, invece di prestare il denaro, acquistano direttamente la casa, concedendola in affitto al cliente, con rate mensili che, quando esaurite, consentiranno all’affittuario di divenire proprietario.

Si tratta dunque di meccanismi bancari compatibili con una morale diffusa, per la verità non solo nell’area Islam, che prevedono rischi sensibilmente inferiori e, conseguentemente minor crescita d’insieme. E’ provato scientificamente che più le economie sono ‘legate’, talvolta anche per via di regole moralmente sacrosante, minore sarà la loro crescita; questo ovviamente ci riporta all’antico e annoso dibattito su liberismo selvaggio e ruolo degli stati, da cui meglio rifuggire.

Il fenomeno è dunque interessante. Oltre che in Arabia Saudita – l’UAB, Unione della banche Arabe, è la maggiore organizzazione degli istituti di credito di diritto islamico – il fenomeno è particolarmente importante in Indonesia, il paese che comprende la popolazione islamica più vasta al mondo.

Non ci può essere efficace cooperazione“, ha avvertito Draghi, “senza un’adeguata conoscenza degli elementi chiave delle differenti componenti del sistema finanziario e delle loro interazioni… La finanza islamica vanta oggi attivita’ per 800 miliardi di dollari, con oltre 600 istituzioni operanti in circa 50 Paesi”. Un fenomeno in “rapida espansione”, ha concluso il governatore, con tassi di crescita annua “tra il 10 e il 15%”.

Ecco svelato, dunque il perché dell’interesse da parte di Banca D’Italia, la quale non è certo la prima ad occuparsi della questione. In Gran Bretagna sono già attive cinque banche islamiche, in Germania ci sono degli istituti che emettono le famose obbligazioni sukuk e la Banca centrale francese sta studiando come integrare i due sistemi. Per non parlare dei circa venti istituti aperti negli Stati Uniti.

Uno degli obiettivi dichiarati dai paesi occidentali è quello di far partecipare Arabia Saudita ed Indonesia al Financial Stability Board, passo necessario per perseguire l’obiettivo di un sistema finanziario globale integrato, stabile e solido. L’obiettivo non dichiarato è quello di accaparrarsi il più possibile dei circa “mille miliardi di dollari”, valore attuale stimato del business in questione, con prospettive di crescita impressionanti. Vedremo dunque i banchieri più potenti del mondo inginocchiarsi nella più vicina moschea? In senso metaforico, molti di loro sono già in pellegrinaggio a La Mecca.

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