“La montagna ha partorito il topolino” queste le parole pronunciate da mons. Celestino Migliore, delegato vaticano all’Onu. E questa forse è la dichiarazione che meglio rappresenta la conclusione del summit di Copenhagen. 115 capi di Stato e di Governo incapaci di abbandonare gli egoismi e di agire insieme. Incapaci di vedere il futuro. Incapaci di essere davvero globali.
Un’intesa minima senza vincoli che prevede il limite di due gradi all’innalzamento della temperatura, ma senza cifre e senza impegni in materia di riduzione delle emissioni di gas serra. Scompare del tutto l’obbligo della riduzione del 50% delle emissioni al 2050. Per ora solo la promessa a mettere per iscritto, entro il 1 febbraio 2010, gli impegni di riduzione di CO2 per il periodo 2015-2020 e un fondo da 30 miliardi di dollari per il prossimo triennio e da 100 miliardi di dollari entro il 2020. Appuntamento a giugno a Bonn, poi a dicembre a Città del Messico. E poi si vedrà.
La crisi climatica intanto accelera e quello che lascia Copenhagen è delusione e consapevolezza che la lotta ai cambiamenti climatici richiede un modello politico radicalmente diverso. Ad essere delusi sono in tanti. Barroso per primo non ha nascosto il suo disappunto per “la natura non vincolante” e amaramente ha dichiarato “un cattivo accordo è meglio di nessun accordo”.
L’unico plauso in materia ambientale va infatti all’Unione Europea, che su questa materia ha dimostrato di essere l’organizzazione politica che riesce meglio a esprimere la compattezza e le posizioni più avanzate.
Delusi alcuni paesi in via di sviluppo come Venezuela, Sudan, e il piccolo arcipelago Tuvalu. Il capo negoziatore di Tuvalu, Ian Fry, quello che con le lacrime agli occhi aspettava Obama, ha dichiarato: “Usando un’espressione bibblica, è come se ci fossero stati offerti trenta denari per vendere il nostro futuro. Il nostro futuro non è in vendita”.
Barack Obama, il grande atteso, era arrivato motivato dicendo che era “tempo di agire”, ma anche che l’America non avrebbe sottoscritto un accordo ambientale senza la Cina, perché sarebbe stato inutile. L’atteso salvatore se ne è andato dalla capitale danese affermando che si tratta di un “accordo importante, ma insufficiente”. Il Presidente USA aspetta Città del Messico, sarà lì che si firmerà l’accordo internazionale legalmente vincolante. Sarà lì, ma per ora non c’è il minimo impegno.
Delusione nelle associazioni ambientaliste, nei movimenti che hanno partecipato al contro-vertice Klima Forum che hanno parlato di No-hope-naghen, di Brokenhagen, di Copenhagen Cop Out.Tutti d’accordo sulla necessità di agire, ma incapaci di farlo. Incapaci di prendersi responsabilità.
Delusione e fallimento tra i tanti cittadini, perché la mobilitazione della società civile in vista di Copenhagen è stata forte. Sono tanti nel mondo a essere preoccupati per le conseguenze del riscaldamento del pianeta e per ora in tanti si sono resi conti di essere soli. Soli, con le loro scelte quotidiane e con il loro impegno, ma non per questo incapaci di fare.










One Response to “Copenhagen: la montagna che partori’ il topolino”
E arriverà il giorno in cui si dirà: “Come abbiamo potuto essere così ciechi e irresponsabili”