Master Affari Politicin
Master Affari Politicin
05 dic
Essere italiani in India: Gianluca Fontana
Sono un ex-studente dell’Università Bocconi, dove ho frequentato il corso di laurea triennale in International Economics and Management e quello magistrale in Marketing Management. Da pochi mesi lavoro presso McKinsey & Company.
Nel corso della mia carriera universitaria ho avuto modo di sperimentare l’atmosfera dell’università USA con uno scambio presso la University of North Carolina at Chapel Hill. Durante gli studi specialistici ho invece deciso di recarmi in India, all’Indian Institute of Management – Ahmedabad
In positivo e in negativo l’India si è dimostrata molto lontana dalle mie aspettative.
Fin dai primi istanti, a Delhi, sono stati il caos, la povertà e la sporcizia a colpirmi.
A Delhi, e ancor di più nel resto del paese (perlomeno nei luoghi che ho visitato), si è immersi nella reale situazione dell’India, così diversa dalle generalizzazioni, in positivo e in negativo, che troviamo su libri e giornali. Tutto mi è apparso come coperto da una polverosa Indianità, anche ciò che sembra familiare, le catene di fast-food, i centri commerciali.
Molto spesso da fuori notiamo solo le realtà che squarciano questo strato di polvere, non vedendo quindi l’India vera, ma i caratteri che più ci assomigliano o che sono più facili da rappresentare. In realtà non si trovano spesso i proverbiali contrasti tra grattacieli e baraccopoli, che sono tipici di Mumbai e che implicano l’esistenza di isole di Occidente in cui superare il culture shock iniziale.
Allo stesso modo, Bangalore e i centri dell’high-tech sono solo una briciola della realtà, eppure sembra quasi che per molti l’India debba diventare una sterminata landa di fornitori di servizi in outsourcing alle dipendenze dei giganti dell’economia mondiale. Questa visione è assolutamente distorta e riduttiva. La sfida per il futuro non sta nell’essere la più veloce in termini di crescita del PIL, ma di migliorare la propria situazione in maniera organica, tentando di non lasciare indietro settori troppo ampi della popolazione. Le aziende hanno a disposizione un mercato interno formidabile, con un potenziale forse ancora maggiore di quello cinese. Per vincere la partita non esiste però una strada certa da seguire, nessuno ha mai dovuto affrontare un compito così arduo. Tentare di descrivere (o di “misurare”) l’India di oggi e del futuro inquadrandola in uno dei nostri modelli è semplicemente sbagliato.
Purtroppo, ho potuto notare come la percezione occidentale del presente e del futuro dell’India sia spesso distante dalla realtà delle cose. Per citare un caso esemplificativo delle opinioni parziali che ci formiamo guardando l’India dall’esterno attingo alla mia esperienza universitaria, analizzando in particolare la reputazione di due delle più importanti business school indiane, IIM-Ahmedabad e Indian Business School – Hyderabad.
L’IIM-A, da decenni, molto prima della recente infatuazione dell’Occidente con le potenzialità di business in India e Cina, sforna la classe dirigente dell’economia indiana, è la business school più selettiva del mondo e di gran lunga la più rispettata ed ammirata dagli indiani. Ricordo gli occhi sgranati di una ragazza indiana che vive tra le nostre eccellenze (laureata a Cambridge, lavora in McKinsey a Londra) nell’apprendere che avevo studiato all’IIM-A e la storia di una conoscente indiana che, respinta ad Ahmedabad, trovò facilmente posto in un’università dell’Ivy League negli Stati Uniti. Il campus si trova nel Gujarat, uno degli stati più ricchi (grazie alla lavorazione dei diamanti più che alla tecnologia), ma anche più tormentati dalle lotte tra estremismi religiosi.
La ISB-Hyderabad è invece quella che il Financial Times colloca al quindicesimo posto al mondo (l’IIM-A non è presente in classifica, e non è nemmeno considerato un MBA secondo gli standard), punta di diamante del distretto meridionale della tecnologia e dei servizi, incardinato su Bangalore e, appunto, Hyderabad. Per quanto sia una scuola assolutamente eccellente, è curioso come all’estero sia l’unica degna di nota, mentre all’interno dell’India non sia nemmeno considerata la migliore.
Ritengo che questo tipo di differenza tra la visione di noi occidentali e quella degli indiani sia l’esempio di una discrepanza più ampia tra la realtà dell’India e ciò che noi percepiamo. Non è a mio avviso un segnale positivo il fatto che per guadagnarsi l’attenzione del mondo l’India debba seguire pedissequamente i nostri modelli.
In campo universitario il rischio potrebbe essere che le migliori scuole indiane tentino di adeguarsi ai parametri delle nostre “classifiche”, per attirare sempre più studenti, docenti e apprezzamenti stranieri, ma che facendolo perdano le proprie peculiarità a livello di rigore quantitativo, di senso di appartenenza, di guida per il sistema indiano.
L’approccio di scuole come l’IIM-A, mutuato inizialmente dagli USA, ma riadattato e indianizzato, è diverso da ciò a cui siamo abituati, ma è molto valido. Evolversi, incorporando alcuni elementi nuovi (afflusso di studenti stranieri, attenzione all’imprenditorialità), è utile e già si sta facendo. Snaturarsi per apparire nei rankings significherebbe scimmiottare un modello che non ha certo dimostrato di essere infallibile.
Nella vita quotidiana ho potuto vedere negli indiani, anche in mezzo alla miseria, ottimismo, gioia e speranza. Tutto ciò non viene trasmesso solo a parole, a gesti o a sorrisi, ma si può quasi respirare, nella stessa maniera in cui si può respirare in Italia un’aria pesante, cupa e disillusa. Tale atmosfera non è certo esclusiva dell’India, l’ho sperimentata in Marocco con ancora più forza, perché non vi erano gli stessi picchi di povertà e degrado, anche se in India tutto è su scala molto maggiore.
Il trattamento riservato ai giovani nel mondo del business è stato un altro degli aspetti positivi della mia esperienza. Mi sono reso conto che, ancor più che negli Stati Uniti, si può essere apprezzati per le proprie capacità, senza che l’età diventi un handicap. Nonostante il caos, l’immobilismo e la burocrazia, un giovane con del potenziale ha l’opportunità di veder riconosciuto il proprio valore, da subito. Pensare di tornare in Italia e rimettersi in coda dietro a persone di minor talento per attendere il “proprio turno” è stato indubbiamente scoraggiante. Perché un giovane indiano “eccellente” dovrebbe spostarsi da una situazione così ricca di opportunità ad una stagnante come quella italiana, se non, in alcuni casi, per sfuggire alla miseria? Non riesco a trovare molte ragioni, a parte la possibilità di catapultarsi subito nel mondo occidentale (per chi lo desidera) e il fascino che il nostro paese esercita ovunque nel mondo. Il panorama è abbastanza desolante.
Ho potuto poi rilevare la presenza di un’affinità personale tra indiani ed italiani difficile da descrivere e da raccontare e di una somiglianza, pur su scala diversa, tra le sfide dello sviluppo italiano in passato e quelle dello sviluppo indiano oggi. Ricordo, a un’importante conferenza organizzata all’IIM-A, un manager indiano, particolarmente provocatorio, citare il caso italiano per dimostrare che è possibile di prosperare nonostante un gigantesco mercato nero.
Assieme alle urla “Italia! Sonia Gandhi!” di giovani e vecchi sorridenti sulle strade in ogni angolo dell’India, è stato l’unico riferimento (quasi) lusinghiero all’Italia che ho sentito. Non è particolarmente incoraggiante. Per il resto, come in molti altri contesti e luoghi, possiamo cercare piccoli segnali positivi da amplificare oltremisura (la popolarità della nostra moda, ad esempio), ma dovremmo forse renderci conto della nostra incipiente irrilevanza.
Credo che individui italiani possano da subito costruire rapporti e carriere solidi in India, apportando grande valore. Non sono sicuro che il sistema Italia abbia la forza e la distintività per creare un legame speciale. Sarebbe importante, nel mondo del business, fornire sostegno ad attività davvero imprenditoriali, capaci di cogliere appieno il potenziale del rapporto tra Italia e India e non interessate soltanto ai costi ridotti della manodopera.
Per riuscire, il primo passo è capirsi vicendevolmente, andando oltre la superficie. Mi auguro che questo paper e le nostre testimonianze possano contribuire.

indiaContinua il nostro speciale dedicato all’India contemporanea, attraverso le testimonianze di alcuni giovani talenti italiani che hanno trascorso soggiorni di studio o di lavoro nella nazione asiatica. Oggi ci racconta la sua esperienza Gianluca Fontana, giovane consulente presso Mc Kinsey&Company, che si sofferma in particolare sul mondo delle top-universities indiane. Un’altro approfondimento da non perdere. Buona lettura.

G. F. – Sono un ex-studente dell’Università Bocconi, dove ho frequentato il corso di laurea triennale in International Economics and Management e quello magistrale in Marketing Management. Da pochi mesi lavoro presso McKinsey & Company. Nel corso della mia carriera universitaria ho avuto modo di sperimentare l’atmosfera dell’università USA con uno scambio presso la University of North Carolina at Chapel Hill. Durante gli studi specialistici ho invece deciso di recarmi in India, all’Indian Institute of Management – Ahmedabad

In positivo e in negativo l’India si è dimostrata molto lontana dalle mie aspettative. Fin dai primi istanti, a Delhi, sono stati il caos, la povertà e la sporcizia a colpirmi. A Delhi, e ancor di più nel resto del paese (perlomeno nei luoghi che ho visitato), si è immersi nella reale situazione dell’India, così diversa dalle generalizzazioni, in positivo e in negativo, che troviamo su libri e giornali. Tutto mi è apparso come coperto da una polverosa “Indianità”, anche ciò che sembra familiare, le catene di fast-food, i centri commerciali.

Molto spesso da fuori notiamo solo le realtà che squarciano questo strato di polvere, non vedendo quindi l’India vera, ma i caratteri che più ci assomigliano o che sono più facili da rappresentare. In realtà non si trovano spesso i proverbiali contrasti tra grattacieli e baraccopoli, che sono tipici di Mumbai e che implicano l’esistenza di isole di Occidente in cui superare il culture shock iniziale.

Allo stesso modo, Bangalore e i centri dell’high-tech sono solo una briciola della realtà, eppure sembra quasi che per molti l’India debba diventare una sterminata landa di fornitori di servizi in outsourcing alle dipendenze dei giganti dell’economia mondiale. Questa visione è assolutamente distorta e riduttiva. La sfida per il futuro non sta nell’essere la più veloce in termini di crescita del PIL, ma di migliorare la propria situazione in maniera organica, tentando di non lasciare indietro settori troppo ampi della popolazione. Le aziende hanno a disposizione un mercato interno formidabile, con un potenziale forse ancora maggiore di quello cinese. Per vincere la partita non esiste però una strada certa da seguire, nessuno ha mai dovuto affrontare un compito così arduo. Tentare di descrivere (o di “misurare”) l’India di oggi e del futuro inquadrandola in uno dei nostri modelli è semplicemente sbagliato.

Purtroppo, ho potuto notare come la percezione occidentale del presente e del futuro dell’India sia spesso distante dalla realtà delle cose. Per citare un caso esemplificativo delle opinioni parziali che ci formiamo guardando l’India dall’esterno attingo alla mia esperienza universitaria, analizzando in particolare la reputazione di due delle più importanti business school indiane, IIM-Ahmedabad e Indian Business School – Hyderabad.

L’IIM-A, da decenni, molto prima della recente infatuazione dell’Occidente con le potenzialità di business in India e Cina, sforna la classe dirigente dell’economia indiana, è la business school più selettiva del mondo e di gran lunga la più rispettata ed ammirata dagli indiani. Ricordo gli occhi sgranati di una ragazza indiana che vive tra le nostre eccellenze (laureata a Cambridge, lavora in McKinsey a Londra) nell’apprendere che avevo studiato all’IIM-A e la storia di una conoscente indiana che, respinta ad Ahmedabad, trovò facilmente posto in un’università dell’Ivy League negli Stati Uniti. Il campus si trova nel Gujarat, uno degli stati più ricchi (grazie alla lavorazione dei diamanti più che alla tecnologia), ma anche più tormentati dalle lotte tra estremismi religiosi.

La ISB-Hyderabad è invece quella che il Financial Times colloca al quindicesimo posto al mondo (l’IIM-A non è presente in classifica, e non è nemmeno considerato un MBA secondo gli standard), punta di diamante del distretto meridionale della tecnologia e dei servizi, incardinato su Bangalore e, appunto, Hyderabad. Per quanto sia una scuola assolutamente eccellente, è curioso come all’estero sia l’unica degna di nota, mentre all’interno dell’India non sia nemmeno considerata la migliore.

Ritengo che questo tipo di differenza tra la visione di noi occidentali e quella degli indiani sia l’esempio di una discrepanza più ampia tra la realtà dell’India e ciò che noi percepiamo. Non è a mio avviso un segnale positivo il fatto che per guadagnarsi l’attenzione del mondo l’India debba seguire pedissequamente i nostri modelli.

In campo universitario il rischio potrebbe essere che le migliori scuole indiane tentino di adeguarsi ai parametri delle nostre “classifiche”, per attirare sempre più studenti, docenti e apprezzamenti stranieri, ma che facendolo perdano le proprie peculiarità a livello di rigore quantitativo, di senso di appartenenza, di guida per il sistema indiano.

L’approccio di scuole come l’IIM-A, mutuato inizialmente dagli USA, ma riadattato e indianizzato, è diverso da ciò a cui siamo abituati, ma è molto valido. Evolversi, incorporando alcuni elementi nuovi (afflusso di studenti stranieri, attenzione all’imprenditorialità), è utile e già si sta facendo. Snaturarsi per apparire nei rankings significherebbe scimmiottare un modello che non ha certo dimostrato di essere infallibile.

Nella vita quotidiana ho potuto vedere negli indiani, anche in mezzo alla miseria, ottimismo, gioia e speranza. Tutto ciò non viene trasmesso solo a parole, a gesti o a sorrisi, ma si può quasi respirare, nella stessa maniera in cui si può respirare in Italia un’aria pesante, cupa e disillusa. Tale atmosfera non è certo esclusiva dell’India, l’ho sperimentata in Marocco con ancora più forza, perché non vi erano gli stessi picchi di povertà e degrado, anche se in India tutto è su scala molto maggiore.

Il trattamento riservato ai giovani nel mondo del business è stato un altro degli aspetti positivi della mia esperienza. Mi sono reso conto che, ancor più che negli Stati Uniti, si può essere apprezzati per le proprie capacità, senza che l’età diventi un handicap. Nonostante il caos, l’immobilismo e la burocrazia, un giovane con del potenziale ha l’opportunità di veder riconosciuto il proprio valore, da subito. Pensare di tornare in Italia e rimettersi in coda dietro a persone di minor talento per attendere il “proprio turno” è stato indubbiamente scoraggiante. Perché un giovane indiano “eccellente” dovrebbe spostarsi da una situazione così ricca di opportunità ad una stagnante come quella italiana, se non, in alcuni casi, per sfuggire alla miseria? Non riesco a trovare molte ragioni, a parte la possibilità di catapultarsi subito nel mondo occidentale (per chi lo desidera) e il fascino che il nostro paese esercita ovunque nel mondo. Il panorama è abbastanza desolante.

Ho potuto poi rilevare la presenza di un’affinità personale tra indiani ed italiani difficile da descrivere e da raccontare e di una somiglianza, pur su scala diversa, tra le sfide dello sviluppo italiano in passato e quelle dello sviluppo indiano oggi. Ricordo, a un’importante conferenza organizzata all’IIM-A, un manager indiano, particolarmente provocatorio, citare il caso italiano per dimostrare che è possibile prosperare nonostante un gigantesco mercato nero.

Assieme alle urla “Italia! Sonia Gandhi!” di giovani e vecchi sorridenti sulle strade in ogni angolo dell’India, è stato l’unico riferimento (quasi) lusinghiero all’Italia che ho sentito. Non è particolarmente incoraggiante. Per il resto, come in molti altri contesti e luoghi, possiamo cercare piccoli segnali positivi da amplificare oltremisura (la popolarità della nostra moda, ad esempio), ma dovremmo forse renderci conto della nostra incipiente irrilevanza.

Credo che individui italiani possano da subito costruire rapporti e carriere solidi in India, apportando grande valore. Non sono sicuro che il sistema Italia abbia la forza e la distintività per creare un legame speciale. Sarebbe importante, nel mondo del business, fornire sostegno ad attività davvero imprenditoriali, capaci di cogliere appieno il potenziale del rapporto tra Italia e India e non interessate soltanto ai costi ridotti della manodopera.

Per riuscire, il primo passo è capirsi vicendevolmente, andando oltre la superficie. Mi auguro che le nostre testimonianze, nel loro piccolo, possano contribuire a questo scopo.

Condividi:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • TwitThis
  • email
  • FriendFeed
  • RSS
  • LinkedIn
  • PDF
Altri articoli scritti da Lo Spazio della Politica
Articoli correlati