bhagwatiIl capitalismo dopo la crisi?  Secondo Jagdish Bhagwati dovrà essere connotato dalla responsabilità sociale, di tutti. Ricchi e poveri.
L’economista indiano, docente del Dipartimento di Economia e Diritto alla Columbia University e recente ospite in Italia, è convinto che la crisi sia stata soprattutto frutto di un ottimismo eccessivo per il mercato finanziario.

Le cause sono state molteplici: il connubio Tesoro-Wall Street, il troppo debito accumulato dagli Stati Uniti, un’errata ideologia che proponeva la convinzione che il mercato potesse rimediare da solo ai propri errori, una liberalizzazione esasperata del settore finanziario senza controllo e l’assenza di una reale comprensione degli strumenti finanziari da parte sia di chi li utilizzava sia di chi li avrebbe dovuti controllare. La convinzione che la prosperità potesse continuare all’infinito si è rivelata erronea, ma per Bhagwati non per questo si può dire che il capitalismo sia morto. “È ferito ma vivrà a lungo. A patto che si riparino presto i danni causati dagli eccessi e dall’avidità”.

Certo, sostiene Bhagwati, sarà necessario chiudere le porte girevoli tra Wall Street e il Tesoro Usa, “porte attraverso le quali banchieri vanno avanti e indietro, con il loro bagaglio di influenza e di lobby”. L’economista sostiene invece che occorra tenere aperte le porte della globalizzazione e delle interconnessioni tra le economie.

Sostenitore del libero scambio e di un modello bilanciato del commercio e delle politiche sociale,  Bhagwati è l’ autore di “In defense of globalization”, in cui sostiene che la globalizzazione ha un volto umano. Il processo iniziato nei primi anni Novanta con il crollo del Muro di Berlino e il venir meno dell’economia centralizzata in Cina, India e altri Paesi può essere in grado di aiutare i paesi più poveri a innalzare il loro livello di vita.

La globalizzazione è stata capace di mettere a disposizione dei lavoratori di tutto il mondo beni e servizi a prezzo ridotto, facendo leva sul basso costo del lavoro nelle economie emergenti. Questo ha permesso alle imprese di trarre vantaggio ma ha causato la discesa dei salari e stipendi nei Paesi occidentali dove i lavoratori si trovano a competere con i nuovi arrivati.

Una caratteristica del periodo che ha preceduto la crisi, specie in America, è stata proprio l’accrescersi della disuguaglianza dei redditi. Da un lato c’è stata la pressione al ribasso sui redditi da lavoro, mentre dall’altro si registrava un aumento dei profitti che premiava la parte più ricca della popolazione

Per il futuro Bhagwati propone uno stop alla finanza creativa per salvare il sistema e i redditi dei lavoratori. E soprattutto sostiene la necessità di un organismo indipendente di esperti – tra le riforme proposte anche da Obama- che possa veramente capire quale sia la situazione e valutare correttamente il rischio. “Keynes diceva che l’inevitabile non succede mai, è sempre ciò che non ti aspetti che poi si verifica. E questa è la natura del futuro”.

Ci deve essere una responsabilità sociale sia per le imprese sia per il singolo individuo, bisogna fare le cose con più attenzione”. Perché un capitalismo più attento è possibile e forse, come suggerisce Bhagwati, l’America deve avvicinarsi al modello europeo e offrire di più a coloro che sono alla base della piramide sociale

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