D’accordo o no con il contenuto, la lettera di Pierluigi Celli pubblicata lunedì scorso da Repubblica ha fatto rumore. Non tanto quanto le parole in libertà di Fini, che ieri hanno egemonizzato l’attenzione mediatica, ma comunque quanto basta per scatenare i commenti di ministri, politici, opinionisti e gente comune.
La lettera di Celli ha colpito anche noi de Lo Spazio della Politica. D’altra parte non potevamo non sentirci chiamati in causa. Perchè siamo giovani. Perchè alcuni di noi hanno studiato all’estero ed all’estero ci vivono, ed è questo il motivo per cui oggi abbiamo deciso di affidare a loro la nostra risposta. Perchè l’Italia ci interessa, è al centro delle nostre ricerche, delle nostre provocazioni, del nostro studio, della nostra passione pubblica.
La lettera di Celli da un certo punto di vista è una cosa piuttosto prevedibile, una variante di un disco che si sente da tanto in giro. La conseguenza della crisi finanziaria dell’ultimo anno è che i “vecchi” ti dicono esattamente dove andare, cioè Brasile, India o Cina. Provare per credere: leggete questa intervista a Guidalberto Guidi apparsa su Repubblica Affari e Finanza due lunedì fa.
Per quanto sia fastidioso il paternalismo di chi dispensa consigli al riparo di posizioni di potere ben consolidate, si chiamino Celli o Guidi o chicchessia, la sostanza dei problemi sollevati rimane. E’ su questo che bisogna riflettere. Intanto perchè il lamento incazzato o gli inviti general-generici “a farsi da parte” sono strategie perdenti, anche se sulla rete le risposte maggioritarie all’ormai celeberrima lettera sembrano essere su questo tono. Poi perchè Celli ha ribadito una verità sostenuta da dati empirici solidissimi, ovvero che in molti paesi stranieri le cose vanno meglio per la popolazione dotata di alti livelli di istruzione. Così come il fatto che l’Italia vive una tragica carenza di meritocrazia e che questa cosa ci sta fottendo. Però la lettera dell’ a.d. della Luiss è parte anch’essa del problema, non della soluzione.
La soluzione non verrà dalle attuali classi dirigenti, piuttosto disinteressate ai problemi dei giovani italiani (e qui invece va reso merito a Celli di essere una voce fuori dal coro). Anche se non è detto che venga da noi. Qui il campo è aperto. E’ una sfida. Si può vincere ma si può anche perdere. Ci sono però alcune azioni minime che valgono anche da subito. Ad esempio chiarire a gran voce che l’alternativa non è tra fuggire o restare, con il rischio di creare un gioco a somma zero dove chi parte è uno sconfitto e chi resta un eroe, oppure al contrario dove chi sceglie di partire è un coraggioso e chi resta un pavido. “The world isn’t flat, is networked” scrive il nostro amico David Grewal, e magari Giorgia Meloni farebbe bene a leggere il suo libro. Partiamo da qui, dal fatto che i giovani italiani devono essere connessi e globali, tutti. Che magari possono e devono espatriare per trovare fuori dall’Italia delle armi da importare, per tornare potenziati e meglio preparati a migliorare il nostro paese. Che magari non devono tornare, ma restare in contatto con chi rimane in Italia, perchè il confronto di esperienze arricchisce, sempre. Che devono occuparsi seriamente del tema lavoro e dei suoi problemi, facendone il centro di proposte e soluzioni. Che devono stringere un’alleanza con i “nuovi italiani”, ovvero coloro che hanno fatto un percorso inverso e hanno voglia di considerare l’Italia una terra di opportunità, quanto e forse più dei “vecchi” italiani. Che devono prendere esempio dall’impegno, dall’abnegazione e dalla voglia di emergere dei coetanei cinesi o indiani. Perchè senza questi passi minimi non si costruisce una narrazione collettiva, ma solo tanti lamenti o tante impotenze individuali. E’ questa la vera sfida della nostra generazione. Cambiare l’Italia in meglio è un dovere. Noi vogliamo fare la nostra parte.
* articolo pubblicato anche su Dillinger.it









