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15 dic
News from Copenhagen
Mancano ormai pochi giorni alla chiusura del summit di Copenhagen e, malgrado l’ottimismo del segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon, sono ancora molti gli ostacoli da superare per raggiungere un “accordo solido”.
Proposte, trattative, offerte e controfferte, ma ancora nessun punto di incontro sostanziale.
Paesi sviluppati e in via di sviluppo, ricchi contro poveri, perché Copenhagen e la lotta ai cambiamenti climatici sono soprattutto questo.
Si attendono i capi di governo e di Stato, si attende un cambiamento di rotta, si attende il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
Ad attenderlo in lacrime dopo un accorato appello è Ian  Fry, delegato del piccolo arcipelago Tuvalu, a rischio scomparsa a causa dell’innalzamento del livello del mare.
Ad attenderlo ci sono gli attivisti di Greenpeace che dal we can vorrebbero che il premio Nobel passasse al we must.
Ad attenderlo c’è la Cina che non transige sul fatto che gli Stati Uniti si siano limitati ad un taglio delle emissioni entro il 2020 pari solo al 17% rispetto al 2005.
Il Presidente da parte sua arriverà nella capitale danese con il suo Climate Change Bill ancora bloccato in Senato, ma con la speranza che in primavera possa diventare legge e che quindi i piani USA in fatto di ambiente possano essere più ambiziosi.
Certo è che nemmeno gli Stati Uniti sono disposti a cedere se la Cina non prevedrà maggiori impegni.
Cina e Usa la battaglia tra i grandi energivori.
I delegati di Pechino sono stati chiari: riduzione del 50% dei gas inquinanti entro il 2050 a patto che i paesi ricchi taglino le emissioni tra il 30-40% entro il 2020.
E poi ci sono i piccoli arcipelagi, gli Stati africani che combattono con la siccità, i G-77, ossia gli Stati in via di sviluppo, che hanno bisogno di far crescere l’economia e di ridurre il divario sociale.
C’è l’Europa che da sempre si fa portavoce, ma che sa di non potercela fare da sola, e che al suo interno presenta posizioni diverse, tra chi vorrebbe mantenere la decisione del taglio del 20% e chi si spinge al 30%.
Contrasti e negoziati che non vertono solo sul taglio delle emissioni, ma anche sui finanziamenti per i paesi poveri.
I paesi industrializzati offrono 10 miliardi di dollari entro il 2010, ma la reazione dei paesi in via di sviluppo è negativa. La cifra non rappresenterebbe un impegno valido e il delegato sudanese Di-Aping chiede piuttosto come mai non vengano erogati gli stessi aiuti forniti per salvare le istituzioni finanziarie.
Per ora il risultato a cui si arriverà il 18 dicembre è quanto mai incerto.
Unione Europea, Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone, Russia e Nuova Zelanda confidano nella sottoscrizione di un trattato unico e globale, un vero post Kyoto. I paesi G-77 vorrebbero invece che i paesi industrializzati si assumessero integralmente l’onere delle limitazioni, in quanto responsabili delle emissioni e dei cambiamenti climatici.
Ad attendere un vero accordo ci siamo tutti noi. Ci aspettiamo un vero cambiamento perché oramai siamo consapevoli della sua necessità. Una nuova rotta segnata da riduzione delle emissioni, da un commercio internazionale e un’agricoltura più sostenibili, da una produzione decentralizzata da energie rinnovabili, da un cambiamento di stili di vita. Da un futuro possibile.
Floriana Bulfon

COP15Mancano ormai pochi giorni alla chiusura del summit di Copenhagen e, malgrado l’ottimismo del segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon, sono ancora molti gli ostacoli da superare per raggiungere un “accordo solido”. Proposte, trattative, offerte e controfferte, ma ancora nessun punto di incontro sostanziale. Paesi sviluppati e in via di sviluppo, ricchi contro poveri, perché Copenhagen e la lotta ai cambiamenti climatici sono soprattutto questo.

Si attendono i capi di governo e di Stato, si attende un cambiamento di rotta, si attende il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Ad attenderlo in lacrime dopo un accorato appello è Ian  Fry, delegato del piccolo arcipelago Tuvalu, a rischio scomparsa a causa dell’innalzamento del livello del mare.Ad attenderlo ci sono gli attivisti di Greenpeace che dal “we can” vorrebbero che il premio Nobel passasse al “we must”.

Ad attenderlo c’è la Cina, che non transige sul fatto che gli Stati Uniti si siano limitati ad un taglio delle emissioni entro il 2020 pari solo al 17% rispetto al 2005. Il Presidente da parte sua arriverà nella capitale danese con il suo Climate Change Bill ancora bloccato in Senato, ma con la speranza che in primavera possa diventare legge e che quindi i piani USA in fatto di ambiente possano essere più ambiziosi. Certo è che nemmeno gli Stati Uniti sono disposti a cedere se la Cina non prevedrà maggiori impegni.

Cina e Usa la battaglia tra i grandi energivori.

I delegati di Pechino sono stati chiari: riduzione del 50% dei gas inquinanti entro il 2050 a patto che i paesi ricchi taglino le emissioni tra il 30-40% entro il 2020.

E poi ci sono i piccoli arcipelagi, gli Stati africani che combattono con la siccità, i G-77, ossia gli Stati in via di sviluppo, che hanno bisogno di far crescere l’economia e di ridurre il divario sociale.

C’è l’Europa che da sempre si fa portavoce, ma che sa di non potercela fare da sola, e che al suo interno presenta posizioni diverse, tra chi vorrebbe mantenere la decisione del taglio del 20% e chi si spinge al 30%.

Contrasti e negoziati che non vertono solo sul taglio delle emissioni, ma anche sui finanziamenti per i paesi poveri.

I paesi industrializzati offrono 10 miliardi di dollari entro il 2010, ma la reazione dei paesi in via di sviluppo è negativa. La cifra non rappresenterebbe un impegno valido e il delegato sudanese Di-Aping chiede piuttosto come mai non vengano erogati gli stessi aiuti forniti per salvare le istituzioni finanziarie.

Per ora il risultato a cui si arriverà il 18 dicembre è quanto mai incerto.

Unione Europea, Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone, Russia e Nuova Zelanda confidano nella sottoscrizione di un trattato unico e globale, un vero post Kyoto. I paesi G-77 vorrebbero invece che i paesi industrializzati si assumessero integralmente l’onere delle limitazioni, in quanto responsabili delle emissioni e dei cambiamenti climatici.

Ad attendere un vero accordo ci siamo tutti noi. Ci aspettiamo un vero cambiamento perché oramai siamo consapevoli della sua necessità. Una nuova rotta segnata da riduzione delle emissioni, da un commercio internazionale e un’agricoltura più sostenibili, da una produzione decentralizzata da energie rinnovabili, da un cambiamento di stili di vita. Da un futuro possibile.

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