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16 dic
Reinhold Niebuhr Nobel per la Pace
di Alessandro Aresu       sezione: Limesonline

ironyamericanhistoryDue anni fa, Walter Russell Mead scriveva: “Le probabilità che si sviluppi una politica estera di stampo niebuhriano appaiono molto scarse”. Sul Corriere della Sera di mercoledì 9 dicembre, Fareed Zakariaha scritto: “Si dice che Obama sia un ammiratore del grande teologo Reinhold Niebuhr. La politica di Obama – portare nel mondo una visione positiva, ma facendo attenzione a non andar troppo oltre – è la messa in pratica del pensiero di Niebuhr”.

Insomma, change has come to America. Almeno per quanto riguarda Niebuhr, che un George Kennan apocrifo definì “il padre di tutti i noi”, riferendosi a “noi realisti”, e cioè a quegli architetti e ispiratori della politica statunitense della guerra fredda poi finiti in un calderone kissingeriano o pensionati anzitempo da teorie accademiche più sofisticate. Nel 2006, John Hulsman e Anatol Lieven hanno reclamato con forza l’eredità di questi pensatori (Niebuhr, Kennan, Morgenthau), nel loro “Ethical Realism”. Dopo tre anni, si scopre che, per farla breve, Hulsman e Lieven avevano ragione. Le nomine di Obama non aderiscono al realismo etico, ma alcune sue decisioni e alcuni suoi discorsi sì, costituendo un filo rosso di quell’atmosfera internazionale che gli ha fruttato il Nobel.

Nel discorso di accettazione , Obama non ha citato Niebuhr, e naturalmente ha citato Martin Luther King, ma alcuni passaggi sembrano decisamente niebuhriani. Egli stesso si trovava a Oslo immerso in un’ironia niebuhriana: si può dare il Nobel per la Pace a un presidente impegnato in guerra? Obama ha affrontato il problema, non l’ha nascosto. Ha poi riconosciuto, davanti ai seguaci di Norman Angell di ogni epoca, che Edward Carr aveva ragione settant’anni fa: la guerra non è obsoleta. La pace commerciale non è la pace perpetua. Insomma, esiste una cosa che si chiama storia, e i nostri principi e i nostri sforzi non potranno cancellare la sua esistenza, né tantomeno la presenza del male. Siamo lontani dal paradiso. Non per questo la vita è priva di significato. Proprio nel riconoscimento di questo dramma si apre la responsabilità della politica.

A parte il solito universalismo, Obama crede decisamente che l’esperimento americano sia creatore e creatura della storia allo stesso tempo, al contrario degli ufficiali e dei commentatori dell’amministrazione Bush, che pensavano e pensano che l’America sia un soldato di Dio chiamato al democratismo anche in bancarotta. Niebuhr e Obama hanno ascoltato San Paolo, a partire da epoche e storie diverse, per suonare la sveglia all’infantilismo americano: “Quand’ero un bambino, pensavo da bambino, parlavo da bambino, ragionavo da bambino. Ora che sono diventato un uomo, ho smesso di fare il bambino”.Hanno spiegato che la libertà dalla paura non basta, senza che si affronti la libertà dal bisogno. Come ha capito Anatol Lieven, il senso religioso dei limiti presente in Niebuhr può fornire anche una struttura culturale per affrontare i problemi ambientali.

In definitiva, un premio Nobel niebuhriano sa che il sogno americano non è solo un sogno, ma una responsabilità. Non crede che tale responsabilità abbia valore strategico in termini di interessi vitali in ogni partita e anfratto del globo, al contrario di Robert Kagan che forza Niebuhr in questo senso. Soprattutto, il marchio niebuhriano invita al “decent respect to the opinions of mankind” di Thomas Jefferson, come riconoscimento dell’interdipendenza tra gli uomini, oltre che del peso degli stati e delle culture che hanno opinioni diverse dalle nostre (per esempio, i cinesi). In questo senso, perfino il ministro Tremonti è un realista etico alla Obama, quando sostiene in casa dei cinesi che “Non c’è solo la competizione, c’è anche ed  è soprattutto necessaria la comprensione. Nessuno ha titolo per insegnare agli altri. All’opposto, tutti hanno il dovere di imparare dagli altri”. Allo stesso tempo, oggi è dannatamente importante guardare al nation-building di casa propria.

Non è abbastanza per cambiare il mondo? Certo che non lo è. Niebuhr stesso non basta, per affrontare le rivoluzioni tecnologiche in corso, le reti informali, il ruolo strategico alle donne e dei giovani. Come realista etico, Obama è tutt’altro che perfetto. La sua debolezza fondamentale, a parte l’incognita economica, è che perde colpi quando s’impegna in troppe partite, senza essere in grado di gestirle tutte. Quando – come sull’Afghanistan – non sembra aver trovato gli uomini adatti e la strategia per “dichiarare vittoria” e andarsene. Quando va in Cina e non sa esattamente cosa chiedere e come. L’argomento “Bush mi ha lasciato questi problemi” non vale più. Ma un discorso quasi-niebuhriano è un passo avanti. Per il resto, si può sempre pregare. Magari sostituendo direttamente “Yes We Can” con la preghiera della serenità:

God, give us grace to accept with serenity the things that cannot be changed, courage to change the things that should be changed, and the wisdom to distinguish the one from the other.

* articolo pubblicato su Limesonline

Rassegna stampa minima:

Atlantic, Newsweek, New Yorker, New York Times, Politics Daily.


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