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29 gen
Bertolaso e Travaglio: i duellanti
di Alessandro Aresu       sezione: Italian politics

Marco Travaglio ha recentemente concentrato la sua penna su Guido Bertolaso, con un articolo in cui riassume le polemiche suscitate dalle dichiarazioni del capo della Protezione Civile sui soccorsi di Haiti durante “In mezz’ora” di Lucia Annunziata. L’articolo di Travaglio è più graffiante e immaginifico delle riflessioni seguite al terremoto abruzzese, pur intitolate “Bertolaso e Mussolini“. Quasi nessuno se n’è accorto, ma gli “Anni Zero” nella politica italiana sono stati all’insegna di  Bertolaso e Travaglio. Pensateci: Bertolaso è stato battezzato dal Giubileo del 2000, Travaglio dalla partecipazione a Satyricon nel 2001. Da lì in poi, il loro peso mediatico e politico è cresciuto a dismisura, e in uno scenario di Bertolaso leader dell’Italia dopo Berlusconi (scenario confermato dall’iniziale B, che è una scienza esatta), le loro strade sono destinate a incontrarsi, con Travaglio che sparerà cannonate su B2 mentre noi staremo a parlare di Fini e Vendola, di Blair sì o Blair no.

Elogio di Travaglio. Perché mai Lo Spazio della Politica, che si dà tante arie, che linka Caijing e mette Azeem Ibrahim tra i pensatori globali, dovrebbe occuparsi di Travaglio? Non è forse “spazzatura grillina”? A quando le invettive contro Morfeo Napolitano e le geremiadi contro il PDmenoL? Le cose non sono così semplici. Storcere il naso davanti a Travaglio è un esercizio di supponenza che chi scrive di politica dovrebbe risparmiarsi. Proprio per il grande peso del giornalista torinese nella politica italiana dell’ultimo decennio, vale la pena di prenderlo sul serio. Travaglio ha costruito una leadership emozionale-idolatrica pari in Italia solo a quella di Berlusconi. Su Facebook ha più fan di qualunque politico, e batte persino Buffon e Fiorello. E’ nato nel 1964: praticamente un bambino, per il nostro complesso politico-mediatico. E’ un grande oratore. Inoltre, io ho qualche idea editoriale, sicuramente anche voi, ma la differenza tra noi (e con noi molti giornali italiani) e Travaglio è che lui può andare sul mercato e realizzare le sue idee alla grande, perché vi sono moltissimi (e)lettori pronti a seguirlo. Santoro e Travaglio non hanno bisogno dei “nostri soldi”: vanno sul mercato, fanno la loro casa editrice, il loro programma, il loro canale. Tra i tanti doni indiretti di Berlusconi all’Italia, c’è questa possibilità di realizzare delle nuove avventure editoriali, che è rilevante per il dibattito pubblico e ancor più rilevante per il consolidamento della leadership emozionale di Travaglio, che com’è noto si fonda sui FATTI.

Bertolaso e Guido Nicheli. Dicevo, è importante leggere quello che scrive Travaglio, perché muove consenso, sulla base dei fatti. Tuttavia, su questi fatti aleggia spesso un’opinione, il che per me non è un problema, perché trovo che le opinioni siano interessanti, e, per parafrasare Winston Churchill, spero di essere morto il giorno in cui le opinioni spariranno. Dicevo delle opinioni che talvolta aleggiano, confortandomi. Per esempio, nell’articolo su Bertolaso aleggia l’opinione che Bertolaso sia Guido Nicheli. Travaglio fatteggia, appunto, con le seguenti fattezze:

La performance bertolasa s’inserisce nella nobile tradizione del cumenda in vacanza all’estero, già immortalato da pellicole neorealiste quali Natale a Miami, in cui si vede il nostro connazionale che pontifica sulla spiaggia e si fa subito riconoscere per il tono vocale a diecimila decibel, per la suoneria del cellulare firmata da Toto Cutugno e per il costume anatomico col pacco imbottito di cotonina.

Qui potete ammirare Guido Nicheli, indimenticabile cumenda, in una delle sue più grandi interpretazioni, “Vacanze di Natale 83″, e commuovervi con me per un soverchiante Mario Brega, che spero ricorderete e che sicuramente verrà sdoganato da Tarantino, presto o tardi. Ora, diciamolo chiaramente: gli italiani sono un popolo di imbecilli governati da imbecilli che abita la Repubblica delle Banane, un popolo lobotomizzato e quindi destinato a manifestare per sempre la propria imbecillità globale? Io non sposo quest’ipotesi. Inoltre, alcuni fatti mi paiono contrastanti con la mera identificazione di Bertolaso con il cumenda. Bertolaso non va sottovalutato. Non è mica Veltroni: è un medico che nel 2011 può andare in Africa e nel 2013 può tornare a governare l’Italia. Il suo percorso dal Giubileo alla “Protezione Civile Spa” non è una comparsata a Cortina. La “consueta casacca azzurra della Nazionale” non va ridicolizzata (in fondo è la nostra bandiera), così come la competenza maturata nel suo ruolo, che è senz’altro riconosciuta a livello internazionale. Nell’analizzare luci ed ombre della sua figura in un inglese stentato, ho già segnalato l’intervento di Bertolaso a un importante dibattito della BBC, naturalmente in inglese. Anche questo è un fatto, passato sotto silenzio in un Paese che è abituato a usare come una clava i giudizi del giornalisti stranieri sull’Italia e che ha effettivamente subito il rimpicciolimento sulla scena internazionale sottolineato da Travaglio alla fine del suo articolo.

Bertolaso e Dambisa Moyo. Una volta riconosciuti i meriti di Bertolaso e i limiti della fattualità di Travaglio, bisogna sottolineare i demeriti del capo della Protezione Civile, e cioé l’inopportunità delle sue dichiarazioni. Il modello di governance al quale è abituato Bertolaso, sottolineato dal ruolo di “capo”, non prevede un rapporto asimmetrico e del tutto subordinato con altre istituzioni, come è quello dell’Italia con gli Stati Uniti nel giardino di casa” di Haiti. In questo contesto, bisogna avanzare con modestia e diplomazia, senza stare a ricordare il fallimento di Katrina. Bertolaso ha ignorato queste regole. Perché? Qui lasciamo la soave landa dei fatti e ci addentriamo nella valle oscura delle ipotesi. Ne sparo due: 1) Ha trovato veramente una situazione disastrosa, e si è incazzato; 2) La sua ambizione politica – a cui io credo fortemente, proprio perché ha negato di voler fare politica – lo porta ad utilizzare un linguaggio simile a quello della politica italiana. La sparata di Bertolaso contro le “celebrità dei disastri”, invece, non deve scandalizzare. Tutt’altro. Qui il capo della Protezione Civile ha fatto la Dambisa Moyo della situazione (n. 2 della classifica dei global thinkers di LSDP), l’economista africana che in Dead Aid ha attaccato la politica degli aiuti basata su Bono & compagnia. Non possiamo esaltarci per Dambisa Moyo e crocifiggere Bertolaso, perché è disonesto intellettualmente.

Bertolaso e Paolo Scaroni. Sottolineati questi limiti diplomatici, è interessante vedere il “metodo Bertolaso” in prospettiva. Per la precisione, nella prospettiva della cosiddetta “Protezione Civile Spa” (qui e qui due visioni diverse sull’argomento). La politica dovrebbe discutere di questo, visto che viviamo nell’era della compiuta trasformazione della Società Civile in Protezione Civile. Bertolaso ha realizzato questo “capolavoro”: riuscirà a fare qualche passo successivo? Riuscirà a trasformare la Protezione Civile nell’Eni, diventando un nuovo Paolo Scaroni? Riuscirà a diventare il riconosciuto leader di una Protezione Civile europea, dando un posticino all’Italia, visto che per Mario Draghi di Goldman Sachs non tira una bella aria e che D’Alema per un po’ il suo posticino ce l’ha? Chissà. Per ora, c’è la necessità di non sottovalutare il nostro Mr Wolf, ma vi sono molte incognite in termini di costi (che già riguardano l’attuale metodo della Protezione Civile) e di diplomazia. Abbiamo avuto un assaggio con le dichiarazioni di Haiti. Con ogni probabilità, gli “Anni Zero” dell’Italia hanno già emesso la loro sentenza: la Protezione Civile Spa troverà sulla sua strada i fatti e le opinioni del duellante Travaglio.

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2 Responses to “Bertolaso e Travaglio: i duellanti”

Già!

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
gennaio 29th, 2010