Ieri Gianni Riotta dalle pagine del Sole 24 Ore ha lanciato il sasso nello stagno sul presunto “declino del web”, con un editoriale dedicato ai pericoli per l’informazione causati dal livellamento prodotto da strumenti come Google o Wikipedia. Visto che l’articolo chiama in causa le ragioni del nostro progetto, abbiamo deciso di avviare un dibattito interno a LSDP per tentare di controbattere alle argomentazioni di Riotta. Cominciamo oggi con la risposta di Alessandro Aresu, nei prossimi giorni ne seguiranno delle altre. Stay tuned!
mi chiamo Alessandro Aresu. Ho letto con interesse il Suo articolo sul Sole 24 Ore di oggi. In quanto cofondatore di un sito legato all’informazione, Lo Spazio della Politica, mi sento chiamato in causa. Provo perciò ad accennare una risposta, per cui chiedo ospitalità sul quotidiano da Lei diretto, sperando di avviare un dibattito.
Il problema che Lei pone é serio. Sul web troviamo una “poltiglia di informazione amorfa” che “rischia di distruggere le idee, il dibattito e la critica”. La rivoluzione dell’informazione, perciò, rischia di dare ragione al compianto Carlo Cipolla e alle sue leggi della stupidità umana. In particolare, la prima legge recita: “Sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione“. Tuttavia, credo che il web rappresenti un parziale rovesciamento della legge, per cui in realtà la stupidità, per la prima volta nella storia umana, viene sopravvalutata. Per esempio, grazie a YouTube ho passato diverse ore a riascoltare le canzoni dei cartoni animati, da “Capitan Harlock” a “Conan Il ragazzo del futuro”, e penso che ciò abbia contribuito alla mia intelligenza. Diffondere il verbo di Hayao Miyazaki è bello.
Lei scrive che “il Nobel Amartya Sen la sa più lunga sulla crisi asiatica del suo anonimo aguzzino via blog”. Senz’altro. Però è possibile che Andrew Sheng la sappia ancora più lunga, e grazie a Caijing Magazine (con commenti, tra l’altro, molto pacati), un lettore può incuriosirsi e acquistare “From Asian to Global Financial Crisis”. Inoltre, Amartya Sen appartiene a un’altra generazione rispetto, per esempio, a David Singh Grewal, l’autore di “Network Power” della Harvard Society of Fellows che partecipa alle discussioni sui suoi lavori, anche alle più critiche. La rimando, per esempio, alla discussione “Some want the British Raj back“. Alcuni commenti odorano di complottismo, ma è una delle cose più significative che abbia letto sull’India.
Il Suo esempio su Paolo Mieli è molto interessante. Se si guarda al giornalismo internazionale, le reazioni possono essere diverse e, a mio avviso, più lungimiranti rispetto alla risposta ironica di Mieli. Consideriamo per esempio Walter Russell Mead, uno storico ben noto in Italia (vincitore del premio Acqui Storia nel 2003). Soffre di una malattia che si chiama grafomania, e grazie ad essa delizia i suoi lettori su un blog, che spicca per passione e qualità.
Finora ho citato alcune storie di successo, ma il punto è: cosa si può fare? La mia risposta è una tripla assunzione di responsabilità.
1) La responsabilità degli imprenditori. Il caso De Benedetti a questo proposito mi pare eloquente: il Web 2.0 ha gioie e dolori, come ha cercato di mostrare Jonathan Zittrain, ma prendersela con Google non è la strada giusta. Fix your house first. Se Repubblica.it riceve più clic da chi fa la capriola e cade dal letto, questo è un problema che coinvolge la volontà editoriale e imprenditoriale di investire sul breve, sul medio, e sul lungo termine. La capriola e la copertina di una donna nuda sono la stessa cosa, con la differenza che la donna nuda umilia la figura femminile. Gli imprenditori e gli editori debbono pensare a strategie per il web che garantiscano i valori in cui credono. Il punto è che devono investirvi adeguatamente. Agli strateghi del web spetterà spiegare loro come possono guadagnarci, a parte le capriole.
2) La responsabilità dei direttori. Il caso di Lucio Caracciolo mi pare eloquente. Collaborando, come Spazio della Politica e come singolo, a Limesonline, mi è capitato spesso di proporre idee e strategie per le funzionalità in rete della rivista, a partire dai “contenuti”. Caracciolo su questi temi preferisce ascoltare che parlare, perché appartiene a un’altra generazione e a un altro stile di giornalismo, mentre il coordinatore di Limesonline, Alfonso Desiderio, è in grado di recepire meglio queste direttive. Ma l’editoria non muore: che sia un pezzo cartaceo o online, se si parla di geopolitica Caracciolo sa sempre se approvarlo o cassarlo. E’ una questione di riconoscimento dei propri limiti e di strategia.
3) La responsabilità di giornalisti, blogger, cittadini/scrittori. Anzitutto, non dobbiamo esagerare il peso del complottismo e dell’inquinamento mediatico della vita pubblica. Cosa c’è all’orizzonte? Non vedo una deriva tale da cancellare le storie di successo che ho citato in precedenza. Per avanzare in questo nuovo mondo, dobbiamo assolutamente evitare il disfattismo. Il nostro problema, in termini di responsabilità, è piuttosto la “polarizzazione” descritta da Cass Sunstein in Republic.com e Republic.com 2.0. Nel giornalismo, così come nella vita pubblica, bisogna evitare l’appiattimento delle opinioni che diventa estremismo. Come Lei sa, abbiamo avuto esperienza ed evidenza di questo “stile paranoico della politica italiana” anche senza mettere la rete al centro della politica. La mia previsione è che la maggiore penetrazione della rete, con la tripla assunzione di responsabilità qui descritta, migliorerà le cose.
Un caro saluto,
Alessandro Aresu




































Pingback: Cronisti di guerra in stanze d’albergo