Dopo le elezioni europee dello scorso giugno titolavamo L’Europa s’è destra, commentando l’avanzata dell’estrema destra in molti stati membri. Quel titolo però era ancor più vero visto il trionfo registrato in campo europeo dalle formazioni di stampo conservatore. Ciò si è verificato non solo dove i conservatori hanno sempre ottenuto buoni risultati come in Italia o in Germania, ma anche laddove la cultura progressista è stata lungamente maggioritaria, come in Svezia, Francia o Gran Bretagna. Questo è accaduto poiché la destra è riuscita ha rinnovarsi e risultare credibile. È nata forse una destra nuova.
Alessandro Campi e Angelo Mellone in un loro recente saggio edito da Marsilio hanno svolto un’indagine comparata di tre modelli di destra di successo, definita “nuova” perché capace di ripensare sé stessa e confrontarsi con le sfide del mondo contemporaneo. I due autori, stretti collaboratori di Gianfranco Fini, sembrano suggerire tra le righe che esista un’altra destra possibile a quella attualmente vincente in Italia. Il volume analizza dapprima la strategia seguita da Nicolas Sarkozy per la conquista del potere in Francia, per poi focalizzarsi sullo sforzo compiuto da David Cameron di rinnovare i conservatori britannici e infine illustrare l’abilità con cui Fredrik Reinfeldt in Svezia ha costruito una coalizione alternativa alla storica egemonia socialdemocratica. Queste esperienze sono difficilmente collocabili sul continuum classico conservatori-populisti o statalisti-liberisti. Infatti, la loro azione politica risulta piuttosto un mix di questi fattori. Inoltre, ciò che sorprende è l’inserimento nel loro programma di governo di tema a cui la destra storica si era dimostrata sorda, come la lotta al cambiamento climatico, la difesa dello stato sociale o una legislazione progressiva in materia di diritti civili.
Il precursore di questa destra nuova, e quello di maggior successo, è il presidente Nicolas Sarkozy, uomo della rottura con l’era di Jacques Chirac. Malgrado essi provengano dallo stesso partito, questa impressione è passata a causa di un salutare conflitto generazionale avvenuto tra il 2002 e 2004. L’Union pour le Mouvement Populaire (UMP) è divenuta la macchina elettorale della sua campagna presidenziale. La mobilitazione della base sui blog nella fase di elaborazione del programma è stata la chiave del successo del 2007. Il bilancio di metà mandato è invece contraddittorio. Da un lato il politico capace che premia i collaboratori leali e ricompensa gli avversari allineatisi alla sua candidatura, dall’altro l’uomo volubile e ambizioso, amante del glamour, del lusso e delle belle donne soprannominato “Sarkò”. Il programma politico è tuttavia ambizioso, forse quanto il personaggio. Non solo “legge e ordine”, lotta all’immigrazione clandestina o difesa dell’identità nazionale. C’è anche un impegno per abbattere l’autoreferenzialità e i privilegi di un’elite burocratica che governa il paese senza conoscerlo e l’integrazione nelle sfere del potere di personalità appartenenti ai ceti più deboli della popolazione in nome del valore del lavoro e il criterio del merito. Volontarista ma non velleitario, ha tentato di riconciliare il paese con l’Europa e l’alleato americano, scegliendo una strada poco popolare, ma sicuramente saggia.
La più grande scommessa del prossimo anno sarà la battaglia elettorale che il partito di David Cameron si appresta a combattere nel Regno Unito. Cameron ha conquistato la leadership dei Tories in seguito all’ultima sconfitta del 2005, quando aveva solo trentanove anni. La sua strategia è stata quella di presentarsi come il nuovo Blair, capace di modernizzare e rendere più simpatico e credibile un partito in crisi di identità e consensi. Per far ciò ha introdotto nel programma dei temi popolari nell’opinione pubblica, ma di cui i conservatori non si erano mai occupati, come l’ecologismo, la decentralizzazione o il volontariato. Il rischio che Cameron corre è quello di disaffezionare la destra del partito legata alla rivoluzione thatcheriana, a cui non basteranno le invettive contro l’Europa. Per ora la strategia sembra ottenere un certo successo anche grazie all’impopolarità crescente del governo Brown dovuta alla scarsa capacità comunicativa del premier e ai numerosi scandali che hanno recentemente coinvolto i laburisti. Se il consenso nella popolazione cresca, il libro evidenzia come una vittoria dei conservatori non sia affatto scontata Infatti, il particolare sistema elettorale britannico premia il partito che riesce ad ottenere il maggior numero di collegi e non la maggior percentuale di voti. Questo penalizza fortemente il partito di Cameron che ha un elettorato piuttosto disperso e non riesce a sfondare in Galles o in Scozia, roccaforti laburiste. Il futuro ci racconterà se le recenti elezioni europee sono state il preludio di un trionfo conservatore o se l’egemonia culturale conservatrice nel Regno Unito si fermi soltanto alla blogosfera.
L’esperimento più sorprendente e meno conosciuto è quello svedese, dove i moderati di Fredrick Reinfeldt guidano da tre anni l’Alleanza per la Svezia, la coalizione dei partiti non socialisti al governo del paese. In sessant’anni è la prima volta che un governo non socialdemocratico riesce a vincere in una fase di crescita economica. Le precedenti esperienze del 1976 e 1991 sortirono dei governi di breve durata utili soltanto a uscire dalla crisi, per poi tornare al modello socialdemocratico di base. La vittoria dei moderati è stata invece possibile grazie ad una centralizzazione dell’offerta politica operata dal quarantenne Reinfeldt . Così i moderati hanno drenato voti anche da socialdemocratici critici verso il governo di Goran Persson. L’ideologia liberista è stata sostituita dal principio della sostenibilità finanziaria dello stravagante Andres Borg che impone una rendicontazione rigorosa delle spese e giustifica la riduzione del debito pubblico. L’opposizione all’assistenzialismo è stato rimpiazzato da un’accettazione dello stato sociale ma una difesa dell’imprenditorialità e del risparmio individuale a favore degli investimenti e a promozione dell’occupazione. L’uguaglianza è diventato un valore accettabile condiviso, ponendo i nuovi moderati al centro del sistema.
Alla luce di questi esempio possiamo semplicemente ribaltare le considerazioni fatte dal nostro Alessandro Aresu nel suo pezzo dal titolo Senza Sinistra per giustificare la vittoria di questo modello di destra nuova, vincente anche laddove culturalmente minoritaria. Essa ha saputo investire sui giovani, Cameron e Reinfeldt sono appena quarantenni, e fare i conti con le trasformazioni economiche della società capitalista così da rappresentare meglio i bisogni del paese (es. Sarkozy e Cameron usano sapientemente lo strumento del web). È riuscita inoltre a risolvere il problema della leadership passando dall’unica legittimazione durevole: quella dello scontro generazionale (Sarkozy vs Chirac, Reinfeldt vs Bildt, Cameron vs destra liberista). Per concludere ha preso sul serio le ragioni delle vittorie della sua opposizione politica (questo è vero soprattutto nel caso di Reinfeldt e ancora da verificare nel caso di Cameron). È forse ancora presto per considerare questi esempi come un trend politico consolidato “da esportazione”, ma il metodo seguito può essere valido non solo per quella parte della destra che si prefigge di modernizzare il proprio schieramento, ma anche per una sinistra che deve riconquistare un’egemonia culturale nel paese.




































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