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07 gen
La destra nuova: Sarkozy, Cameron, Reinfeldt

Dopo le elezioni europee dello scorso giugno titolavamo L’Europa s’è destra, commentando l’avanzata dell’estrema destra in molti stati membri. Quel titolo però era ancor più vero visto il trionfo registrato in campo europeo dalle formazioni di stampo conservatore. Ciò si è verificato non solo dove i conservatori hanno sempre ottenuto buoni risultati come in Italia o in Germania, ma anche laddove la cultura progressista è stata lungamente maggioritaria, come in Svezia, Francia o Gran Bretagna. Questo è accaduto poiché la destra è riuscita ha rinnovarsi e risultare credibile. È nata forse una destra nuova.

Alessandro Campi e Angelo Mellone in un loro recente saggio edito da Marsilio hanno svolto un’indagine comparata di tre modelli di destra di successo, definita “nuova” perché capace di ripensare sé stessa e confrontarsi con le sfide del mondo contemporaneo. I due autori, stretti collaboratori di Gianfranco Fini, sembrano suggerire tra le righe che esista un’altra destra possibile a quella attualmente vincente in Italia. Il volume analizza dapprima la strategia seguita da Nicolas Sarkozy per la conquista del potere in Francia, per poi focalizzarsi sullo sforzo compiuto da David Cameron di rinnovare i conservatori britannici e infine illustrare l’abilità con cui Fredrik Reinfeldt in Svezia ha costruito una coalizione alternativa alla storica egemonia socialdemocratica. Queste esperienze sono difficilmente collocabili sul continuum classico conservatori-populisti o statalisti-liberisti. Infatti, la loro azione politica risulta piuttosto un mix di questi fattori. Inoltre, ciò che sorprende è l’inserimento nel loro programma di governo di tema a cui la destra storica si era dimostrata sorda, come la lotta al cambiamento climatico, la difesa dello stato sociale o una legislazione progressiva in materia di diritti civili.

Il precursore di questa destra nuova, e quello di maggior successo, è il presidente Nicolas Sarkozy, uomo della rottura con l’era di Jacques Chirac. Malgrado essi provengano dallo stesso partito, questa impressione è passata a causa di un salutare conflitto generazionale avvenuto tra il 2002 e 2004. L’Union pour le Mouvement Populaire (UMP) è divenuta la macchina elettorale della sua campagna presidenziale. La mobilitazione della base sui blog nella fase di elaborazione del programma è stata la chiave del successo del 2007. Il bilancio di metà mandato è invece contraddittorio. Da un lato il politico capace che premia i collaboratori leali e ricompensa gli avversari allineatisi alla sua candidatura, dall’altro l’uomo volubile e ambizioso, amante del glamour, del lusso e delle belle donne soprannominato “Sarkò”. Il programma politico è tuttavia ambizioso, forse quanto il personaggio. Non solo “legge e ordine”, lotta all’immigrazione clandestina o difesa dell’identità nazionale. C’è anche un impegno per abbattere l’autoreferenzialità e i privilegi di un’elite burocratica che governa il paese senza conoscerlo e l’integrazione nelle sfere del potere di personalità appartenenti ai  ceti più deboli della popolazione in nome del valore del lavoro e il criterio del merito. Volontarista ma non velleitario, ha tentato di riconciliare il paese con l’Europa e l’alleato americano, scegliendo una strada poco popolare, ma sicuramente saggia.

La più grande scommessa del prossimo anno sarà la battaglia elettorale che il partito di David Cameron si appresta a combattere nel Regno Unito. Cameron ha conquistato la leadership dei Tories in seguito all’ultima sconfitta del 2005, quando aveva solo trentanove anni. La sua strategia è stata quella di presentarsi come il nuovo Blair, capace di modernizzare e rendere più simpatico e credibile un partito in crisi di identità e consensi. Per far ciò ha introdotto nel programma dei temi popolari nell’opinione pubblica, ma di cui i conservatori non si erano mai occupati, come l’ecologismo, la decentralizzazione o il volontariato. Il rischio che Cameron corre è quello di disaffezionare la destra del partito legata alla rivoluzione thatcheriana, a cui non basteranno le invettive contro l’Europa.  Per ora la strategia sembra ottenere un certo successo anche grazie all’impopolarità crescente del governo Brown dovuta alla scarsa capacità comunicativa del premier e ai numerosi scandali che hanno recentemente coinvolto i laburisti. Se il consenso nella popolazione cresca, il libro evidenzia come una vittoria dei conservatori non sia affatto scontata Infatti, il particolare sistema elettorale britannico premia il partito che riesce ad ottenere il maggior numero di collegi e non la maggior percentuale di voti. Questo penalizza fortemente il partito di Cameron che ha un elettorato piuttosto disperso e non riesce a sfondare in Galles o in Scozia, roccaforti laburiste. Il futuro ci racconterà se le recenti elezioni europee sono state il preludio di un trionfo conservatore o se l’egemonia culturale conservatrice nel Regno Unito si fermi soltanto alla blogosfera.

L’esperimento più sorprendente e meno conosciuto è quello svedese, dove i  moderati di Fredrick Reinfeldt guidano da tre anni l’Alleanza per la Svezia, la coalizione dei partiti non socialisti al governo del paese. In sessant’anni è la prima volta che un governo non socialdemocratico riesce a vincere in una fase di crescita economica. Le precedenti esperienze del 1976 e 1991 sortirono dei governi di breve durata utili soltanto a uscire dalla crisi, per poi tornare al modello socialdemocratico di base. La vittoria dei moderati è stata invece possibile grazie ad una centralizzazione dell’offerta politica operata dal quarantenne Reinfeldt . Così i moderati hanno drenato voti anche da socialdemocratici critici verso il governo di Goran Persson. L’ideologia liberista è stata sostituita dal principio della sostenibilità finanziaria dello stravagante Andres Borg che impone una rendicontazione rigorosa delle spese e giustifica la riduzione del debito pubblico. L’opposizione all’assistenzialismo è stato rimpiazzato da un’accettazione dello stato sociale ma una difesa dell’imprenditorialità e del risparmio individuale a favore degli investimenti e a promozione dell’occupazione. L’uguaglianza è diventato un valore accettabile  condiviso, ponendo i nuovi moderati al centro del sistema.

Alla luce di questi esempio possiamo semplicemente ribaltare le considerazioni fatte dal nostro Alessandro Aresu nel suo pezzo dal titolo Senza Sinistra per giustificare la vittoria di questo modello di destra nuova, vincente anche laddove culturalmente minoritaria. Essa ha saputo investire sui giovani, Cameron e Reinfeldt sono appena quarantenni, e fare i conti con le trasformazioni economiche della società capitalista così da rappresentare meglio i bisogni del paese (es. Sarkozy e Cameron usano sapientemente lo strumento del web). È riuscita inoltre a risolvere il problema della leadership passando dall’unica legittimazione durevole: quella dello scontro generazionale (Sarkozy vs Chirac, Reinfeldt vs Bildt, Cameron vs destra liberista).  Per concludere ha preso sul serio le ragioni delle vittorie della sua opposizione politica (questo è vero soprattutto nel caso di Reinfeldt e ancora da verificare nel caso di Cameron).  È  forse ancora presto per considerare questi esempi come un trend politico consolidato “da esportazione”, ma il metodo seguito può essere valido non solo per quella parte della destra che si prefigge di modernizzare il proprio schieramento, ma anche per una sinistra che deve riconquistare un’egemonia culturale nel paese.

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10 Responses to “La destra nuova: Sarkozy, Cameron, Reinfeldt”

Interessante. Ti consiglio di leggere un articolo speculare che scrissi dopo le elezioni in Germania sulla morte del socialismo:
http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/10/cera-una-volta-il-socialismo/

In generale, condivido poco le analisi per cui la vittoria di una delle due coalizioni è legata ad una proposta politica che ammicca al centro, che permetta di acquistare i voti dei moderati e degli elettori affezionati debolmente allo schieramento avverso. Insomma l’eterna riproposizione (che è stata per la sinistra una maledizione) della terza via blairiana.

Credo che nei lunghi cicli che la destre europee stanno inaugurando ci sia qualcosa di più profondo.
Per spiegarmi utilizzo uno dei più classici anedotti del vecchio cadente lupo D’Alema:

poco dopo la sconfitta del 2008 ricevetti la chiamata di un amico, leader di uno dei più importanti paesi sudamericani (Lula, “diciamo”) il quale cercando di tirarmi su il morale mi disse: Ma Massimo è normale! E’ normale che in un continente vecchio, attanagliato dalle paure, vittima dell’insicurezza, ossessionato dalla necessità di protezione dei propri privilegi, vincano le destre! E’ nei paesi dinamici, in crescita e mobilità sociale che c’è spazio per le forze socialdemocratiche!” Concluse D’Alema che la telefonata non fu di grande sollievo..

A parte l’ironia dalemiana questa è parte della spiegazione al dilemma “Why Europe goes right?”
Febvre diceva che l’Europa nasce sulle paure. La diffidenza nei confronti degli stati vicini e la consapavolezza dell’insignificanza all’interno del nuovo mondo bipolare. Se con l’integrazione la paura permane (a mio avviso perchè l’integrazione è stata malriuscita ed incompleta), si ritorna ad un vecchio nazionalismo spicciolo e ai populismi da regimetto che sono alla base del nuovo feeling tra “moderne” destre europee e popolo.

Ben lungi dall’aver voluto dare una spiegazione univoca e omnicomprensiva, sono curioso di leggere il commento dell’altro nostro politologo di stampo gramsciano, l’insigne Aresu.

Un abbraccio

Fabio Mineo
gennaio 8th, 2010

Certo, la spiegazione offerta da Lula ha un fondamento di verità (sebbene mi appaia un pò troppo deterministica). In effetti, l’Europa svoltò a sx negli anni 90 in seguito all’ondata di fiducia derivata dal crollo del muro. Quando quest’onda si esaurì aumentò la paura del declino e con essa la dx populista.
Ma la destra nuova di cui parlo non è populista né meramente moderata. Sarkozy non è un moderato, anzi su molti temi è più a destra di Chirac. In questo modo ha riassorbito la destra lepinista che Mitterand aveva favorito per indebolire Chirac.
Cameron e Reinfeldt hanno certamente optato per una “triangolazione” portando al centro del dibattito politico le loro proposte. In tal senso hai ragione, Cameron ha scelto un metodo “blairiano”, ma l’operazione è forzata da esigenze elettorali oltre che programmatiche.
Cameron e Sarkozy hanno compreso i limiti delle politiche di integrazione praticate da Francia e Gran Bretagna e propongono modelli alternativi. L’Italia sta già vivendo gli stessi problemi ma per risolverli la politica securitaria non è sufficiente e la semplice accoglienza non è più credibile.
Un discorso analogo si può tenere sull’ambiente. La destra populista non se ne cura, mentre questa destra “nuova” ne fa un cavallo di battaglia acquisendo popolarità. Un approccio pragmatico, non ideologico, che lega la crescita allo sviluppo sostenibile con un occhio attento all’interesse generale. L’Italia è ancora molto indietro su questo punto, ma senza una politica coraggiosa ci ritroveremo come al solito a rincorrere gli altri facendo più fatica di tutti.

Matteo Minchio
Matteo Minchio
gennaio 8th, 2010

Ciao Fabio, grazie per aver invocato il mio intervento, ma ti prego ritira il “politologo” perché in quanto surrealista caraccioliano non mi si addice. Preferisco essere chiamato “curioso”, ma se così sembra che faccio il figo chiamatemi pure “cazzone”. Proverò a guardare soprattutto a centrosinistra, socialismo e dintorni.
Il racconto del Brasile è appassionante, mi ha fatto venire in mente quella grande frase ambigua di Guido Carli sull’Italia degli anni ’70 come Brasile d’Europa (nazione schizofrenica) che io e Matteo abbiamo citato in “Esiste l’Italia” di Limes. L’Italia, a parte che non ha risorse energetiche, non è più il Brasile d’Europa. Ma potrà esserlo? E’ una nazione piena di contraddizioni, di relitti, di cose interessanti. Io sono un patriota e non credo affatto che faccia schifo e che siamo tutti scemi, servi eccetera, quindi secondo me noi saremo un laboratorio del futuro dell’Europa. Lo penso per motivi teorici, legati alla mia interpretazione di Reinhold Niebuhr: l’Italia è la nazione che mostra più di qualunque altra le contraddizioni ironiche dell’Europa. In queste contraddizioni stanno anche le nostre opportunità.
La conseguenza del ragionamento di Lula, che ama il calcio e quindi è un grande, è che D’Alema dovrebbe andare in pensione (cosa che naturalmente approvo, e ho sostenuto spesso, e che, ripeto, sostengo senza nessuna acrimonia, ma per opportunità politica per il PD).
Secondo me la terza via ha fallito e dovrebbe essere seppellita con entusiasmo. Sono un uomo di fede nella realtà, non un uomo di ragione, perciò non credo in nessuna proposta politica che si fonda sulla messa tra parentesi della storia. Utilizzo il lessico di un politico che stimo, Pierluigi Bersani, e che spero possa lavorare per un po’ in pace. Queste cose forse funzionano in politologia o in filosofia politica, poi però c’è una roba che si chiama mondo reale ed è dentro quella roba lì che mettiamo alla prova le nostre passioni e i nostri progetti. E’ dentro quella roba lì che ci sono i lavori, i disoccupati, i drammi e i successi, le riforme, i voti. Perciò se D’Alema va in pensione e promuove convegni sulla terza via stiamo freschi. Lo invito pubblicamente a promuovere convegni su come seppellirla al meglio, per difendere sul serio lo spazio di democrazia e libertà europeo.

PS: un’altra conseguenza di questo ragionamento è che su LSDP ci manca un brasiliano, una brasiliana, qualcuno esperto di Brasile. E’ il dramma della nostra passione BRIC: Lula continuerà a dire “Caro Massimo”, e non “Caro Alessandro”, “Caro Fabio”, “Caro Matteo”.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
gennaio 8th, 2010

Politologo e pergiunta Gramsciano era in tono ironico e comunque te lo ritiro immediatamente se ti è di tanto impiccio!

Un qualche link con il Brasile potrei fornirlo io con un pò di fortuna. Sulla pensione di D’Alema siamo d’accordo. Sulla sepoltura della terza via altrettanto.

Mi piace “Sono un uomo di fede nella realtà, non un uomo di ragione”. Però mi sento unomo di fede nella realtà e nella ragione, sentendo che le due cose non sono in modo assoluto inconciliabili.

Sulla passione BRIC vorrei si tenesse un incontro per chiarire funzionamento e strategie. Sto cercando anche un contatto russo.
A presto

Fabio Mineo
gennaio 8th, 2010

Caro Fabio, naturalmente scherzavo, e “gramsciano” è veramente un onore troppo grande per cui non ti faccio complimenti e ringraziamenti solo per non apparire stucchevole nella nostra “arena pubblica”. Anche il mio non essere della ragione, è una provocazione. Anch’io voglio che fede nella realtà e ragione (e passione per la conoscenza che ci aiuta a superare la nostra ignoranza su noi stessi e sul mondo, e i valori che mi hanno trasmesso i cavalieri dello zodiaco) non siano in contraddizione. L’esempio era per dire che la terza via per me è veramente una strada priva di senso per rispondere ai grandi problemi contemporanei con cui dobbiamo confrontarci. Questo è un discorso che a medio termine deve fare anche il PD, e non è che devono/dobbiamo fare le primarie per abolire o mantenere la terza via, è un percorso più complesso. Un’altra cosa poi è la tattica politica (tipo il politico che dice: senza l’UDC perdo le regionali) perché quello è vero, sondaggi alla mano. Il problema, in quel contesto, è che l’ipotetico politico che fa quel ragionamento non ha i sondaggi giusti, che come è noto sono quelli di Berlusconi. Ottimo per Russia e Brasile, sono molto contento.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
gennaio 8th, 2010

Concordo comunque con Matteo che la testimonianza di Lula pecca di determinismo. Non è che la conclusione può essere “ci rivediamo tra 20 anni” o Lula che nomina Celli ct del Brasile con la motivazione “tu sì che hai detto come stanno le cose”. Se uno ci tiene alla mobilità sociale, deve crederci in qualsiasi condizione storica e cercare di attuarla con una strategia intelligente. E con entuasiasmo. Non possiamo adottare la testimonianza di Lula sull’Europa, ma è significativa come stimolo per svegliarci, in particolare in quello che – ripeto – per me è il laboratorio d’Europa.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
gennaio 8th, 2010

Di Svezia non so molto e quindi mi baso su quel che leggo qua e là in Italia e non. Saranno anche piccoli passi quelli di Reinfeldt, ma difficilmente lo si può mettere sullo stesso piano di Sarkozy (di Cameron non parlo, perchè bisognerebbe fare un processo alle intenzioni) http://blog.panorama.it/mondo/2007/10/29/svezia-un-colpo-alle-tasse-e-un-altro-al-welfare/

Infine lo stesso modus operandi sul caso Saab marca la differenza con il governo della signora Merkel e le spinte interventiste di Sarkozy.

gennaio 9th, 2010
Matteo Minchio
Matteo Minchio
febbraio 11th, 2010

[...] ha vinto le elezioni in Gran Bretagna? La nuova destra di Cameron ha trionfato o viceversa è stato il fenomeno Clegg ad imporsi? Possibile che quella [...]