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L’Iran e’ solo

di Stefano Torelli · Leave a Comment · in Med-Arab, Politica globale · 6 gennaio 2010

Di nuovo ci troviamo a dover parlare di Iran. Riteniamo sia d’obbligo, dal momento che in quel Paese si sta consumando una vera e propria rivoluzione sociale, qualsiasi sia l’esito cui assisteremo, che non può e non deve essere sottaciuta, vista l’importanza dell’Iran nel panorama geopolitico e strategico regionale ed internazionale e l’attualità del tema, essendo Teheran al centro di controversie internazionali da ormai almeno cinque anni. Controversie che, come nel caso della questione nucleare, hanno delle ricadute su tutto il pianeta, sia nella misura in cui vanno ad interessare davvero tutti i maggiori attori della politica internazionale, sia perché, dall’altro lato, riguardano processi politico-diplomatici che potrebbero un giorno ripresentarsi in altre parti del mondo per altri Paesi o per questioni simili.

Ciò che si intende approfondire non è soltanto lo scontro in atto all’interno della società e del mondo politico iraniano, ma anche i modi con cui noi occidentali ed europei intendiamo confrontarci con tale situazione, vista la delicatezza della questione e l’importanza di un Paese con una millenaria storia alle spalle e ancora oggi al centro di importanti dinamiche internazionali. Prima di tutto è bene ragionare su cosa sta accadendo. Dal momento che, anche dalle pagine di questo webmagazine, lo abbiamo fatto più di una volta ed anche in maniera piuttosto approfondita, ci limiteremo a trattare soltanto gli sviluppi più recenti, consci del fatto che delle importanti novità durante queste vacanze di Natale vi sono state, eccome.

Prima di tutto vi è stato il giorno in cui i manifestanti si sono appropriati della retorica del regime, attingendo agli ideali più puri dello sciismo e prendendo a spunto il giorno della ricorrenza dell’Ashura (probabilmente il giorno più importante per gli Sciiti, in cui si ricorda il martirio di Hussein, figlio del primo Imam sciita ‘Ali, avvenuta nel 680), simbolo della lotta contro le ingiustizie, per scendere in piazza e protestare contro la coppia Khamenei-Ahmadi-Nejad. Ciò è molto importante per comprendere la reazione così carica di violenza da parte del regime, essendo scesa l’opposizione sullo stesso piano retorico ed avendo attinto a quegli stessi ideali che legittimano il potere degli Ayatollah, per rivoltarsi contro quello stesso ordine costituito.

La protesta delle ultime settimane non è stata fermata dalla repressione dura della polizia di regime e i manifestanti, ormai appoggiati anche da parte della società politica ed economica (così come si cominciano a notare delle divisioni all’interno dello stesso clero sciita, una volta fronte compatto contro il riformismo), hanno dimostrato di non temere neanche la morte. Questo è un altro aspetto da non sottovalutare: possono bastare le uccisioni per strada, gli spari sulla folla, le restrizioni alle libertà individuali e le censure contro i media, internet e i servizi di telecomunicazione, se dall’altra parte della barricata vi sono migliaia e migliaia di persone (non solo giovani, come spesso si sente dire) che sono pronte a continuare la protesta e a bloccare il Paese, potendo disporre di un numero quasi illimitato di “retrovie”? Con l’annuncio dato dalla Guida Suprema Khamenei (che fino a poco tempo fa doveva fungere da elemento di equilibrio nei confronti del Presidente Ahmadi-Nejad, ma che adesso, essendosi spostato completamente dalla parte del Presidente-pasdaran, ha ormai rotto qualsiasi tipo di equilibrio) di voler spazzare via l’opposizione bollandola come filo-occidentale e infedele, l’Iran si prepara a vivere uno scontro i cui esiti sembrano essere nonostante tutto incerti. Come possono infatti conciliarsi la determinazione dei manifestanti (cui le repressioni sembrano dare addirittura nuova linfa vitale) e la mano ferma del regime, pronto a cancellare qualsiasi minima traccia di democrazia?

E qui interviene la questione della reazione occidentale. In altre parti del mondo ed in altre congiunture internazionali, i governi democratici occidentali, europei e statunitense, non hanno esitato ad intervenire in teatri stranieri per portare avanti le cosiddette “guerre umanitarie”. Tralasciando il periodo della Guerra Fredda, che seguiva altre logiche internazionali in un clima bipolare, dagli anni ’90 in poi questo è accaduto in Somalia, nella ex-Jugoslavia, in Kosovo, per alcuni versi in Afghanistan ed Iraq (anche se dietro vi erano motivazioni, anzi spiegazioni, leggermente diverse). E ancora, con altri mezzi ma non con meno determinazione lo stesso è accaduto in Ucraina, Georgia, Kirghizistan, Libano… Adesso ci troviamo di fronte ad un regime che incurante di qualsiasi possibile reazione esterna e per di più in rapporti già al limite della fragilità con l’Occidente, visto lo scontro sulla questione nucleare (gli aerei statunitensi nel marzo 2003 si levarono sopra Baghdad per molto meno), massacra i propri oppositori nelle strade di Teheran, sotto gli occhi di tutto il mondo. Perché l’Occidente non intende far niente? Obama è in parte vittima della sua mano tesa all’Iran, una mano tesa un anno fa ed adesso difficile da ritirare, soprattutto quando i suoi sforzi sono concentrati in Afghanistan, Pakistan e Yemen. L’Europa continua ad essere vittima di una mancanza di vedute comuni, con l’asse Parigi-Berlino che si mostra più intransigente e il Ministro degli Esteri italiano Frattini che ammonisce che non è produttivo isolare Teheran.

Cina, Russia, India e Brasile sono le nuove potenze che si affacciano sul panorama internazionale e per il momento (nonostante Mosca si stia rivelando, almeno a parole, più dura persino di Bruxelles) non sembrano intenzionate a lasciare all’Occidente il ruolo di risolutore delle controversie mondiali che pur si era riservato per tutto il 19° e 20° secolo. Gli attori regionali che confinano con l’Iran, Turchia e Arabia Saudita in primis, ma anche il Pakistan, non sono interessati ad aprire un fronte di guerra contro Teheran, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe sul Medio Oriente. L’Iran, dunque, per il momento resterà nel suo impasse. Non un passo avanti, non uno indietro. Il rischio, per come si stanno mettendo le cose, è quello di una vera e propria guerra civile, in cui il più forte vincerà e ricostituirà un nuovo ordine, presto riconosciuto da tutti i protagonisti della politica internazionale in nome degli interessi troppo forti che ruotano intorno all’ex Persia. Così è accaduto in altre parti del mondo, come accade ogni giorno nel continente africano.

L’Iran come l’Africa? Scenario non improbabile, ma con la differenza che la popolazione iraniana è ben più istruita di quella africana e difficilmente si arrenderà alla violazione di diritti primari. Questo sembra essere un elemento di novità: la forza dell’istruzione e dello sviluppo. L’Iran non è assolutamente un Paese culturalmente sottosviluppato, anzi. Proprio per questo solo un grandissimo bagno di sangue potrà mettere la parola fine ai disordini odierni. In alternativa, senza interventi o aiuti esterni, vi sarà una nuova società, sempre sciita, sempre fondata su valori religiosi, ma molto più aperta al confronto, sia interno che esterno. Questo è lo spirito dei manifestanti di Teheran. Gli Ayatollah ed Ahmadi-Nejad temono proprio questo e, per ora, il resto del mondo fa il loro gioco.

Tagged with: Ahmadinejad • guerra civile • Iran • rivolta • studenti 
Stefano Torelli
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Stefano Torelli

Nato a L'Aquila nel 1981, Ph.D candidate, ha lavorato presso l'ISPI e cura una rubrica sul Medio Oriente per Il Corriere della Sera - Sette. Per LSDP si occupa di geopolitica, in particolare di Turchia e paesi del mondo arabo.

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