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25 gen
Vendola boccia D’Alema?
di Moris Gasparri       sezione: Italian politics

Ha vinto Vendola, dunque. Nessuna sorpresa, quella dei sondaggi sta diventando una scienza sempre più esatta e Piepoli già diversi giorni fa aveva pronosticato in un numero attorno al 65% il possibile risultato finale del governatore uscente della Puglia. Proviamo dunque ad analizzare la complessità politica della posta in gioco delle primarie pugliesi, e a riflettere sugli scenari che si aprono in vista dell’appuntamento elettorale di fine marzo.


Il successo di Vendola – La descrizione più efficace del suo consenso l’ha data Luca Telese sul Fatto di sabato: l’aver creato, nonostante i travagli dell’affaire-sanità, un’immagine della Puglia come regione dinamica, inclusiva, in netta alternativa al Sud in mano alle mafie di cui abbiamo parlato qualche giorno fa (anche se Vendola non ha mai apertamente rivendicato l’apertura di una nuova stagione del meridionalismo politico). Un punto da sottolineare, magari non centrale per la vittoria ma poco considerato, è l’aver cavalcato per tempo la green economy come terreno di rappresentanza politica, che consente ora a Vendola di rivendicare alcuni successi strategici come la leadership nazionale della Puglia nella produzione di energia eolica. Questo è un merito importante. Aldilà di Vendola, segnala che c’è un interesse crescente per questi temi, non solo tra gli operatori del settore ma anche da un punto di vista politico. I pannelli solari fanno presa, attraggono consenso.

I veri vincitori – La vera vincitrice morale delle primarie pugliesi è Proforma, l’agenzia di comunicazione barese che ha curato la campagna di Vendola. Più che per il video contro D’Alema (tattica in fondo usata anche da Franceschini qualche mese fa, seppur con altri mezzi), per la straordinaria efficacia comunicativa dell’accoppiata slogan/immagine “Solo con(tro) tutti”. I veri demiurghi del rito elettorale, seppur in questo caso nella versione ridotta delle primarie, sono loro. Ironia della sorte, nel loro sito si può leggere il caloroso ringraziamento rivolto all’agenzia da Enrico Letta, il principale sodale di Francesco Boccia, per aver curato la comunicazione della prima edizione di veDrò.

La vendetta del realismo – Lo sconfitto decretato dalla stampa è D’Alema. Non sorprende, dato il suo coinvolgimento diretto nella campagna di Boccia ed il suo legame ombelicale con le vicende pugliesi. Decretare la fine del dalemismo è però un passaggio troppo semplice e concettualmente vuoto, se non si analizzano a fondo i termini della questione. C’è una cosa che chi come l’ex ministro degli Esteri ha fatto del realismo la bussola del proprio agire politico non può permettersi, la sottovalutazione del “nemico”. Questo, per chi fa della politica un’istanza di professionalità, di conoscenza delle forze in campo, di calcolo ponderato delle mosse, è un errore imperdonabile. Una sottovalutazione della reale forza di Vendola, del consenso e dei legami generati in questi cinque anni, certo. Ma, anche e soprattutto, una sottovalutazione di altra natura, interna alle dinamiche del PD. La liquidazione del veltronismo come degenerazione leaderistico-populistica e il ripristino della democrazia dei partiti teorizzata dalle teste pensanti del dalemismo è meno semplice di quanto si possa pensare. Intanto perché questo modello richiede disciplina e obbedienza alle decisioni prese dal centro, e questa produzione di obbedienza nel centro-sinistra odierno non esiste più. Il PD assembla vari pezzi che vivono in maniera spesso autonoma e fuori dal controllo della politica romana, vedi il caso Campania e vedi il caso pugliese, di cui lo stesso D’Alema qualche giorno fa aveva finito per dichiarare di non capirci più niente. Altro fatto. Il PD è un progetto costruito nella sua genesi attorno all’idea che gli elettori debbano contare, aver voce, partecipare, decidere, in alcuni casi anche contro la “miopia” dei propri dirigenti. Tutto questo ha avuto la sua traduzione pratica nel cosiddetto mito fondativo delle primarie, che appunto è un mito, qualcosa che non può essere derubricato facilmente o fatto oggetto di contrattazione come avvenuto in questi mesi nella querelle pugliese. Perché i miti traditi e non sostituiti da una narrazione più efficace presentano il conto. I consensi della schiacciante vittoria di Vendola arrivano in larga parte dal popolo del PD, non da Marte, e arrivano sulla base di questa reazione tutta politica a qualcosa che all’improvviso è sembrato essere un ostacolo – le primarie appunto – perché “la necessità dei tempi” lo esigeva, ovvero la nascita del patto di alleanza con l’UDC.

Egemonie – D’Alema, non a torto, si è lamentato nel salotto di Fazio di come l’opinione comune dei militanti e simpatizzanti del centrosinistra sia allergica all’analisi delle tendenze elettorali ed ai modi in cui affermare una propria strategia di successo, che spiegherebbe il senso positivo e necessitante dell’alleanza di cui sopra. Fin qui nulla di particolarmente originale. Ad esempio, pur da posizioni differenti, un altro paladino del realismo politico come Massimo Cacciari afferma le stesse cose da anni. Però non basta. Per far affermare questa visione nel proprio elettorato di riferimento serve una battaglia delle idee aperta e combattiva, non l’altezzosa rivendicazione di conoscere più e meglio di altri i segreti e le astuzie dell’arte politica. Il realismo politico non è sexy e non scalda i cuori, è perdente culturalmente prima che politicamente, questa la verità della lezione pugliese. Su questo punto, D’Alema non ha mai voluto indossare fino in fondo i panni dell’organizzatore culturale, e non ha mai realmente scommesso su qualcuno che potesse recitare in sua vece questo ruolo, come dimostra la breve guida di Andrea Romano alla testa della fondazione Italianieuropei (esperienza che, al contrario, ha indirettamente prodotto uno dei libri più intelligentemente critici nei confronti del gruppo dirigente degli ex-figicciotti). Ancora, Italianieuropei non ha mai assunto un ruolo dinamico e frizzante sul modello Farefuturo, non ha cavalcato a sufficienza la rete e negli ultimi tempi ha preso al contrario le sembianze algide e compassate dell’Istituto Treccani, con cui, come è stato notato, condivide quasi per intero le persone del board, limitandosi ai soliti seminari sul modello sociale europeo e ad una rivista che, pur bella, non incide nel dibattito pubblico italiano.

Cosa succede ora – Vendola, grazie alla debolezza ed ai balbettii dimostrati dal PDL, alla scarsa notorietà del suo rivale Palese e ad un’eventuale corsa in solitaria dell’UDC, potrebbe addirittura vincere. Il traino del PDL alle regionali è il carisma di Berlusconi. Che però sembra defilato e fuori dalle scene regionali, quasi distaccato, mentre Vendola invece ha ora dalla sua il traino delle primarie e dell’altissima affluenza elettorale, pur in una situazione politica nazionale diametralmente opposta a quella del 2005. Se Vendola invece dovesse perdere, andrebbe in scena il film giù visto con Soru (notevoli le somiglianze politiche tra i due personaggi): grande passione, grande partecipazione soprattutto giovanile attorno al carisma del leader candidato, grande mobilitazione “sentimentale”. E poi la sconfitta, con la scomparsa politica del candidato e la conseguente china depressiva nei seguaci.

Sconfitti a metà – Gli sconfitti delle primarie pugliesi sono sconfitti a metà. Per quanto logorato dalle vicende di questi mesi D’Alema c’è sempre, continua e continuerà a pesare nell’agone politico nazionale, con buona pace delle cronache giornalistiche che parleranno di fine dell’era dalemiana, e con buona pace della larga fetta di elettori del PD che ne detestano la figura. Nel vuoto di leadership del PD attuale D’Alema può permettersi di essere per molti anni ancora un’azionista di riferimento. Basti pensare, pur nella sconfitta, a quanto centrale sia il suo nome nel dibattito pubblico, a quanta attenzione riesca ancora a catturare, anche in via negativa, ogni suo intervento, a quanto forte sia l’ossessione-D’Alema in chi lo contesta. Tutto questo contribuisce ad un rafforzamento involontario della sua figura, a generare una sorta di “potenza percepita” che nel mondo delle apparenze che è la politica finisce per diventare un elemento di forza. Poi c’è Francesco Boccia. Questa corsa da perdente annunciato gli ha comunque regalato un’importante visibilità nazionale, molto più che nella medesima competizione di cinque anni fa, e questo aspetto ne fa una delle nuove personalità emergenti del PD. Infine la sua solidità amministrativa di tutto rispetto (suo il risanamento dei conti del comune di Taranto nel 2006) potrebbe farlo ritornare in gioco in un ruolo alla Hillary Clinton.

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9 Responses to “Vendola boccia D’Alema?”

Che il risultato sarebbe stato questo era abbastanza scontato, e anche che Vendola faccia la fine di Soru è molto probabile (specialmente se scende in campo Silvio con le sue “promesse” ad effetto e mai mantenute).
In ogni caso meglio non immischiarsi con quella banderuola di Casini, Mastella insegna che non conviene mai vendere l’anima al diavolo. E’ sbagliato anche dire che con l’UDC si sarebbe guadagnato un X%, visto che certe alleanze oltre che portare voti possono anche farli perdere (sommare le percentuali non è mai una buona idea). Infine se Boccia è davvero così bravo non si capisce perché sia stato bruciato così da D’Alema.

M Piccotti
gennaio 25th, 2010

Ottima analisi Moris.
E’ stato miope non capire quanto Vendola sia un fuoriclasse che ha governato bene e suscita passione tra la gente. E con l’UDC che fa il terzo incomodo appoggiando la Poli Bortone rivincerà sicuramente.
Ma un dubbio rimane: il PD tenta di allargare la coalizione a destra con l’UDC, ma che vuole fare a sinistra con SEL? Si pensa di includere strategicamente questa area che si sta sforzando (non senza drammi) di tagliare con il massimalismo, l’irragionevolezza e l’identitarismo dei vetero-comunisti? O continuerà a vederla come un concorrente pericoloso?
La definizione di un’alternativa di centrosinistra passa anche da qui.

gennaio 25th, 2010

L’analisi è molto approfondita. Soru secondo me era una figura più importante di Vendola, perchè è un imprenditore. Nel 2004, la sua elezione aveva suscitato numerose speranze tra gli imprenditori o tra gli aspiranti tali. Questo è rilevante per il discorso sull’Italia dopo Berlusconi, perché l’Italia è una nazione di imprenditori o aspiranti tali, che ci piaccia o noi. Soru, senza nemmeno rivendicare troppo la sua storia personale, era riuscito decisamente a “bucare” in quel settore, prima di essere logorato nella seconda parte della sua amministrazione e di perdere una fetta importante del suo consenso nel “laboratorio” Sardegna degli errori e dei casini nazionali del PD. Tuttavia, l’effetto della partecipazione popolare (come fasce demografiche) era simile. Un’altra differenza è che Soru aveva partecipato convintamente, fin dall’inizio, alla nascita del PD. Vendola invece non appartiene al PD. Nelle sue vicende partitiche, che secondo me includono un’area del tutto marginale e che difficilmente troverà di nuovo rappresentanza in Parlamento, è uno sconfitto. Nella partecipazione popolare, invece, è senz’altro un vincente.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
gennaio 27th, 2010

@Paolo: sul tuo dubbio, siamo su posizioni diverse. Due precisazioni. Per me l’UDC non è “a destra” e l’area di SEL non è “un concorrente pericoloso” per il PD. L’UDC è un centro cattolico con un forte potere economico dietro e alcuni capi regionali potenti. Secondo Casini deve fare un ruolo da kingmaker, secondo i vari capi regionali deve governare per partecipare alla spartizione del potere. Questo è l’UDC: né bene, né male. Per alcuni, per citare Stanis, sarà “troppo italiano”, però ha voti strategici. SEL secondo me non è un concorrente del PD perché il PD ha e avrà molti più voti. Secondo me, se ti allei con Casini senza fare troppe menate non è che la gente vota il partito di Vendola. Teoricamente, puoi mettere assieme un’evoluzione di SEL e l’UDC, e puoi pure ipotizzare SEL che ci scioglie nell’UDC o si “verdizza” un po’ più seriamente. Sono tutte ipotesi più plausibili di una sinistra sopra il 5%, che è la ben più solida percentuale di voti UDC. Che fare, quindi? Il problema è che il PD per me deve avere un rapporto con l’UDC ma la sua politica non deve assolutamente essere “alleiamoci con l’UDC”. Non è un gioco di parole ma una distinzione strategica. Se la proposta politica diventa questa, anche nella rappresentazione collettiva, è un problema gigantesco, e la colpa non è mica di Eugenio Scalfari, perché se la pensiamo così ricadiamo nella politica paranoica. Il sistema mediatico fa semplicemente il suo mestiere, coprendo con “schiavi dell’UDC” o “schiavi di D’Alema” un vuoto che riguarda anche cose di cui, immodestamente, parliamo sullo Spazio della Politica. Il punto è che bisogna riempire quel vuoto e poi, nel Pianeta Elezioni, poter diventare maggioranza, oppure diventare un convinto partito di opposizione infinita (anche nell’Italia dopo Berlusconi, of course).

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
gennaio 27th, 2010

Alessandro, condivido in toto. Intendevo che l’UDC è “a destra del PD”, so bene che si tratta di una partito di centro.
A mio parere il PD deve diventare attrattore delle forze più piccole e lo farà se riuscirà a comunicare la sua “narrazione” del paese, proprio come dice Renzi nella sua ultima intervista http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/politica/2010/27-gennaio-2010/vendola-convince-pd-no-partito-dell-amore-geniale-1602359133178.shtml.
Per quanto riguarda la sinistra, vorrei sapere se qualcuno del PD ha capito che la rottura tra SEL e PRC-PdCI è profonda, sui contenuti e di conseguenza ha capito che strategicamente bisogna includere SEL ed escludere i veterocomunisti nelle alleanze.

gennaio 28th, 2010

Sì, anche per me il discorso del linguaggio è importante, sono d’accordo con Renzi e, come scrivevo prima, penso che si possa fare una strategia molto realista sulle alleanze senza essere schiacchiati dai media su queste idee. Basta essere più carichi e più furbi. Insomma, il “grande progetto politico” del PD non è allearsi con Casini o trovare un posto a D’Alema, ma è fare il PD, il che non implica affatto che non ci si possa alleare con l’UDC o dare a D’Alema il posto così almeno per qualche settimana si parla d’altro. Ti do ragione nel rapporto tra veterocomunisti e SEL, la mia perplessità è se l’area SEL possa veramente arrivare ai livelli della Linke che mi citavi. A mio avviso, no. Ciò non significa che SEL non sia da includere nelle alleanze (naturalmente sì), significa che il suo potere di contrattazione (a livello nazionale) a mio avviso non è alto o non abbastanza alto da imporre un principio del tipo “chi tocca Casini, muore”.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
gennaio 28th, 2010

Certo, non deve valere “chi tocca Casini, muore” ma nemmeno all’inverso “chi tocca Vendola, muore”. Significa che chi sta in mezzo è troppo debole per garantire le ali.

gennaio 28th, 2010

Sì Paolo, sono d’accordo, e proprio per questo ho cercato di mostrare come per me il ragionamento di Enrico Letta sull’insufficienza dei progressisti (su cui sono d’accordo) non deve fregarsi da solo riducendosi al “grande progetto” di alleanza dell’UDC. Bisogna guardare a realtà come l’UDC con realismo, perché hanno dei punti di forza (che ho descritto sopra), e a SEL come un cantiere da cui (se ci saranno anche i voti) possono venire fuori delle cose molto importanti, anche per le idee di un nuovo centrosinistra capace di andare al governo e non fare figuracce. Queste cose vanno giocate in una proposta alternativa in cui il PD deve comunque (e anche qui siamo d’accordo) prendere la guida, ma deve avere gli iscritti, i simpatizzanti, il linguaggio e la rete per farlo. Questo è ancora possibile. Non è un partito finito, non è un progetto politico abortito. Bersani è stato appena eletto. “Italy after PD” secondo me è ancora prematuro: http://www.ilfoglio.it/soloqui/4312

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
gennaio 28th, 2010