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06 feb
C’era una volta la Cina
di Fabio Mineo       sezione: Politica globale
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A meno di bolle inattese e francamente improbabili, in 5-10 anni la Repubblica Popolare Cinese sarà la nazione più ricca del mondo. Ormai lo conferma anche l’Ocse. Sempre l’Ocse sostiene che la condizione necessaria perché questo inarrestabile processo di crescita continui è che il Governo di Pechino non riduca la spesa pubblica ma anzi intensifichi il vigoroso sostegno all’economia nazionale che ha caratterizzato i primi mesi di recessione globale e che tra l’altro, è stato uno dei pochi fattori di attenuazione della stessa.
La Cina può permetterselo. Non solo perché la crescita resta straordinaria – la previsioni di crescita del Pil indicata nel rapporto OCSE di novembre è del 10,2% nel 2010 (+8,7% del 2009) – ma anche data la solidità delle finanze pubbliche -  nel 2008 il debito pubblico cinese era pari al 21% del Pil e salirà solo del 3% nel 2010, contro una media del 100% – e più – previsto per i paesi Ocse. La Cina insomma è il traino del mondo e nel 2040:

“Il reddito procapite toccherà gli 85.000 dollari, più del doppio di quanto si prevede per l’Unione Europea, e una cifra di gran lunga superiore a quella di India e Giappone. In altre parole, l’abitante medio di una metropoli cinese vivrà due volte meglio del francese medio quando la Cina passerà dall’essere stata un Paese povero ancora nel 2000 a un paese super-ricco nel 2040.” (Luca Vinciguerra, Sole 24h)

Per gran parte del XX secolo la Cina aveva subito umiliazioni. Nel primo decennio era stato messo in atto un tentativo di spartizione del vecchio impero cadente, culminato con la ribellione dei Boxer, esplosione dell’intolleranza cinese verso gli occidentali colonizzatori e imperialisti. Questo fu lo spartiacque, l’inizio delle rivolte  che condussero alla fine della dinastia Qing e lentamente spianarono la strada – passando per la guerra civile – alla svolta comunista. Se con la nascita della Repubblica Popolare si era riacquisita una dignità nazionale, per lunghi decenni la gloriosa potenza millenaria aveva lasciato il posto ad una nazione fragilissima, povera, incapace di rimanere al passo con il mondo che contava. La visione maoista di ‘cinesizzazione’ del marxismo, la campagna dei cento fiori e del ‘grande balzo in avanti’, pur liberando la Cina dal passato feudale,  avevano consegnato alle generazioni successive una nazione agricola e povera, la cui crescita economica era sempre stata più che compensata dalla crescita demografica.

La visione ben più solida di ‘americanizzazione’ del marxismo, generata dal geniale Deng Xiaoping – che io non farei fatica a definire l’uomo che ha rivoluzionato la storia del mondo post-moderno – ci consegna questa macchina imperfetta, ancora non perfettamente controllata ma dotata di un motore impressionante. La Cina fa addirittura discutere circa l’opportunità e la modernità del sistema democratico. Per la prima volta, illustri intellettuali e professori in giro per il mondo, hanno discusso se il binomio capitalismo-democrazia, fosse ancora capace di produrre quei miracoli che hanno portato gli Stati Uniti ad essere il leader mondiale per alcuni decenni.
La compattezza delle classi dirigenti cinesi, la capacità di prendere decisioni rigorose, vigorose, in tempi adeguati al mondo moderno, provoca invidia nel mondo occidentale. Xiaoping ha saputo mettere insieme i vantaggi del sistema (regime) comunista – ovvero i vantaggi di una struttura verticistica, militare, la possibilità di sviluppare campioni nazionali, burocrazia di qualità e produzione di conoscenza nazionale – con quelli del sistema capitalista – compatibilità con gli standard occidentali per attirare investimenti, tecnologie, dinamismo imprenditoriale, aumento incredibile della produzione in tutti i settori dell’economia.

La Cina non era niente. Poi è diventata il produttore del mondo. Ora è produttore-consumatore. Presto c’è da credere, sarà produttore-consumatore-ispiratore del mondo. La vendetta cinese sul west si sta consumando. A poco più di cento anni dalla rivolta dei boxer e dalla spavalderia occidentale a Pechino.

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6 Responses to “C’era una volta la Cina”

Non sono d’accordo con una view troppo ottimista sui destini cinesi. Le variabili in gioco sono molte e ogni equilibrio di lungo termine deve tenere in conto fattori non congiunturali ma strutturali che la Cina è ben lontana dal possedere. Non va dimenticato che gran parte dello sviluppo cinese è stata una concessione americana, e ancora oggi chi guadagnerebbe dal far saltare il tavolo da gioco del reciproco legame (titoli US in pancia alla Cina – apertura all’export cinese da parte americana) sono gli americani.

francescodalfiume
febbraio 8th, 2010

Caro Francesco,
non sono d’accordo sul fatto che converrebbe agli americani far saltare il tavolo da gioco del debito. Se salta il tavolo, saltano entrambi, ma in primis gli Usa che vanno in default all’istante.
Sono invece d’accordo sul fatto che la view sulla Cina non deve essere eccessivamente ottimista.
Io mi sono limitato a discutere alcuni dati (che francamente impressionano, data la stabilità e la durata della crescita) e le proiezioni dell’Ocse. Poi, il mondo moderno ci sorprende molto di più di quanto non facesse il vecchio. E sui fattori strutturali, che andrebbero discussi uno ad uno, sono assolutamente d’accordo. Magari rinvio ad una futura analisi più dettagliata.

Grazie,
F.

Fabio Mineo
febbraio 8th, 2010

Caro Fabio,
è vero che a nessuno dei due conviene far saltare il tavolo. In termini di analisi strategica tuttavia i fattori presenti conducono a un payoff positivo per la Cina nel medio – lungo termine e negativo per gli US. In questo senso far saltare il tavolo, adesso, consentirebbe agli americani di conservare l’immenso vantaggio in termini di risorse-competenze. I Cinesi, nonostante tutto, hanno in mano solo della carta. Non dimentichiamolo. E un default degli US è fondamentalmente diverso da quello di tutti gli altri, soprattutto se avvenisse in condizioni, come dire, belliche. Ovviamente queste sono solo ipotesi teoriche, che aiutano a comprendere prospettive strategiche che vivono di molteplici scenari.
Grazie a te per le tue analisi.
FDF

francescodalfiume
febbraio 9th, 2010

Siamo d’accordo allora. Anche se io non ho volutamente considerato l’opzione “bellica” che sarebbe – come dire – disastrosa.
A presto,F.

Fabio Mineo
febbraio 9th, 2010

Vero, in uno scenario simile vanno considerate tutte le ipotesi. Per me previsioni forse troppo ottimistiche della Cina (anche il Nobel Robert Fogel qui: http://www.foreignpolicy.com/articles/2010/01/04/123000000000000) smorzano la classica visione alla Minxin Pei che sarà pure uno dei grandi esperti sul tema, ma ormai è da molto tempo che grida “al lupo, al lupo” mentre lo spirito di Deng (sono decisamente d’accordo con Fabio sul suo giudizio) se la ride. Francesco ha ragione a considerare l’enorme rilevanza strategica della partita della tecnologia e dell’innovazione, dove gli Stati Uniti hanno ancora un vantaggio gigantesco (infatti Obama, anche acciaccato, insiste molto su questo). La Cina, così come l’India, ha anche il grande svantaggio geografico rispetto agli USA non imperiali, perché quei confini sono parecchio caldi.

Alessandro Aresu
Alessandro Aresu
febbraio 9th, 2010

Spunti molto interessanti. La crescita del Pil non spiega tutto. Però tra l’essere creditori e debitori, sempre meglio i primi. Poi un 10% medio annuo, da così tanto tempo, in proiezione ancora per molto e -che può essere in qualsiasi momento “pompato” da investimenti pubblici(la Cina è ancora tutta da costruire)- rappresenta un indice di crescita spaventoso. Le proiezioni, ci consegnano questo quadro, in cui la Cina appare destinata alla leadership economica mondiale. Nella storia del mondo moderno, grandi potenza in ascesa in questo modo, sono sempre state dominanti: Gran Bretagna, Usa e adesso credo Cina. Poi, possiamo sempre sbagliare tutti!

Fabio Mineo
febbraio 10th, 2010